Il Regno Unito è un Paese cristiano ma se lo dici vieni licenziato

Di Caterina Giojelli
14 Dicembre 2025
Un maestro ricorda in classe che la Gran Bretagna è cristiana, il Re è capo della Chiesa e l’Islam è minoranza. E finisce travolto da denunce, sospensioni e indagini. Così dire la verità è diventato un reato
Veduta iconica della Cattedrale di St Paul a Londra, immortalata dal Millennium Bridge all'imbrunire
Veduta iconica della Cattedrale di St Paul a Londra, immortalata dal Millennium Bridge all'imbrunire (Foto di Anthony DELANOIX su Unsplash)

Che un detective dell’unità abusi sui minori abbia dovuto perdere tempo a verificare se ricordare l’esistenza della Chiesa d’Inghilterra costituisca un crimine è già abbastanza tragico. Che il meccanismo del safeguarding (progettato per garantire che i bambini possano imparare in un ambiente sicuro) sia stato usato come clava contro un professore colpevole di dire la verità, e non bugie, ai propri alunni lo è ancora di più.

Il caso dell’insegnante londinese licenziato per aver ricordato a un alunno musulmano che «la Gran Bretagna è ancora uno Stato cristiano» non sarà quello del classico profanatore di “pronomi preferiti”, ma, quanto a conseguenze drammatiche, ha da fare concorrenza alle tante vittime della scuola inglese concepita come laboratorio di attivisti e con i bambini ridotti a cavie di un nuovo genere fantasy.

Spiega agli alunni che il Regno Unito è cristiano e viene licenziato

Ricapitoliamo i fatti. In una scuola primaria laica della capitale, alcuni bambini musulmani si lavano i piedi nei lavandini comuni prima della preghiera. La scuola vieta da tempo le preghiere nel cortile e, di conseguenza, le abluzioni rituali nei bagni condivisi: per questo ha messo a disposizione dei ragazzi una stanza apposita per pregare. L’insegnante richiama all’ordine i ragazzi, parla di tolleranza (valore britannico sancito dalla legge) e aggiunge che il Regno Unito è ancora uno Stato cristiano. Che il Re è capo della Chiesa d’Inghilterra e che l’Islam è tuttora una religione di minoranza nel paese.

Apriti cielo. Denuncia, sospensione, licenziamento, indagine di polizia per hate crime, con l’ispettore capo della squadra abusi sui minori, segnalazione al comitato di tutela. Siamo all’inizio del 2024. L’insegnante viene inserito nella lista nera dei docenti che non possono lavorare con i bambini. Motivo? Rischia di causare “danni emotivi”.

Solo dopo mesi di calvario la Teaching Regulation Agency archivia tutto: nessuna colpa, nessun caso. L’insegnante vince l’appello, trova un altro posto e ora fa causa al municipio con l’aiuto della Free Speech Union. Fine della storia? Non esattamente.

L’insegnante ha fatto solo il suo lavoro

Quello dello “sfortunato” insegnante inglese (contro il quale sono state raccolte le dichiarazioni scritte di tre bambini, valutate da un funzionario di tutela, un assistente sociale, un consulente delle risorse umane, il preside della scuola, la polizia, e una équipe che ha concluso: il maestro è colpevole di “commenti islamofobi offensivi sull’Islam”) non delinea solo un eccesso britannico di political correctness.

E non solo per quel dettaglio cruciale, passato inosservato e su cui ha insistito solo Spiked: preoccupato per il bullismo settario tra gli studenti musulmani – ragazze prese in giro perché senza velo, ragazzi criticati per non digiunare come gli altri – il docente non si limitava a spiegare regole sui lavandini o a ricordare che il Regno Unito è uno Stato cristiano. Faceva il suo lavoro: applicava l’etica della tolleranza in una scuola laica.

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In un’assemblea sui valori britannici aveva mostrato chiaramente che deridere chi pratica la fede diversamente è l’esatto opposto della tolleranza. Così, ha ricordato agli studenti che, se volevano lavarsi i piedi nel bagno sbagliato o prendere in giro chi “non era il musulmano giusto”, potevano sempre iscriversi a una scuola islamica diversa. Un suggerimento ragionevole, per chiunque riconosca il senso del buon insegnamento.

