Il golpe a Capitol Hill è fallito, quello contro Trump è perfettamente riuscito

Così lo strapotere della Silicon Valley ha creato il paradosso di un presidente bandito da uno «spazio pubblico» a cui hanno diritto perfino i criminali sessuali. Articolo memorabile di Niall Ferguson

Donald Trump

Ricordate lo scandalo Cambridge Analytica? Ricordate cioè quando Mark Zuckerberg finì sotto accusa per aver agevolato la vittoria di Donald Trump lasciando che su Facebook imperversassero gli hacker russi?

Tralasciate per un attimo il dettaglio degli hacker russi, i quali miracolosamente ora che ha vinto Joe Biden sono spariti, sbaragliati dalle forze del bene. Dimenticate gli hacker russi e soffermatevi un attimo sul presupposto che stava dietro alle inchieste su Cambridge Analytica e che sta dietro il “social dilemma” in generale: l’idea cioè che i social network avrebbero dovuto impedire l’ascesa di Trump, o quanto meno ostacolarla; e che avrebbero dovuto farlo perché avrebbero potuto farlo.

Se c’è un aspetto allarmante nella discesa in campo (politico) dei giganti della Silicon Valley, è proprio questo: l’enorme potere che tutti riconoscevano loro e che nessuno per anni si è preoccupato di affrontare, ma solo di portare dalla propria parte (è la morale del caso Cambridge Analytica, appunto). Ed ecco che oggi questo potere si sta mostrando in tutta la sua sproporzione: i FATGA, come li chiama lo storico e giornalista britannico Niall Ferguson in un bel commento per lo Spectator, ossia Facebook, Amazon, Twitter, Google e Apple, sono riusciti di fatto a far sparire Trump. Un uomo notoriamente sovraesposto e anche incidentalmente presidente degli Stati Uniti.

La piazza moderna

Comunque lo si giudichi dal punto di vista “morale”, quello che è capitato e sta capitando a Trump e a tanti suoi sostenitori dalle ultime elezioni presidenziali a oggi (censure, servizi limitati, profili sospesi, interi network cancellati) è «una sbalorditiva dimostrazione di potere», osserva Ferguson.

«È esagerato ma non troppo sostenere che, mentre il golpe della folla contro il Congresso è fallito miseramente, il golpe di big tech contro Trump è riuscito trionfalmente. Non solo gli è stato negato l’accesso ai canali che ha utilizzato durante tutta la sua presidenza per comunicare con gli elettori. Trump è escluso da una sfera che i tribunali hanno da tempo riconosciuto come un foro pubblico».

E proprio perché la stessa giustizia americana ha ufficialmente attribuito al cyberspazio il valore di «pubblica piazza moderna» in cui hanno diritto di ingresso (in proposito Ferguson cita nel suo articolo sentenze che vanno dal livello distrettuale alla Corte suprema), si è venuto a creare un grande paradosso:

«Come presidente degli Stati Uniti, Trump non può bloccare gli utenti di Twitter impedendo loro di vedere i suoi tweet, ma Twitter a quanto pare ha il diritto di cancellare l’intero account del presidente. I criminali sessuali hanno il diritto di accedere ai social network, ma il presidente non ce l’ha».

Chi deve vigilare?

Ferguson non minimizza affatto la gravità dei fatti di Capitol Hill e le pesanti responsabilità che ha avuto Trump nei disordini. Secondo lo studioso, inoltre, tra i sostenitori del presidente uscente si nascondono certamente elementi pericolosi per la democrazia e la sicurezza nazionale. Ma è un problema da affidare all’Fbi, ed è un grave errore «delegare a Zuckerberg, a Jack Dorsey di Twitter e ai loro pari il potere di rimuovere dalla pubblica piazza chiunque essi ritengano essere a favore dell’insurrezione o comunque sospetto».

I casi di censura nei confronti dei conservatori di tutti i tipi, e non solo verso di loro, si stanno moltiplicando. Ferguson ricorda episodi recenti di diversi media e studiosi britannici di varia estrazione (compresa Lionel Shriver dello Spectator) che hanno visto i propri contenuti rimossi o i propri canali social penalizzati per aver osato criticare il lockdown e altre misure governative contro la pandemia.

Il doppio standard

E allora? Un privato, si dirà, può limitare l’accesso ai propri servizi come gli pare e piace. Vero. Ma come ha scritto Marco Lombardi qualche giorno fa, nel caso dei big della Silicon Valley si tratta di privati che gestiscono uno spazio divenuto centrale nel dibattito pubblico. È giusto che esercitino a piacimento la loro «supremazia», tanto più adesso che è divenuta evidente la loro ostilità per Trump? Lo squilibrio, infatti, è innegabile, ricorda Ferguson: se erano incendiari i toni di Trump, le posizioni della vicepresidente eletta Kamala Harris rispetto alle rivolte antirazziste che nei mesi scorsi hanno messo a ferro e fuoco mezza America non sono certo da meno.

