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Grand Guignol Garlasco

Di Emanuele Boffi
16 Maggio 2026
Un caso di cronaca nera trasformato in serie tv. Ogni giorno una puntata, ogni ora un dettaglio, ogni minuto una rivelazione. Un grande show prima del processo, a prescindere dal processo e spesso anche contro il processo
Un frame del video della ricostruzione in 3D del delitto di Garlasco negli atti di chiusura delle indagini (foto Ansa)
Un frame del video della ricostruzione in 3D del delitto di Garlasco negli atti di chiusura delle indagini (foto Ansa)

Dai tempi del Grand Guignol – il teatro parigino dove il pubblico andava a godersi sangue, orrori e macelleria scenica – gli spettatori hanno sempre avuto un debole per il macabro. Ma era teatro: una finzione dichiarata, una rappresentazione. Si entrava sapendo che qualcuno sarebbe stato accoltellato, sgozzato o fatto a pezzi. Poi si tornava alla tranquillità della propria casa.

Oggi no. Oggi il Grand Guignol è permanente: funziona h24, sette giorni su sette. Ha traslocato nei media, nelle televisioni, nelle notifiche e nei social. Ha una platea planetaria e un palinsesto inesauribile. Ogni giorno una puntata, ogni ora un dettaglio, ogni minuto una rivelazione.

Il “caso Garlasco” è solo l’ultimo episodio di cronaca nera trasformato in serie tv. Un caso controverso, ora riaperto, in cui gli indizi, il colpevole, il sospettato, i soliloqui, i foglietti d’appunti (non c’è caso senza pizzino), il video, le ricostruzioni con l’Ai della dinamica del delitto (upgrade dei plastici di Bruno Vespa) sono gli effetti speciali atti a sbalordire lo spettatore. E come una serie tv, in cui è necessario un colpo di scena a fine puntata per tenere desta la curiosità, così anche per Garlasco ogni giorno ha la sua “rivelazione”.

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Il diritto di difesa

È tutto un grande show: prima del processo, a prescindere dal processo e spesso anche contro il processo. E c’è da scommettere che lo diventerà anche dopo, quando qualcuno trasformerà questa storia in un podcast, poi in una serie, infine in un film. Un’inchiesta pasticciata fin dall’inizio e un iter processuale zigzagante (cui s’aggiunge una guerra tra magistrati) hanno fatto il resto, attizzando la curiosità morbosa di una stampa che non rispetta più alcun limite.

L’ultima linea rossa superata è stata quella del programma Quarta Repubblica che ha diffuso l’audio di una telefonata del 6 settembre 2007 tra Alberto Stasi e il suo avvocato dell’epoca, Angelo Giarda. L’audio è poi stato rimosso dal sito della trasmissione, ma resta un fatto incredibile, giustamente stigmatizzato dalle Camere penali con una dura nota:

«Se il cittadino non può avere la certezza che le proprie conversazioni con il difensore restino sottratte alla diffusione pubblica, viene inevitabilmente compromessa la pienezza stessa del diritto di difesa garantito dalla Costituzione».

Se al referendum

Quando questo giornale s’è impegnato pubblicamente per il sì al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, aveva già avvertito che, qualunque fosse stato l’esito del voto, certe problematiche non sarebbero state risolte. Forse, con una vittoria del sì, si sarebbe potuto – di riflesso – mettere un freno a questo indecoroso spettacolo, ma la sostanza, purtroppo, non sarebbe cambiata.

Il caso Garlasco conferma una nostra intuizione: la riforma che nessuno affronterà mai davvero è la separazione delle carriere tra magistrati e giornalisti. Perché ormai i primi producono materiale e i secondi lo spettacolarizzano. Il Grand Guignol continua ad andare in scena. Il “tutto esaurito” è garantito.

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