Elezioni in Egitto. Malak Kamal (copta): «Non boicottiamo le elezioni o anche il Parlamento andrà ai musulmani»

Intervista alla giovane deputata cristiana copta sulle elezioni in Egitto: «Il presidente Morsi all’inizio le aveva fissate per Pasqua. Poi si è corretto dicendo: scusate, non lo sapevo».

I cristiani copti in Egitto sono 10 milioni e per capire perché sono fortemente contrari al governo di Mohamed Morsi, basta dire che il presidente egiziano dei Fratelli Musulmani aveva fissato la data per le prossime elezioni parlamentari il 27 e 28 aprile con ballottaggio il 4 e 5 maggio, ovvero durante la Domenica delle Palme e la Pasqua dei cristiani copti. «Ci siamo arrabbiati moltissimo» racconta a tempi.it Marianne Malak Kamal (a destra nella foto insieme a Catherine Ashton), giovane cristiana copta deputata del Parlamento poi sciolto dalla Corte costituzionale l’anno scorso. «Ma quando siamo andati a parlare con il presidente, lui ha detto che non sapeva che la Pasqua cadesse proprio in quei giorni. Ora ha spostato il voto al 22 e 23 aprile con ballottaggio il 29 e 30 aprile. Ha cambiato idea, quindi siamo soddisfatti».

Molti però hanno parlato di boicottare le elezioni.
Ognuno è libero di partecipare, di candidarsi, di votare oppure no. Tutti sono liberi. So che tanti vogliono boicottare le elezioni, soprattutto i liberali, perché si sentono presi in giro ma io penso invece che bisogna partecipare a queste elezioni perché se i Fratelli Musulmani le vinceranno esprimeranno il presidente, il governo e anche il Parlamento. Avranno tutto e sarebbe grave per l’Egitto.

Lei si candiderà alle elezioni?
Non ho ancora deciso se correre per queste elezioni, ci sto pensando ma molte persone mi hanno chiesto di reagire e candidarmi. La situazione è molto brutta in politica, e non solo, il paese è in pericolo. Se correrò, credo che mi candiderò come indipendente.

Perché dice che il paese è in pericolo?
Innanzitutto per la situazione economica, che peggiora ogni giorno, ma anche le continue lotte politiche che si verificano in Egitto non fanno ben sperare. Questo è il momento di mettersi insieme per garantire la stabilità, che ora non c’è, perché il presidente è continuamente combattuto. Dobbiamo metterci insieme e lottare per il nostro paese da una parte e dall’altra il presidente deve sforzarsi di dialogare e ascoltare tutte le persone e le fazioni che ci sono in Egitto, perché questo è il momento di stare uno di fianco all’altro.

Però la chiesa copta, insieme anche a quella cattolica, ha rifiutato di partecipare ai gruppi di dialogo nazionale con il presidente Morsi. Non è una contraddizione?
No, perché i gruppi di dialogo sono finti: il presidente e i Fratelli Musulmani ci ascoltano ma poi non fanno niente di quello che chiediamo. Prima ci promettono le cose e poi in Parlamento agiscono all’opposto. È una presa in giro, non vogliono condividere il comando, discriminano le donne, in Parlamento non ci sono quasi donne e giovani. Ma ricordo che i giovani sono quelli che hanno fatto la rivoluzione. I Fratelli Musulmani però vogliono tenere tutti i poteri per sé mentre questo sarebbe il momento di governare assieme. Ci vuole la giusta combinazione di esperienza e giovani, questo serve all’Egitto. Soprattutto perché loro hanno fatto la rivoluzione e ora non hanno niente, gli hanno scippato tutto.

I salafiti dichiarano di volere «distruggere» il Fronte di salvezza nazionale, che riunisce i maggiori partiti dell’opposizione. Siete preoccupati?
Loro non possono fare niente, perché siamo in Egitto, un paese democratico, abbiamo una cultura, non siamo in un califfato. Certo, temo che qualche egiziano possa fare battaglia alla sua stessa gente, loro sono molto aggressivi, ma non credo che passeranno all’azione.

L’economia dell’Egitto è al collasso, chi vi può aiutare?
Credo che l’Egitto ora sia un paese aperto a tutti, quindi tutti possono aiutarci: Iran, Qatar o Stati Uniti. Possiamo trattare con tutti. La gente però non vuole l’aiuto dell’Iran, perché quando Ahmadinejad ha visitato l’Egitto la gente l’ha accolto molto male. Le parole di Ahmadinejad che promettono un aumento degli scambi commerciali, quindi, non ci fanno piacere.