«Paragonate, per esempio, il linguaggio utilizzato da Trump nel suo discorso del 6 gennaio e quello usato da Kamala Harris per sostenere Black Lives Matter (Blm) durante lo show di Stephen Colbert il 18 giugno. Nessuno dei due ha giustificato esplicitamente la violenza. Trump ha esortato la folla a marciare sul Campidoglio, ma ha detto loro: “Fate sentire le vostre voci pacificamente e patriotticamente”. La Harris ha condannato “saccheggi e atti violenti”, ma ha detto dei Blm: “Non si fermeranno. Non lo faranno. È un movimento questo. Datemi retta, non si fermeranno, e state attenti, tutti. Perché non si fermeranno. Non si fermeranno prima dell’election day a novembre e non si fermeranno dopo l’election day. E tutti dovrebbero prendere nota di questo”. Che cosa significava esattamente quel “state attenti”?

In precedenza, il 1° giugno, la Harris ha usato Twitter per sollecitare donazioni a favore del Minnesota Freedom Fund, che pagava cauzioni per le persone accusate di sommossa a Minneapolis dopo la morte di George Floyd. Sarebbe facile fare altri esempi. “Distruggere proprietà che possono essere sostituite non è violenza”, ha detto a giugno alla Cbs Nikole Hannah-Jones del New York Times, mentre diverse città erano colpite da roghi e vandalismo. Il suo account Twitter va ancora alla grande.

Il doppio standard è stato altrettanto lampante quando il New York Post ha pubblicato la storia dei dubbi affari in Cina del figlio di Biden, Hunter. Sia Twitter che Facebook hanno immediatamente impedito agli utenti di postare link all’articolo, cosa che non avevano mai fatto per le storie che danneggiavano Trump».

Il comma 230

Non c’è bisogno di essere trumpiani per trovare tutto questo allarmante, insiste Ferguson, e in effetti politici e giornali di tendenza conservatrice sono diventati “sensibili” al problema del doppiopesismo dei giganti del web da qualche tempo ormai. Ma secondo lo storico britannico la colpa è anche loro: si sono svegliati troppo tardi, e si sono svegliati soltanto dopo avere difeso e coccolato per anni i FATGA come campioni della libertà di impresa e di espressione. Sono stati anche i repubblicani a fornire ai padroni del web la corda con cui questi ultimi li hanno metaforicamente impiccati: il famigerato chapter 230.

Come funziona il comma 230 del Communications Decency Act? Lo spiega sempre Ferguson:

«In sostanza, il comma 230 rende i siti web immuni dalla responsabilità per quello che i loro utenti pubblicano nel caso che si tratti di qualcosa di offensivo, ma li autorizza anche a rimuovere altrettanto impunemente qualunque contenuto che sia loro sgradito. Il risultato certamente non voluto di questa norma scritta agli albori di internet, è che alcune delle aziende più grandi del mondo godono di protezioni [eccezionali]. Provate ad attribuire loro una qualche responsabilità in quanto editori ed esse vi risponderanno che sono piattaforme. Pretendete l’accesso alle loro piattaforme ed esse insisteranno che sono editori.

Questo poteva essere tollerato se le piattaforme dei network d’America fossero soggette a qualcosa di analogo alla vecchia dottrina della par condicio […]. Ma è stato il Partito repubblicano a sbarazzarsene negli anni Ottanta, intravvedendo il potenziale beneficio di un aumento dell’informazione di parte nelle news via cavo. Si raccoglie ciò che si semina. I network hanno abbandonato da tempo ogni pretesa di neutralità. Già prima di Charlottesville, i loro manager e molti loro impiegati avevano dichiarato il proprio sconcerto per la vittoria elettorale di Trump (tanto più perché facilitata da Facebook e Twitter). Il concetto di [materiale] “offensivo” del comma 230 è sempre più interpretato nel senso di “offensivo per i liberal”».

Troppo tardi?

Insomma, lo straripamento del potere della Silicon Valley era ampiamente prevedibile, insiste Ferguson. Qualcosa cambierà, ora che perfino Angela Merkel e l’anti-Putin Alexei Navalny hanno espresso preoccupazione per la censura del “nemico” Trump? Chissà. In ogni caso, non sarà facile far ragionare un clan di ex “start up” nate negli scantinati e nei dormitori universitari e oggi divenute prima, terza, quarta e quinta società al mondo per capitalizzazione, subito sopra ai loro competitor cinesi Tencent e Alibaba, ricorda Ferguson. Come ha scritto Rodolfo Casadei, sarà «la battaglia politica più importante del decennio».

Da Biden e dal mondo progressista americano, continua lo storico britannico, al massimo ci si può attendere qualche misura antitrust all’acqua di rose. Nulla contro la censura arbitraria, che anzi i liberal sono stati i primi a incoraggiare. E i repubblicani? Constata amaramente Ferguson:

«Troppo tardi hanno realizzato che il comma 230 era il tallone di Achille della Silicon Valley. Troppo tardi hanno iniziato ad abbozzare una legge per abrogarlo o modificarlo. Troppo tardi il comma 230 ha iniziato a fare capolino nei discorsi di Trump. Ancora adesso mi pare che pochissimi repubblicani comprendano davvero che, di per sé, abrogare il comma 230 non sarebbe bastato. Senza una qualche sorta di Primo Emendamento per internet, con ogni probabilità l’abrogazione [del 230] avrebbe soltanto ristretto ulteriormente la libertà di espressione».

Foto Ansa