L’inglese, Shakespeare, lo stato di diritto

Quello dello “sfortunato” insegnante inglese e come è stato trattato fuori dalle mura scolastiche è però innanzitutto il sintomo di una malattia tutta europea: l’incapacità di dire con serenità chi siamo, da dove veniamo e su quali fondamenta poggia la nostra convivenza. Il Regno Unito è cristiano non perché tutti vadano in chiesa la domenica.

«Anche se meno della metà della popolazione si identifica ora come cristiana, il fatto che lo stato sia stato plasmato dal Cristianesimo per oltre 1.300 anni significa che non si ha alcuna speranza di comprendere la nazione e la sua cultura se non si comprende il Cristianesimo», scrive il Telegraph invitando a parlare di cristianesimo a scuola come atto di “inclusività radicale”. «Offrire a tutti gli alunni una comprensione del Cristianesimo significa offrire loro un modo per confrontarsi appieno con le complessità della vita britannica. Questo inizia dal livello più quotidiano. Cos’è il Natale?».

L’inglese moderno è nato con la traduzione della Bibbia del XVI secolo di William Tyndale, gran parte della quale confluì nella successiva versione di Re Giacomo. Da Shakespeare a T.S. Eliot, secoli di letteratura inglese senza la Bibbia rimarrebbero un libro chiuso. Deve tutto al cristianesimo la cultura (i canti, il calendario, l’architettura gotica, i dipinti della National Gallery, il paese disegnato da guglie, cimiteri e abbazie), ma soprattutto ogni gloria conquistata sul piano del progresso sociale, il sistema di “valori” britannico.

La tolleranza non nasce dal relativismo ma dal cristianesimo

David Cameron lo disse senza giri di parole nel 2011, a Oxford, per i 400 anni della Bibbia di Re Giacomo. «Siamo un Paese cristiano e non dobbiamo avere paura di dirlo». Non era un proclama confessionale ma da uomo di Stato convinto che più una società è sicura della propria identità storica, più è capace di accogliere l’altro senza complessi di inferiorità o di superiorità.

La tolleranza britannica – quella vera, non la sua caricatura buonista – non è nata dal vuoto pneumatico del relativismo, ma dal cristianesimo. Dall’idea che ogni uomo è fatto a immagine di Dio e che quindi anche il re è sotto la legge; che la coscienza è inviolabile; che il Samaritano può essere moralmente superiore al sacerdote. Da lì vengono lo Stato di diritto, l’abolizione della schiavitù, il divieto del lavoro minorile, persino la possibilità per un musulmano di pregare cinque volte al giorno in una stanza messa a disposizione dalla scuola.

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Tra multiculturalisti e nazionalisti da pub

Invece oggi si preferisce il silenzio imbarazzato o, peggio, la censura. Si cambiano i nomi delle feste («Winter Jumper Day» invece di «Christmas Jumper Day»). Si rimuovono i presepi, si trasforma la tutela dei minori in una polizia del pensiero. E si finisce per fare il gioco di chi, all’estremo opposto, vorrebbe ridurre il cristianesimo a un’arma identitaria contro gli immigrati. Sia i multiculturalisti che si contorcono per non dire «Natale», sia i nazionalisti da pub che cantano i carols per scacciare i musulmani riducono il cristianesimo a un tribalismo di serie B, quando invece è stato la più potente macchina universalistica che la storia occidentale abbia prodotto.

Il Regno Unito farebbe bene a ricordarselo. E anche noi. Perché dire con tranquilla fierezza «siamo un Paese di tradizione cristiana» non è offendere nessuno: è il presupposto per trattare tutti – credenti, non credenti, musulmani, ebrei, indù – con il rispetto che meritano. Chi ha paura di questa affermazione non difende la pluralità: la tradisce. Perché priva chiunque della possibilità di capire dove si trova e di inserirsi in una storia più grande. Ma queste sono ovvietà da scuola elementare.

Come quelle spiegate in classe da un insegnante di Londra e che lo hanno fatto finire al patibolo come pericoloso corruttore di minori.

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