Etiopia: dal Nobel per la pace alla guerra civile

Le vittime si contano a migliaia, molti politici sono di nuovo dietro le sbarre, le elezioni sono state rimandate al giugno 2021

È già finita la favola bella di Abiy Ahmed, il più giovane capo di governo di tutta l’Africa, l’uomo che avrebbe completato il miracolo economico dell’Etiopia – quindici anni di crescita economica a un tasso medio annuo del 10 per cento – con il miracolo politico della democrazia piena, dello Stato di diritto e della pace interna e coi vicini. Poco più di un anno fa il primo ministro etiopico riceveva ad Oslo il premio Nobel per la pace per avere siglato la definitiva fine delle ostilità con l’Eritrea dopo un conflitto che aveva causato 80 mila morti fra il 1998 e il 2000 e venti anni di guerra fredda fra i due paesi e per avere nei primi 100 giorni della sua amministrazione, come diceva il comunicato per l’assegnazione del premio, «abolito lo Stato di Emergenza, concesso l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, interrotto la censura sui media, legalizzato gruppi di opposizione fuorilegge, licenziato responsabili militari e civili sospettati di corruzione e considerevolmente aumentato l’influenza delle donne nella vita politica e sociale etiopica. Si è anche impegnato a rafforzare la democrazia promettendo elezioni libere e trasparenti».

Un anno dopo

Un anno dopo, l’esercito federale combatte con armi pesanti e leggere nella provincia del Tigrai contro i ribelli locali guidati dal ceto politico che ha governato per 28 anni l’Etiopia, le vittime fra i combattenti e fra i civili si contano a migliaia, molti dei detenuti politici rilasciati nel 2018 sono di nuovo dietro le sbarre, le elezioni che si dovevano tenere nell’agosto 2020 sono state rimandate al giugno 2021, i tentativi di mediazione fra le parti sponsorizzati dall’Unione Africana vengono rigettati con indignazione dal governo di Addis Abeba che rivendica il diritto di usare la forza contro i ribelli, e i rapporti con l’Eritrea si fanno notare solo per il fatto che alcune divisioni dell’esercito eritreo partecipano alla repressione contro il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) a fianco dell’esercito etiopico e stanno conducendo estese razzie di beni pubblici e privati in territorio tigrino, cioè etiopico.  

Lotta armata clandestina

Il primo ministro aveva annunciato la fine delle ostilità con i ribelli del Tigrai il 28 novembre scorso con la conquista di Macallè, la capitale regionale, ma nessuno gli aveva veramente creduto. Certamente le forze governative hanno occupato tutte le principali città della regione, che ha una superficie pari a quella di Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta sommate insieme, ma i presumibili 60 mila uomini in armi del Tplf non si sono dissolti nel vento, anche se un certo numero di essi si è arreso. Si tratta degli eredi del gruppo armato che con una guerriglia lunga sedici anni, dal 1975 al 1991, provocò la caduta del regime filo-sovietico del colonnello Menghistu. La lotta armata clandestina è la loro specialità. Un report datato 29 dicembre dell’Ocha, l’Ufficio per le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite che sta assistendo civili vittime delle operazioni militari, informa: «(…) combattimenti localizzati continuano e condizioni di insicurezza permangono, in particolare giungono notizie di combattimenti a Enda Baguna (a sud di Shire), Korem e Mahbere Tsige (a ovest di Macallé) la settimana scorsa». 

Risultati economici

A fare precipitare la situazione è stata l’azione con cui le milizie tigrine hanno occupato all’inizio di novembre la base militare del Comando del Nord delle forze armate etiopiche in Tigrai dopo che Abiy aveva dichiarato decaduto il governo regionale tigrino guidato dal Tplf per avere autonomamente tenuto le elezioni che erano state rinviate nel resto del paese. Addis Abeba ha reagito con una grande operazione militare iniziata il 4 novembre che ha impegnato 50 mila uomini dell’esercito federale, affiancati da un numero indefinito di miliziani amhara (la regione confinante col Tigrai e con essa in cattivi rapporti) e di truppe eritree. Ma la tensione è andata in realtà montando sin dal giorno dell’insediamento a primo ministro di Abiy Ahmed il 2 aprile 2018. Dal 1991 fino al novembre del 2019 l’Etiopia è stata governata dal Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Eprdf), una coalizione di quattro partiti egemonizzata dal Tplf, spina dorsale della lotta armata che aveva abbattuto il regime di Menghistu. Tale governo ha fatto bene sul piano economico soprattutto nella seconda metà dei suoi 28 anni al potere: nel 2003 il Prodotto interno lordo (Pil) etiopico era di soli 8,6 miliardi di dollari, pari a 119 dollari pro capite; l’anno scorso il Pil ha toccato i 96,1 miliardi di dollari, pari a 858 dollari pro capite. Vale a dire Pil moltiplicato per 11 in quindici anni e Pil pro capite moltiplicato quasi per otto.

Tensioni in crescendo

A questi risultati però si sono affiancati una gestione estremamente autoritaria del potere e numerosi asseriti casi di corruzione a livello governativo, che insieme a fattori locali hanno provocato una lunga serie di proteste popolari fra l’ottobre 2015 e l’inizio del 2018, represse con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Per uscire dall’impasse l’Eprdf decise di scegliere come nuovo capo del governo Abiy Ahmed, esponente del Partito Democratico Oromo, anziché Debretsion Gebremichael del Tplf, mettendo così fine all’egemonia tigrina sul governo centrale dell’Etiopia. Più volte ministro e vice premier nel governo nazionale e presidente del governo regionale del Tigrai, Debretsion è stato deposto nel novembre scorso per avere organizzato le elezioni regionali disobbedendo al rinvio deciso dal governo centrale e ora dirige la ribellione tigrina dalla clandestinità. Una volta nominato primo ministro, Abiy ha cominciato a licenziare gli esponenti del Tplf più chiacchierati e quelli dei servizi di sicurezza accusati di gravi violazioni dei diritti umani. Quando alla fine dello scorso anno è riuscito a imporre il suo progetto di sostituire la coalizione di partiti regionali che era l’Eprdf con un partito unificato nazionale, il Tplf si è rifiutato di aderire, e il nuovo Partito della Prosperità è nato senza tigrini. In seguito le tensioni sono andate crescendo fino all’esplosione del mese scorso.

Riforme e opposizioni

Abiy ha pure iniziato una serie di riforme che vanno nella direzione di una centralizzazione del potere politico e dell’abolizione della spartizione delle cariche su base etnica. Questo significa smantellare il sistema di federalismo etnico con cui la Costituzione del 1994 ha suddiviso l’Etiopia in 9 regioni federate (poi diventate 10) e due città autonome. Oltre all’opposizione del Tplf, questo disegno incontra oggi la resistenza di molti partiti regionali, che accusano Abiy di voler ricreare l’Etiopia imperiale dei negus, nella quale gli amhara dominavano le altre 79 etnie del paese. Abiy Ahmed è figlio di padre oromo, ma sua madre era amhara, così come lo è sua moglie. 

Foto Ansa