L’erroraccio di Trump

Il presidente ha fatto un clamoroso autogol. E i suoi supporter che vandalizzano il Congresso si comportano come i Blm e gli Antifa con le statue

Non c’è dubbio che dopo quello che è successo il 6 gennaio all’esterno e soprattutto all’interno dei locali di Capitol Hill a Donald Trump s’attaglia perfettamente la figura dell’apprendista stregone. Il presidente uscente ha evocato i più incontrollabili di tutti gli spiriti politici – quelli dell’insurrezione – e come era fatale che avvenisse non li ha saputi padroneggiare. La strategia di Trump all’indomani del risultato delle presidenziali è sempre stata chiara per chi la voleva intendere: delegittimare l’avversario che lo aveva sconfitto di misura alle elezioni accusando “il sistema” di avere organizzato brogli su vasta scala; in questo modo poteva lustrare le sue credenziali di avversario del sistema, che gli avevano consentito di uscire inatteso vincitore quattro anni fa, con quelle di vittima del sistema, che non gli aveva perdonato di averlo sfidato e ridimensionato da presidente.

Il tutto in vista delle primarie per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2024, quando l’ex presidente potrà dire agli americani: «Il Partito repubblicano non ha saputo appoggiarmi quando mi è stata rubata la vittoria alle presidenziali, e così avete avuto quattro anni di socialismo, radicalismo di sinistra, strapotere del Gafa (Google, Apple, Facebook e Amazon) e razzismo alla rovescia con la benedizione del corrotto Sleepy Joe; riprendiamoci l’America, cacciamo gli usurpatori».

L’autogol

Che i brogli elettorali ci siano stati o non ci siano stati, e che peso abbiano eventualmente avuto sul risultato finale, è assolutamente secondario: Trump ha vinto nel 2016 presentandosi come candidato antisistema, e in quel ruolo continuerà a fare politica perché è l’unico che gli offre prospettive di successo in una società culturalmente, politicamente ed economicamente polarizzata come sono gli Stati Uniti di oggi. Questo implica la delegittimazione radicale dell’avversario.

La cosa però è sfuggita di mano, e quello che doveva essere il finale della puntata accompagnato da un minaccioso “continua”, cioè Trump che dice «sarà una transizione ordinata, ma confermo che le elezioni mi sono state rubate e per i prossimi quattro anni mi batterò come uno che è stato vittima di un golpe», si è trasformato in un autogol: a essere accusato di tentato golpe adesso sono Trump e i suoi sostenitori. Palesemente quello del 6 gennaio non è stato un tentativo di golpe, ci vuole una tipica malafede settaria per sostenerlo, ma la lotta politica funziona così: se sbagli mossa vieni attaccato ma soprattutto demonizzato al di là dei fatti in sé.

Delegittimare Trump

Chi si scandalizza esclusivamente per il gioco pesante di Trump che punta tutto sulla delegittimazione degli avversari, e così facendo mette a repentaglio le istituzioni come tali – come ha plasticamente mostrato l’assalto vandalistico a Capitol Hill – però non è obiettivo. Al gioco delle delegittimazione dell’avversario hanno partecipato entusiasticamente in questi ultimi quattro anni anche i democratici e i loro sostenitori nelle istituzioni di garanzia. Per tutta la durata dell’amministrazione si sono succeduti tentativi di impeachment fondati su teoremi inconsistenti come il Russiagate che non avevano nessuna possibilità di andare in porto, stante la maggioranza repubblicana al Senato, ma che avevano il solo scopo di delegittimare il presidente in carica.

Il gesto della presidente democratica della Camera Nancy Pelosi che strappa in diretta televisiva una copia del discorso dell’Unione che il capo dello Stato stava leggendo davanti al Congresso equivale per carica eversiva ai tweet con cui Trump invitava i suoi sostenitori a «fermare il furto» recandosi in massa a Washington il 6 gennaio per intralciare la proclamazione di Biden.

Un prodotto della polarizzazione

Lo hanno scritto e spiegato non da ieri ma da anni osservatori qualificati della realtà Usa come Federico Rampini e Mattia Ferraresi: Trump non è la causa della polarizzazione e della radicalizzazione della società e della politica americane, è un prodotto delle stesse. Radicalizzazione che è senz’altro ideologica, ma soprattutto socio-economica. L’ideologia, come ha spiegato per primo Karl Marx, è razionalizzazione di interessi materiali, veste ideale della mera lotta per accaparrarsi risorse e potere. Negli Stati Uniti, paese di grandi disuguaglianze economiche e già parecchio indebitato sia a livello pubblico che a livello privato (64 mila miliardi di dollari, metà pubblici e metà privati, più di tre volte il Pil nazionale), è lotta senza quartiere per accedere alle decrescenti risorse disponibili.

Come Blm e Antifa

Le categorie della politica identitaria hanno sostituito quelle della lotta di classe come strumenti di rivendicazione. E questo significa che gli avversari politici irriducibili appartengono in realtà allo stesso universo culturale: quello post-nazionale e dello sradicamento da globalizzazione. Hai un bel agitare la bandiera a stelle e strisce e un cartello con su scritto “Rifacciamo grande l’America” (o addirittura semplicemente “Rifacciamo l’America”, come c’era scritto in alcuni), ma se vandalizzi uno dei templi della libertà americana com’è la sede del Senato, non sei per niente diverso dai Black Lives Matter (Blm) e dagli Antifa che vandalizzano o fanno rimuovere le statue dei padri della patria: George Washington, Andrew Jackson, Thomas Jefferson, Ulysses Grant, F.D Roosevelt, addirittura Abramo Lincoln!

Se fra i leader della protesta c’è un signore vestito da sciamano navajo evidentemente non siamo davanti a difensori della tradizione Wasp, a patrioti da Tea Party, così come se fai rimuovere una statua di Lincoln, commissionata a suo tempo da schiavi emancipati, perché consideri inaccettabile l’iconografia dell’afroamericano inginocchiato che sta alzandosi in piedi davanti al presidente che lo ha liberato, anche se ti definisci Blm dimostri che non ti importa affatto delle vite degli afroamericani e dei loro diritti civili, perché calpesti la memoria dei tuoi antenati che in quel monumento si riconobbero. In entrambi i casi risalta la fine del patriottismo americano, la perdita della memoria storica, la riduzione della vita sociale a lotta per le risorse materiali.

Biden e Harris

Chi crede che un’amministrazione Biden-Harris sarà meno pericolosa di quella di Donald Trump per la democrazia e la libertà americane, e quindi per la causa della democrazia e della libertà nel mondo, probabilmente sbaglia. Le prime decisioni allarmano. La scelta di collaboratori e pubblici ufficiali sulla base del sesso e del background etnico anziché su quella della competenza dimostrata, il pelo lisciato ai Blm presentati come vittime perché trattati dalla polizia diversamente dai sostenitori di Trump, e soprattutto la prospettiva di una riforma della Corte suprema che aumenterebbe il numero dei giudici per permettere a Biden/Harris di nominare personalità a loro ideologicamente affini e ribaltare l’attuale maggioranza conservatrice, fanno temere un neo-totalitarismo liberal ben più illiberale del populismo trumpiano.

Foto Ansa