La grande corsa verso l’eutanasia di Stato

Di Emanuele Boffi
09 Luglio 2025
La sentenza della Consulta, il referendum dei radicali, gli articoli sui giornali. C’è una pressione fortissima per introdurre la dolce morte in Italia. Addirittura accusando di «filosofia dell’hitlerismo» chi è contrario
Marco Cappato consegna in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, Roma, 5 giugno 2025 (foto Ansa)
Marco Cappato consegna in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, Roma, 5 giugno 2025 (foto Ansa)

Non passa giorno che sui grandi giornali non compaiano articoli favorevoli all’eutanasia e al suicidio assistito. La pressione affinché si legiferi è fortissima e gli strumenti utilizzati per sollecitare un intervento del Parlamento sono sempre gli stessi: iniziative radicali, sentenze di corti e tribunali, media.

L’Associazione Luca Coscioni ha annunciato di aver raccolto le 50 mila firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare sull’eutanasia. Mentre, quindi, in Italia si discute ancora di suicidio assistito, della costituzionalità delle leggi regionali e il Parlamento si interroga su “come” scrivere una norma delicata e piena di insidie e controindicazioni, i radicali sono già allo step successivo: l’eutanasia.

La mossa è a tenaglia perché nel frattempo, come vi abbiamo già raccontato, alla Corte costituzionale è stato presentato il caso di “Libera”, nome di fantasia di una donna toscana che ha chiesto la dolce morte.

Compassione e resa

Lo spot a favore dell’interruzione volontaria o assistita della vita non conosce pause. Domenica 6 luglio sul Corriere della Sera, nella pagina dei commenti, è stato pubblicato un intervento del giurista e poeta Niccolò Nisivoccia (“La legge e il diritto alla compassione”) che, sin dal titolo, argomentava a favore di una legge sul fine vita in nome del più nobile dei sentimenti umani: la compassione.

«Sarebbe bello che la legge, da parte sua, si dimostrasse capace di riconoscerne la dignità d’essere anche nel momento più estremo, accogliendone appunto anche il dolore, facendolo proprio. Ecco, questo dovrebbe fare la legge, ora come sempre: essere capace, umanamente, di compassione. Saper includere il limite, e saper dichiarare, di là da quel limite, anche una resa».

Corte costituzionale
Il palazzo della Corte costituzionale, Roma (foto Ansa)

Una fine dignitosa

La “bellezza della resa”: ecco la nuova argomentazione su cui si incardina il ragionamento di chi è favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. Sul concetto si è molto impegnato anche lo psicanalista Massimo Recalcati che su Repubblica (“Il rispetto per una fine dignitosa”) ha insistito sul fatto che

«la resa di chi decide per la propria morte di fronte all’inesorabilità del male non è un atto di viltà ma una presa d’atto di una sconfitta drammatica che merita tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà. Come si fa a non capire? Come si fa a imporre ad altri la nostra misura della vita? Come si può costringere altri a vivere una vita che non è più la loro e che assomiglia giorno dopo giorno sempre più alla morte?».

È con questo nuovo refrain – molto sentimentale e ben poco razionale – che ci vogliono convincere di quanto sia buona e bella la morte procurata dallo Stato. Una richiesta di morte che è diventata «un’esigenza collettiva» perché «la legge sul biotestamento non è sufficiente» e i malati sono «costretti all’esilio in Svizzera».

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Filosofia dell’hitlerismo

Solo dei sadici potrebbero opporsi. Solo chi è senza cuore non vuole colmare il «vuoto legislativo». Di più, scrive ancora Recalcati:

«Solo la filosofia dell’hitlerismo, solo coloro che credono che la vita sia puro acciaio destinato a non piegarsi mai, possono escludere la possibilità umanissima della resa».

Ora. Col massimo rispetto per la grande cultura e l’umanistica e illuminata intelligenza del professor Recalcati, vorremmo fargli notare che l’accostamento tra pro life e «filosofia dell’hitlerismo» non è dei più calzanti. Non fosse altro perché fu proprio il regime nazista a dare vita ad Aktion T4, programma di eutanasia che nel nome della «compassione» sopprimeva gli inguaribili, i disabili e le «vite indegne di essere vissute».

Insomma, già altri, prima di Nisivoccia e Recalcati, hanno provato a convincerci dei meravigliosi vantaggi della “resa” gestita dallo Stato. Non è finita bene.

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