Lo scontro sul suicidio assistito continua

Di Piero Vietti
23 Luglio 2025
In attesa della sentenza della Consulta sull'eutanasia, il centrodestra mette paletti più rigidi alla legge sul fine vita. A Perugia la giornalista Laura Santi si auto-somministra un farmaco letale dopo l'ok dell'Asl
Cappato Suicidio Assistito fine vita eutanasia
Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, durante una manifestazione di raccolta firme per una legge sull'eutanasia (foto Ansa)

È attesa per questi giorni la sentenza della Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità dell’articolo 579 del codice penale, quello che punisce l’omicidio del consenziente, vietando di conseguenza l’eutanasia. Pronta, è agli ultimi controlli nei passaggi burocratici della Consulta. La questione è quella sollevata dal Tribunale di Firenze lo scorso aprile, e ha ad oggetto la costituzionalità del divieto di eutanasia nei casi in cui il malato si trovi nelle condizioni di chiedere il suicidio assistito (patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, capacità di decisioni libere e consapevoli, trattamento di sostegno vitale), ma non possa accedervi per impossibilità fisica, indisponibilità dei mezzi o per avere scelto un’altra modalità che non è disponibile.

Difficile immaginare che la Consulta accolga la questione di legittimità e non solo perché per ora sembra che i giudici supremi abbiano lasciato alle spalle la fase in cui, con alcune sentenze di apertura sul suicidio assistito e addirittura gli appelli al legislatore perché normasse la materia, si erano di fatto sostituiti al Parlamento dando però una direzione ben precisa alla questione.

Suicidio assistito, oggi il testo in Parlamento

In attesa di vedere se (e come) la Corte Costituzionale rigetterà il tentativo del giudice di Firenze di introdurre l’eutanasia in Italia, il Parlamento discute la legge sul fine vita proposta dalla maggioranza. Si comincia dalle Commissioni riunite, dove approderà un ddl su cui pendono oltre 140 emendamenti, quasi tutti delle opposizioni, si concluderà – forse – dopo l’estate. Le prime bozze, già contestate da sinistra e Radicali, sono diventate un testo in cui Fratelli d’Italia ha inserito numerosi paletti per regolamentare l’accesso al suicidio assistito. Gli emendamenti proposti dal partito di Giorgia Meloni, infatti, chiedono che sia «vietato ogni atto di eutanasia» e che non vengano create strutture «che forniscono, esclusivamente o in via preponderante, ausilio o danno esecuzione all’aiuto al suicidio».

Come riportato lunedì dal Corriere della Sera, «le altre modifiche riguardano poi il Comitato nazionale, organismo incaricato di valutare le richieste di chi vuole accedere al fine vita e quindi che non è punibile chi lo aiuta. Per FdI, il parere del Comitato deve essere non solo “obbligatorio” ma “anche vincolante” e “non impugnabile davanti all’autorità giudiziaria”».

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Il suicidio di Laura Santi

Secondo Pd e Radicali questo testo rappresenterebbe addirittura un passo indietro rispetto alla situazione attuale. Situazione attuale che ha permesso alla giornalista e attivista dell’Associazione Luca Coscioni Laura Santi, proprio ieri, di accedere al suicidio assistito e morire. La donna perugina aveva 50 anni e soffriva di una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla: dopo una richiesta alla sua Asl di riferimento (e una serie di corsi e ricorsi durati tre anni) lo scorso autunno aveva ottenuto il via libera per auto-somministrarsi il farmaco letale. Proprio il ruolo del Sistema sanitario nazionale è al centro del dibattito sulla norma in discussione da oggi in Parlamento: è la “morte di Stato” la via per normare il fine vita?

Una volta fatta una legge sul suicidio assistito inizia il piano inclinato

Come abbiamo scritto spesso, il rischio di fare una legge è che «una volta approvata (anche la migliore), si metteranno dei paletti a quella zona grigia in cui si muove la libertà del medico, del paziente e dei familiari. Anziché più libertà, se ne avrà meno. Come procede la biglia sul piano inclinato, lo sappiamo tutti».

È vero però che le sentenze della Corte Costituzionale, lo zelo “radicale” di alcuni giudici e le fughe in avanti delle Regioni già hanno prodotto conseguenze mortifere. Il tutto in un clima di pressione politica, mediatica e culturale quasi a senso unico. Partendo da questi presupposti, e con il vescovi italiani che ammettono la possibilità di una legge (anche se «non è sufficiente», ha detto il vescovo e vicepresidente della Cei Francesco Savino), la maggioranza sta provando a redigere un testo che, nonostante inevitabili contraddizioni, metta margini impossibili da superare con interpretazioni estensive (significativa la preoccupazione di certi media mainstream che denunciano manovre di “cattolici conservatori” dietro alla stretta degli ultimi giorni da parte di Fdi).

La breccia è stata aperta

In ogni caso, la breccia è stata aperta e, ovunque questo è accaduto, poi – a volte più velocemente, a volte più lentamente – la faccenda è degenerata. Introducendo il nostro incontro a Caorle (“Buona morte, pessima idea”), Leone Grotti ha elencato una serie di numeri che documentano questo fenomeno: «In Belgio c’è stato un aumento dei casi del 16 mila per cento in 20 anni, erano 24 nel 2002 e sono diventati 3.991 nel 2024. In Olanda i casi sono aumentati di oltre il 400 per cento, dai 1.882 del 2002 ai 9.958 del 2024. In Canada si è passati dai mille casi circa del 2016 ai 15.300 del 2023, ovvero un aumento del 1.430 per cento».

