Le invasioni di campo della magistratura e la resa della politica

Di Peppino Zola
06 Agosto 2025
Dalle inchieste sull’urbanistica milanese agli sconfinamenti giudiziari sui “nuovi diritti”, è ora che il popolo e chi lo rappresenta ricomincino a esercitare la loro sovranità
Uno dei cantieri posto sotto sequestro dalla magistratura nell’ambito delle inchieste sull’urbanistica a Milano (foto Ansa)
Uno dei cantieri posto sotto sequestro dalla magistratura nell’ambito delle inchieste sull’urbanistica a Milano (foto Ansa)

Si sente dire spesso che tre indizi fanno una prova. Se ciò fosse effettivamente vero, allora ci sarebbe la prova che, nei fatti (non si giudicano mai le intenzioni), la magistratura sta invadendo settori che la nostra Costituzione assegna ad altri, Parlamento, governo, enti locali che siano. Mi permetto, quindi, segnalare alcuni di questi indizi.

Il più clamoroso mi pare quello messo in atto, addirittura, dal massimo organo della magistratura e cioè la Corte costituzionale, la quale, ai sensi dell’articolo 134 della nostra carta fondamentale, è chiamata a giudicare «sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni». In parole povere, la Corte deve dire se una legge è incostituzionale oppure no. Punto. Non deve dire altro.

Lo sconfinamento della Corte costituzionale sul suicidio assistito

Ogni organo istituzionale ha i poteri, ma anche i limiti che la Costituzione gli conferisce. Alla Corte costituzionale viene dato il potere appena citato, ma anche il limite che non può essere superato. Ciascuna istituzione deve avere la coscienza del limite insito nel compito che le viene affidato. La sensazione è che la Corte, nei fatti, stia superando tale limite, attribuendo a se stessa compiti che sono propri del potere legislativo o del potere esecutivo. Clamoroso, in questo senso, è stato il caso relativo al giudizio dato in relazione al suicidio assistito, suscitato dal comportamento del radicale Marco Cappato.

La Corte non si è limitata a dichiarare l’illegittimità costituzionale di una parte dell’articolo 580 del codice penale (“istigazione o aiuto al suicidio”), ma ha anche indicato i criteri che il potere legislativo dovrebbe seguire in una eventuale futura legge e ha sollecitato più volte, sia formalmente che informalmente, il Parlamento a provvedere in tal senso.

Mi pare che in questo caso siano stati superati i limiti imposti alla Corte dall’articolo 134, almeno sotto due profili, uno di merito (indicando il contenuto della legge), l’altro di procedura, ingiungendo al Parlamento di legiferare, quando si sa che rientra nelle facoltà del Parlamento anche quella di non legiferare su una certa materia.

Il guaio è che, a seguito dei pronunciamenti della Corte costituzionale, molti hanno cominciato a comportarsi come se i criteri indicati dalla Corte fossero leggi dello Stato, mentre ciò non è vero. Questo è stato il frutto più grave, derivante dal fatto che la Corte costituzionale non ha rispettato i propri limiti, il che ha indotto alcune Regioni e alcuni organi amministrativi a fare altrettanto. Se ciascuno non rispetta i propri limiti, c’è solo spazio per una grande confusione, che porta ciascuno a fare quello che gli piace, incurante del vulnus che così viene inferto al complesso delle istituzioni. Il paradosso tutto italiano è che, oggi, viene di fatto data applicazione a una legge che non c’è. Se non è invasione di ruolo e di campo questa!

Invasioni di campo e invenzioni di “realtà”

Altro indizio. Come si sa, la magistratura è tenuta a giudicare in base alla legge e quando ritenga incostituzionale una legge può sospendere la procedura, chiedendo una decisione alla Corte costituzionale. Ultimamente, leggo dalle cronache che la Corte di cassazione, tramite suoi uffici specifici, ha preventivamente giudicato in modo negativo alcune leggi recentemente approvate dal Parlamento su iniziativa del governo. Di fronte a questo fatto, è impossibile non chiederci come potrà, in futuro, tale Corte giudicare serenamente sulla base di leggi che preventivamente ha già giudicato come cattive leggi. Non si tratta di un altro tipo di invasione di campo?

