In città non comanda il sindaco, ma l’inquisitore

Di Emanuele Boffi
19 Luglio 2025
In un'intervista l'ex primo cittadino di Milano Albertini racconta che era il capo della Procura Borrelli a dargli l'ok per le nomine. Trent'anni dopo, non abbiamo ancora trovato l'antidoto al virus giustizialista
Beppe Sala
Il sindaco di Milano Beppe Sala (foto Ansa)

Nel caso servisse una conferma, l’altro giorno l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini ha tolto ogni dubbio su chi comandi in Italia. Albertini è stato primo cittadino tra il 1997 e il 2006 e, se oggi Milano è considerata l’unica città europea italiana, il merito è soprattutto suo e della sua giunta, che avviò tutti quei lavori che la rendono ciò che è oggi. Ereditò una città depressa dopo il ciclone Mani Pulite e la rese di nuovo grande.

Intervistato l’altro giorno dal Corriere della Sera sulla recente inchiesta urbanistica che ha portato a indagare il sindaco Beppe Sala e altre 73 persone, Albertini ha invitato alla cautela nei giudizi, a non farsi trascinare dall’emotività e dai titoli di giornali, ad aspettare prima di scambiare un avviso di garanzia per un atto di condanna.

Resta una domanda fondamentale: come è possibile che la giunta Albertini abbia trasformato la città (metropolitana, Scala, interi quartieri…), abbia investito «oltre 6 miliardi di euro in opere pubbliche», abbia catalizzato «più di 30 miliardi di investimenti urbanistici da parte di soggetti privati» senza ricevere «un solo avviso di garanzia»?

Gabriele Albertini
L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini (Foto Ansa)

La “legge Severissimo” di Albertini

La risposta serafica di Albertini andrebbe fatta studiare nelle scuole di politica:

«Sono stato giacobino e giustizialista per necessità, nel momento in cui abbiamo dovuto espandere l’investimento privato per cambiare la citta».

Cioè:

«Abbiamo adottato una linea durissima. C’era la legge Severino, io ho messo in pratica la “legge Severissimo”: niente incarichi a chi aveva ricevuto anche solo un avviso di garanzia. E c’era un rapporto di trasparenza con la Procura. Quando presentavo dei nomi, il procuratore Borrelli mi avvisava se fossero sotto indagine, anche in modo riservato e anche se le indagini non erano ancora note».

Non penso che il lettore abbia bisogno di una chiosa a margine per comprendere quanto questa dichiarazione sia rivelatoria di come funzionano le cose in Italia. Sulla Stampa Mattia Feltri l’ha efficacemente riassunta così: «La dottrina, quasi eversiva ma senz’altro efficace, è che, per non finire inquisito, il sindaco deve lasciar fare il sindaco all’inquisitore».

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L’antidoto al virus giacobino

Gli eufemismi di Albertini («rapporto di trasparenza», «in modo riservato») ci raccontano bene la sostanza di cosa è, da trent’anni, il rapporto tra politica e magistratura. La prima è ostaggio della seconda, che si può permettere, mentre dai pulpiti predica moralità e legalità, di fottersene delle leggi e di far sapere («in modo riservato», vabbè) chi l’amministratore della res pubblica può nominare e chi no, solo perché «indagato» (indagato! nemmeno imputato o condannato).

Albertini sostiene che fu costretto dalle circostanze a comportarsi in modo «giacobino», ma siamo così sicuri, trent’anni dopo quella stagione, di aver trovato un antidoto al virus giustizialista che allora infettò gli equilibri tra poteri dello Stato? La risposta è davanti ai nostri occhi e, anche senza voler rifare la storia patria degli ultimi sei lustri, basta constatare quante polemiche ancora susciti la sacrosanta riforma del reato di abuso d’ufficio o, caso di questi giorni, che Sala abbia saputo di essere indagato prima dal Corriere che dalla Procura.

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Meloni meglio di Schlein

La verità è che Mani Pulite è una stagione della nostra storia che è finita, ma non è mai stata risolta. Sala riferirà lunedì in Consiglio comunale e sarà interessante ascoltare le sue parole, ma intanto va registrato l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si è esposta pubblicamente in favore del sindaco in modo ben più deciso della segretaria del Pd Elly Schlein.

Non è un fatto scontato, soprattutto tenendo conto che un certo tic giustizialista è sempre stato proprio della destra italiana (a lanciare monetine a Craxi davanti all’Hotel Raphael c’era gente di sinistra, ma anche leghisti e missini). Che il garantismo non dipenda dal colore politico dell’indagato è, almeno, una buona notizia.

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