Cosa vuol dire fare la guerra con il petrolio (vedi alla voce Arabia Saudita)

Come e perché la monarchia sunnita usa il prezzo dell’oro nero come arma impropria contro i nemici. Anche a spese proprie e a danno di tutto il mondo

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Il continuo ribasso del prezzo del petrolio sarà anche una buona notizia per gli automobilisti e per le attività “energivore”, ma per l’economia globale – e non solo per l’economia – non sembra esserlo. Ancora ieri le Borse hanno stentato a riprendersi dall’ennesimo calo del greggio che martedì lo ha portato al di sotto dei 37 dollari al barile negli Stati Uniti (sotto i 41 dollari il Brent “europeo”). Significa che in un anno e mezzo il petrolio ha perso due terzi del proprio valore, visto che a giugno 2014 si scambiava a 108 dollari al barile. «Sia il Brent che il greggio leggero statunitense hanno raggiunto livelli che non si vedevano dall’inizio del 2009, quando il collasso della banca d’affari americana Lehman Brothers ha innescato la più grave recessione dagli anni Trenta», ha ricordato il britannico Guardian. «Ancora nell’agosto del 2014 il Brent era a 115 dollari al barile, ma in 16 mesi il suo prezzo si è più che dimezzato in risposta al rallentamento della Cina e di altre economie emergenti e alla fine delle sanzioni petrolifere contro l’Iran».

MASOCHISMO OPEC? Ieri il prezzo dell’oro nero è leggermente risalito, ma resta molto al di sotto del valore che si aspetta il mercato. Come spiega la Cnn, il ribasso record di questi giorni «arriva dopo la decisione da parte dell’Opec di non tagliare la produzione». Venerdì scorso infatti, spiega sempre il network Usa, in un meeting di sei ore considerato una delusione da tutti gli specialisti, l’organismo dei paesi produttori di petrolio «ha lasciato invariata la produzione vicina ai suoi valori record nonostante il problema dell’eccesso di offerta». Questa linea sta causando enormi problemi ai paesi come Nigeria e Venezuela, i quali invece «hanno bisogno di prezzi più alti del greggio per spingere le rispettive economie». Peccato che il loro “partito” dentro l’Opec abbia voce assai flebile: nel cartello petrolifero mondiale sono «l’Arabia Saudita e i suoi ricchi alleati del Golfo» a comandare, spiega la Cnn.

MORTE ALLO SHALE OIL. Ma che interesse avrebbe l’Arabia Saudita a svalutare la sua unica fonte di ricchezza? Tutto è cominciato l’anno scorso quando «il boom dello shale oil americano ha inondato il mercato con un’offerta eccessiva», ricorda sempre la Cnn. È in risposta a questa inedita sfida lanciata dagli Stati Uniti che l’Opec ha deciso di pompare altro petrolio per recuperare quote di mercato. Il successo dell’operazione è stato fin qui assai limitato, visto che la “rivoluzione energetica” americana non si è affatto arrestata. Gli effetti sull’economia globale, invece, si fanno sentire eccome.

DANNI PER TUTTI. Come spiega il Guardian, «anche i prezzi delle altre commodities si sono indeboliti quando fra i trader si è diffusa la delusione» per la scelta dell’Opec. Inoltre si teme che il rifiuto di tagliare la produzione nonostante i danni causati dai prezzi bassi a tanti paesi produttori possa evolvere una specie di spirale perversa, provocando ulteriori eccessi di greggio sul mercato. «In particolare, sarebbe il Venezuela a soffrirne le conseguenze», sottolinea il quotidiano britannico. Ma nel tempo la cosa avrà effetti negativi anche sull’inflazione per i paesi consumatori e sui tassi di interesse.

IL PIANO GEOPOLITICO. Non che l’Arabia Saudita non stia pagando di tasca propria la sua politica petrolifera. Riyad infatti avrebbe bisogno di un prezzo del greggio al barile di 100 dollari per raggiungere il pareggio, aggiunge il Guardian. Ma in ballo per la monarchia araba non c’è solo la concorrenza dei produttori di shale oil americano: è anche una questione geopolitica. In un’interessante analisi per il Sole 24 Ore di ieri, Alberto Negri ha descritto la strategia saudita come una vera e propria «guerra del petrolio al contrario». «Un tempo bastava l’accenno di un conflitto in Medio Oriente per alzare le quotazioni e rimpinguare le casse dei Paesi produttori», ricorda. «Oggi l’arma del petrolio si è rovesciata: l’Arabia Saudita ha fatto saltare l’Opec e le quote del tetto produttivo» non solo per «fronteggiare l’ascesa dello shale oil americano» ma anche «per mettere al tappeto l’Iran e la Russia».

L’EGEMONIA IN PALIO. Dal punto di vista geopolitico si tratta, secondo il giornalista, di autentica «destabilizzazione al contrario». L’Arabia Saudita cioè sarebbe disposta a «sbriciolare il Cartello dell’oro nero» e a «bruciare le sue ricchezze» pur di provocare danni al pericoloso «asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah», che ora, specie dopo la discesa in campo di Putin, minaccia seriamente il progetto di egemonia portato avanti dal fronte sunnita nella regione sotto la guida di Riyadh, a cominciare da Siria e Yemen. Secondo Negri, da parte dei sauditi è «una mossa azzardata perché è proprio con la loro potenza finanziaria che hanno pagato i gruppi radicali islamici per tenerli lontani da casa propria. Ma non riescono a digerire l’accordo sul nucleare con l’Iran e la prossima fine delle sanzioni che porterà sul mercato altri 500 mila barili di petrolio al giorno».

RISCHI ALL’ORIZZIONTE. «La guerra del petrolio alla rovescia non annuncia rosei orizzonti», scrive ancora Negri. «Per quanto vituperata dai consumatori, con l’Opec svanisce un’altra forma di organizzazione dei mercati: il caos del greggio a basso costo si può pagare molto caro in certi Paesi». Dal canto loro, comunque, anche «i sauditi e i loro fiancheggiatori arabi, gli esempi peggiori di un Islam conservatore e retrogrado, ballano sul ponte di una petroliera inclinata come il Titanic». Secondo il giornalista, «gli americani pur di tenere in piedi la casa reale, divorata da lotte interne e generazionali tra i principi del sangue, hanno persino bombardato le truppe di Assad in Siria», e «se non fosse per le basi Usa nel Golfo e il patto leonino che lega Riyad a Washington ci sarebbe da temere davvero. Ma è noto che gli Stati Uniti sono pronti a correre in soccorso dei prìncipi arabi più di quanto non siano disposti a fare per i traballanti leader europei: in cinque anni i sauditi hanno acquistato sistemi d’arma da Washington per 100 miliardi di dollari».

Foto Ansa


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