Il problema di Sala non è giudiziario, ma politico

Di Matteo Forte
23 Luglio 2025
La fine anticipata del mandato del sindaco meneghino è solo rimandata. Pd e M5s invocano un «cambio di passo», ma sono loro ad avere gettato le basi per le storture urbanistiche di Milano
Beppe Sala ha dichiarato che non si dimette da sindaco di Milano perché crede «nelle qualità dei milanesi»
Beppe Sala ha dichiarato che non si dimetterà da sindaco di Milano perché crede «nelle qualità dei milanesi» (foto Ansa)

Penso che la fine anticipata del mandato di Beppe Sala sia solo rimandata. Sono lo stesso Sala e Giancarlo Tancredi ad averlo detto, neanche troppo tra le righe, nella seduta con cui il primo cittadino ha riferito all’aula di Palazzo Marino dopo la notizia diffusa a mezzo stampa della sua iscrizione nel registro degli indagati. Entrambi sono stati molto chiari sul destino politico dell’attuale giunta milanese.

Sala aspetta la sinistra al varco

Il primo perché ha detto di aspettare al varco il centrosinistra sul progetto di nuovo stadio, con il carico di contraddizioni irrisolte tra ambientalisti duri e puri e chi si rende conto che solo con grandi investimenti privati si può rigenerare un intero quadrante della città («Se su queste basi la maggioranza che mi sostiene c’è – e c’è coraggiosamente, con responsabilità e cuore – in antitesi a credere, obbedire e combattere, come affermava Antonio Greppi, io ci sono»).

Il secondo, per il quale c’è addirittura una richiesta d’arresto che lo ha portato a rassegnare le dimissioni, dicendosi «deluso» dalle forze di maggioranza e considerandosi «capro espiatorio» sacrificato in nome di una nuova fase urbanistica. È del tutto evidente che quanto successo nell’aula del Consiglio comunale di Milano lascerà nei prossimi mesi ferite aperte che difficilmente si rimargineranno e faranno esplodere tutti i contrasti interni.

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Le responsabilità di Pd e M5s

Del resto, è proprio sull’urbanistica che si scontrano diverse posizioni che indeboliscono non tanto il centrosinistra, quanto la città. Prendiamo l’annoso tema della ristrutturazione edilizia, da cui sono partite le inchieste della procura di Milano. La ridefinizione di “ristrutturazione edilizia” è contenuta nell’art. 3 del decreto-legge “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”. Il governo giallo-rosso nel 2020, per semplificare e accelerare le procedure amministrative in vista del rilancio delle attività economiche dopo il Covid, volle precisare in merito: «Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi altresì gli interventi di demolizione e ricostruzione di edifici esistenti con diversi sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche».

Di più: una successiva circolare firmata dalle allora ministre De Micheli (Pd) e Dadone (M5s) conferma poi che questi interventi sono sottoposti «al regime della segnalazione certificata di inizio attività (Scia)».

Cioè, se si è potuto tirar su un grattacielo laddove c’era un garage, e lo si è potuto fare con una semplice Scia, è perché l’hanno deciso Pd e M5s. Eppure, gli stessi oggi si accorgono che Milano è diventata una città per ricchi, sempre più esclusiva ed escludente e dove proprio sul tema casa si acuiscono quelle disuguaglianze cresciute sotto le giunte Pisapia e Sala. Ma se proprio sotto la produzione normativa locale e nazionale di Pd e M5s si sono prodotte le storture che tutti riconoscono, qual è il «cambio di passo» che la sinistra chiede ora a Sala per proseguire l’avventura a Palazzo Marino? E perché i loro alleati grillini del campo largo parlano come se non c’entrassero nulla?

Lo Skyline di Porta Nuova a Milano
Lo Skyline di Porta Nuova a Milano (foto Ansa)

Il caos che paralizza Milano

Perché Patuanelli stigmatizza una «gestione della cosa pubblica consapevolmente spinta a vantaggio quasi totale degli interessi privati», se quelle norme le ha avallate pure lui quando sedeva nel Consiglio dei ministri? Dem e 5 stelle si pentono di quanto fatto insieme solo cinque anni dopo? Ma è questo atteggiamento a generare proprio quel caos per cui oggi la città è già paralizzata. È l’incertezza del diritto allo stato puro! E questa è una responsabilità politica, non penale.

Non penso che chi ha ricoperto incarichi di giunta in questi quattordici anni sia un criminale – questo semmai dovrà dimostrarlo la Procura, che però da Tangentopoli in poi ci ha anche abituati a polveroni sollevati sotto i quali è rimasto ben poco, ad eccezione dello sputtanamento a mezzo stampa difficile da superare. Se chi ha sostenuto il Conte bis crede nella correttezza di quelle norme che ha applicato, allora le difenda con le unghie e con i denti. Viceversa, battere i tacchi a ogni sospiro del Palazzo di Giustizia, cambiare le regole in corsa e scaricare periodicamente i funzionari che le hanno applicate genera solo incertezza e paralizza la macchina amministrativa e blocca gli investimenti in città.

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Il problema di Sala è tutto politico

Ha ragione la nostra premier, Giorgia Meloni, quando dice che tra inchieste giudiziarie e dimissioni non ci deve essere nessun automatismo. Così come ha ragione il ministro Nordio quando chiede al Pd di dire cosa ne pensa del fatto che, se non sono scattate le manette “facili” per l’assessore Tancredi, è grazie alla sua riforma che ha introdotto l’interrogatorio di garanzia della libertà dell’indagato. Sala, quindi, non si deve dimettere per le inchieste.

Il suo problema, infatti, non è giudiziario. È tutto politico: il timore reverenziale per la magistratura da parte della maggioranza di Palazzo Marino, la paura nel difendere le norme che i giallo-rossi han fatto e il ricatto moralista di certa sinistra col complesso di superiorità, di berlingueriana memoria, gettano le premesse per una città che nei prossimi anni sarà segnata dalla decrescita infelice. Sostenere prima, come pure ha fatto Sala, il “Salva Milano” per tutelare i tecnici del Comune che hanno seguito quelle regole e norme urbanistiche ricordate, e poi d’un tratto apostrofarli come «mele marce» e fare marcia indietro sulla legge tanto invocata, arreca un danno irreparabile alla macchina amministrativa.

Tanto che negli uffici non c’è più un funzionario disposto a firmare nulla. Le 40 mila persone che hanno acquistato una casa in cui non possono più entrare, i quasi 500 cantieri bloccati, i 12 miliardi di mancate opere temo siano solo l’antipasto di una situazione politica che, per ora, si è deciso di cristallizzare.

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1 commento

  1. Gabriele Bonfrate

    Da milanese “scappato” all’estero vedere la mia Milano ridotta in questo modo mi stringe il cuore. Ancora più triste è vedere il centrodestra incapace di produrre una proposta culturalmente ed amministrativamente solida, in grado di correggere, cambiare e soprattutto tenere testa ad una procura arrogante e straripante. L’Italia resta comunque uno dei posti migliori per le vacanze….

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