«Come si può condannare una persona già assolta due volte?», si è domandato il ministro Nordio. Un bel problema per noi diavoli, se il dubbio diventa la via della giustizia
Alberto Stasi, dopo aver scontato quasi 11 dei 16 anni di condanna per l’omicidio dell’ex fidanzata Chiara Poggi a Garlasco, ha lasciato sabato scorso 13 giugno il carcere di Bollate per espiare la pena residua in affidamento in prova ai servizi sociali (foto Ansa)
Mio caro Malacoda, mi ero ripromesso di non interessarmene, di non leggerne, di non parlarne; continuavo a ripetermi: «Su Garlasco non ci casco», però alla fine devo cedere anch’io. In fondo non sono meglio di Oscar Wilde, come lui «posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni». Non mi salva l’essere il re dei tentatori. Si tratta del classico caso in cui gli allievi (cronisti, commentatori, voyeur d’ogni sorta) superano il maestro. Intercettazioni, soliloqui, appunti, impronte, pagamenti in nero… potevo restarne fuori? Non parlerò della colpevolezza dell’uno o dell’altro (niente nomi, siamo inglesi), rifletti piuttosto su una conseguenza linguistica e metodologica che per noi è questione di vita o di morte.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha detto: «Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta due volte da una Corte d’Assise e da una Corte d’Appello?». Questo è infatti successo a colui ...
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