Ancora le cronache ci hanno detto che la Procura di Milano ha, in sostanza, commissariato una delle più grandi e prestigiose aziende italiane operanti nel campo dell’alta moda sul presupposto che essa non avrebbe controllato con sufficiente attenzione il trattamento del personale messo in atto dalle aziende appaltatrici. Attività di controllo che può essere operata solo da strutture pubbliche munite dei relativi poteri e dei relativi strumenti coercitivi.

Il Foglio ha giustamente criticato l’impostazione della Procura di Milano, che finisce con il dare rilevanza giuridica a fatti che, semmai, riguardano solo aspetti etici e/o organizzativi, ma che non hanno rilevanza giuridica. Anche in casi come questi (e non sono pochi) la magistratura mette il naso in aspetti che non la riguardano, invadendo, questa volta, campi privati, invece che campi pubblici. Tanto per allargarsi ulteriormente.

La magistratura, poi, tende ad avallare anche situazioni che non sono reali, ma che obbediscono a un certo streaming culturale, che sfocia presto nel politico. È il caso della rilevanza giuridica data ad una cosa che in natura non può esistere. Mi riferisco a quanto deciso dalla magistratura relativamente alla “madre intenzionale”, così definita con una assurda invenzione linguistica che si pone, ripeto, fuori dalla realtà. La magistratura dovrebbe decidere solo in relazione a cose e fatti reali, non a fatti intenzionali. Se diamo rilevanza alle intenzioni, si apre una catena di possibilità che potrebbe non avere fine e che potrebbe terremotare l’intero assetto sociale. Se dovesse bastare una intenzione a determinare una realtà, ogni abuso potrebbe diventare lecito. Una invasione di campo inquietante.

Le inchieste sull’urbanistica a Milano

Tutti gli amici sanno quale sia il mio giudizio sulla attuale amministrazione di Milano, la peggiore da ottant’anni a questa parte: una amministrazione che sta rovinando la città, che aveva avuto un insperato rilancio grazie alle giunte Albertini e Moratti. Ma questo mio giudizio politico molto severo non può esimermi dal giudicare con preoccupazione ciò che sta avvenendo circa la tematica urbanistica a Milano. Persino l’ex pm Antonio Di Pietro ha dovuto dire che i magistrati devono colpire i ladri, ma non devono entrare nei giudizi politici e amministrativi che riguardano lo sviluppo urbanistico della città. E ha ragione, perché alcuni passaggi dei documenti della Procura riferiti dalla stampa mettono in luce giudizi su tale sviluppo urbanistico che non hanno nulla a che fare con la ricerca dei reati.

Se l’espansione urbanistica è eccessiva verrà giudicata dai milanesi alle prossime elezioni amministrative, ma non può essere oggetto di giudizi della magistratura, che, ancora una volta, travalica i limiti concessi al proprio operato. Non può essere la Procura a dirci se un piano urbanistico sia buono oppure no. Si limiti, la Procura, a verificare se sono stati commessi reati oppure no.

Purtroppo, a fronte di questa tentazione invasiva in atto in tanta parte della magistratura, occorre anche denunciare la debolezza cronica della politica, che non riesce a contrapporre un alt alla tendenza qui sottolineata. Si tratta di una debolezza che risale a quando il presidente Scalfaro, negli anni di Mani pulite, si rifiutò di firmare un decreto che avrebbe distinto tra attività messe in atto per il necessario finanziamento ai partiti e attività tese solo all’arricchimento personale. Quel fatale rifiuto fece arretrare drammaticamente la politica, che accettò poi di farsi trattare come una banda di ladri e basta. La politica accettò anche di rinunciare a uno dei pilastri della libertà politica che è il diritto all’immunità. Quel complesso di inferiorità della politica sembra continuare, anche di fronte ai tanti pericoli che la circondano. E a questo proposito vorrei aggiungere qualche osservazione molto preoccupata.

A chi appartiene la sovranità?