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Dopo l’introduzione della legge, con gli anni, ciò che prima era considerato tabù, poi ammesso solo in un numero ristretto di casi, diventa “normale”. Così crescono i numeri e la casistica. Come ha fatto notare lo stesso Grotti, oggigiorno in «Olanda e Belgio non sono soltanto coloro che sono in fin di vita a ottenere l’eutanasia, ma tutti coloro che ritengono soggettivamente di soffrire in modo insopportabile, ormai quasi a prescindere dalla patologia da cui sono affetti e dal numero di anni che gli restano ancora da vivere, che spesso sono anche dieci, venti o trenta».

Il piano inclinato dei diritti

È la fine che fanno tutte le biglie posizionate sul piano inclinato. Una volta che la decisione sull’interruzione delle cure è sottratta al libero confronto tra paziente, medico e familiari, essa diventa una questione protocollare. Per questo qualunque sia la legge cui si arriverà in Italia, essa, inevitabilmente, non farà altro che allargare la breccia aperta dalla sentenza della Corte Costituzionale sul caso dj Fabo. Una volta che la vita non è più considerata un bene da tutelare, è solo questione di tempo prima che si moltiplichino i casi in cui può essere interrotta.

Per non parlare, poi, di cosa dovrebbe insegnarci la storia recente. La legge 194 sull’interruzione di gravidanza prevede la tutela della maternità e la rimozione delle cause che avrebbero portato la donna a tale scelta: una parte inapplicata da quasi cinquant’anni. La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, frutto di un lungo lavoro di compromesso, nonostante sia stata sottoposta a uno dei referendum più ideologici e meno partecipati della storia repubblicana, è poi stata smontata pezzo per pezzo dalle sentenze dei tribunali.

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3 commenti

  1. Guido Patrone

    È veramente stupefacente e segno di una civiltà profondamente MALATA questa pervicace volontà a sottoporre a protocolli deresponsabilizzanti il sacro recinto di paziente, familiari (e medici) nella cura di malattie, e vecchiaia, laddove faccia capolino la possibilità di morire per il paziente.
    Per quanto riguarda me stesso e i miei cari, prego di poter morire in casa mia, con eventuale attenuazione del dolore ma senza che mi venga tolta la coscienza.
    Prego inoltre che sul mio volto irrigidito e freddo rimanga un anche tenue sorriso, come ultima carezza ai miei cari: il sorriso di aver intravisto l’inizio di un’altra vita mentre starò lasciando questa, possibilmente circondato da chi mi vuol bene.
    Come dite a Tempi in altri articoli, siamo però in un vicolo cieco sul fronte collettivo.
    Mi associo con quanto scritto dalla famiglia Rocchi nel primo commento a questo articolo.
    Lasciamo che i morti (i giudici) seppelliscano i loro morti e si prendano questa responsabilità, caso per caso.
    Oppure, unica alternativa, sfidiamo questa
    civiltà ammalata e stabiliamo per legge che aborto, suicidio assistito ecc. NON SONO
    DIRITTI.
    Depenalizziamoli pure MA chi li vuole se li paghi pure lui in Svizzera o se li faccia pagare da Cappato e vi si faccia portare lui.
    Non se li faccia pagare con le nostre tasse, facendo annegare l’Italia e tutti noi in questa civiltà malata.
    È ora che lo Stato sia cacciato fuori da molti ambiti in cui si pretende che entri per pagare con le tasse di tutti noi presunti diritti che aumentano a dismisura.
    Come centrodestra occupiamoci della vita

  2. ROCCHI FAMIGLIA

    Come mostrano i numeri presentati a Caorle da Grotti è una pura illusione pensare di approvare una legge che legalizzando il diritto al suicidio non scivoli presto nell’eutanasiasenza limiti. I tanto auspicati paletti non possono funzionare e chi propone oggi la legge lo sa e si prepara semplicemente a dare la colpa ai pro choice che forzeranno la mano e ai giudici che li asseconderanno. Troppo comodo. In realtà anche una legge che legalizzasse un solo suicidio assistito sare intrinsecamente ingiusta. Dal momento che non esiste nessun obbligo di fare una legge lasciamo che i giudici costituzionali si assumano la responsabilità di queste morti ingiuste e di quelle che seguiranno per colpa della loro ingiusta sentenza. Il centrodestra, se facesse la legge, qualsiasi legge, tradirebbe il suo elettorato. Abbia il coraggio di resistere e promuovere una grande azione per l’accesso di tutti alle cure palliative. Manderebbe un grande segnale politico in difesa dei sofferenti e di indipendenza vera da una magistratura che pretende di farsi legiferante. Altrimenti dovrà mettere in conto le conseguenze politiche delle sue scelte alle prossime elezioni.

  3. Marco Zappa

    La caratteristica che sfruttano i radicali è la depressione che prende i malati soprattutto nei casi di malattia grave cronica. È questa quella sofferenza insopportabile cui fanno riferimento per rivendicare la scelta di terminare la propria vita. Depressione e cinismo sono la ricaduta più prevedibile sull’ intera società e quindi anche sulla vita dei ” sani” di una legislazione che ammetta suicidio assistito ed eutanasia.

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