Il comma 2 dell’articolo 1 della Costituzione afferma solennemente che «la sovranità appartiene al popolo». Ma è proprio così? Oppure: è ancora così? La debolezza della politica me lo fa dubitare. Mi spiego. Negli ultimi anni del secolo scorso, a partire da Tangentopoli, come ho appena accennato, la politica ha ceduto le armi di fronte alla magistratura. E questo cedimento continua, anche se la riforma che dovrebbe portare alla separazione delle carriere parrebbe andare in senso inverso (ma ho notato che molti ne dubitano).

Ma ci sono altri muri di fronte ai quali la politica mi sembra fare passi indietro. Mi riferisco, per esempio, alla scienza, in nome della quale (e non della politica) vengono prese molte decisioni da parte delle istituzioni. Clamoroso è quanto avvenuto nel periodo del Covid, dove a dominare è stata, appunto, la scienza (o sedicente tale) e non la politica. In quel periodo nessuno ha ricordato che la sovranità spetta al popolo. In nome della scienza (e non del popolo) sono state assunte decisioni che ora si stanno dimostrando anche poco scientifiche. Ma la politica si era arresa alla scienza, dimenticando quanto l’articolo 1 della Costituzione stabilisce.

Ma non basta. È la politica che ci governa in nome della sovranità del popolo oppure a governarci è il “mercato”? La politica tiene conto veramente di ciò che il popolo desidera oppure si fa dettare i passi unicamente dall’andamento delle borse mondiali, che spesso sono determinate da interessi molto particolari e non dal “bene comune”? La sovranità è del popolo o dei mercati? La stessa cosa si potrebbe dire della tecnologia: governa la tecnologia o la politica in nome del popolo?

Mi sembrano tutte questioni molto serie, che occorre affrontare in modo adeguato e, a mio parere, urgente. Forse molti non vanno più a votare anche perché si stanno accorgendo della sostanziale debolezza della politica. Si tratta, allora, di decidere se vogliamo essere governati da istituzioni espressioni della sovranità del popolo oppure da oligarchie espressioni della magistratura o della scienza o del mercato o della tecnologia. In altre parole: vogliamo essere veramente liberi oppure essere strumenti imbelli di poteri non limpidi? In nome del popolo e della democrazia, politica svegliati!

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2 commenti

  1. Guido Patrone

    Zola individua in modo esattissimo in “magistratura, mercato, scienza, tecnologia” alcuni degli “agenti di esproprio” di sovranità.
    Ad essi aggiungerei la stretta soffocante delle istituzioni europee, cosí come si sono affermate nella prassi regolatoria (vedi il devastante Green Deal): a tal proposito, sono contrario all’abolizione del voto all’unanimità, fortunatamente ancora in vigore in non so quale organismo europeo, A MENO CHE l’eventuale voto a maggioranza non venga circoscritto a materie ben precise e limitate, formulate in base al principio di sussiduarietà e senza neanche sfiorare l’ambito dei cosiddetti “nuovi diritti” (o “capricci”?).
    Sono però convinto che la riforma costituzionsle della giustizia, se poi approvata da noi nel necessario referendum confermativo, contribuirà in modo sostanziale a ridurre l’esproprio di sovranità in atto da parte della magistratura (militante e corporativa) da 30 anni e più.
    Questo Governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene stanno riguadagnando alla politica gli spazi che le competono, pena lo svuotamento sistanziale della vita democratica.
    Purtroppo il centrismo su questo ha miseramente fallito.

  2. GUIDO RAINOLDI

    Condivido completamente quanto scritto da Beppe Zola. La questione è : a chi tra i politici rivolgersi per far valere queste affermazioni ? E’ solo ricostruendo una intesa condivisa capace di dialogo che si potrà risalire la china ! Padre di sei figli e nonno di 13 nipoti, non ho mai smesso di votare. Bisogna avere il coraggio di opporsi alla deriva relativista e tornare alle radici genuine della convivenza civile. Sarò lieto di dare un contributo a chi avrà la forza di continuare a testimoniare la verità e la bellezza delle proprie radici cristiano democratiche !

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