Con i nostri tweet anti-Putin, riusciremo a fare dell’Ucraina un casino peggiore delle primavere arabe

Ovunque ci sia folla in piazza, là siamo noi, gli Obama, pieni di retorica della “rivoluzione democratica” col cancelletto. Si è visto come è andata in Libia, Siria, Egitto eccetera. Adesso tocca all’Ucraina

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Yes we can, forward. Avanti, il potere siamo noi. Tutto quello che siamo stati capaci di fare, con tutto il nostro potere occidentale e personale, del presidente dell’hashtag #lovesilove, è un casino che metà basta. La piazza come simbolo della “rivoluzione democratica”. E, dunque, piazze ovunque. Piazze in Egitto. Piazze in Tunisia. Piazze in Libia. Piazze in Turchia. Piazze in Ucraina (e adesso anche in Crimea).

Ovunque ci sia folla in piazza, là siamo noi, in effigie, con i nostri tweet e amicizie Fb, la nostra velocità di retorica col cancelletto, la nostra narrazione obamiana di un mondo in rete, in movimento, che guarda avanti ed è in partnership col cambiamento in 140 caratteri. Ovunque “ggiovani”, ovunque uguaglianze, ovunque notizie tagliate sulle emozioni.

Bè, com’è è andata la rivoluzione? Non male. Peccato per i generali al Cairo. Peccato per i 140 mila morti a Damasco. Peccato per la guerra civile in Libia, la destabilizzazione in Tunisia, il caos dalla Somalia alla Nigeria. E adesso tocca all’Europa. Che spingendosi a irretire Mosca fino a puntellare un colpo di Stato a Kiev, s’è portata l’orso in Crimea.

Insomma, il can can delle primavere arabe è finito con migliaia e migliaia di fuggiaschi, disperati, spolpati, imbarcati a forza e buttati a mare da schiavisti e trafficanti di esseri umani. Adesso vediamo come va in Ucraina. Dopo che senza ragionare (come dice Stephen Cohen, esemplare di quel poco di sinistra che non gareggia all’olimpiade della stupidità), cervelloni Usa e Ue sono andati a Kiev come le milanesi Iene e il foggiano Vladimiro sono andati a Sochi. Pensando di dare una lezione a Putin. A chi?

twitter-hashtag-tempi-copertinaUna volta si insegnava che una notizia va scritta sulla base delle famose cinque regole (chi, cosa, quando, dove e perché). Soprattutto si insegnava che tutto quello che pensa chi scrive non è una notizia. Adesso notizia è tutto ciò che ha boatos di sentimento. Di conseguenza succede che procuriamo guai peggiori di quelli che vorremmo contribuire a rimediare (poiché l’informazione sarebbe anch’essa una forma di incivilimento e di emancipazione).

Infine, europei e americani approvano sanzioni e cacciano la Russia dal G8. Però non spiegano perché non costringono il nuovo governo di Kiev ad aprire un’inchiesta sull’eccidio di piazza Maidan. Nemmeno ora che il ministro degli Esteri estone Urmas Paet conferma di aver informato l’alto rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton di fonti ucraine secondo le quali «più che (il presidente deposto Viktor) Yanukovich, dietro ai cecchini pensano ci sia qualcuno della nuova coalizione».

E che dicono i nostri eroi occidentali adesso che l’ultimo presidente dell’Urss, beniamino dei democratici e premio Nobel per la pace Mikhail Gorbaciov, si spinge ancora più in là di Putin? «Il referendum in Crimea ha corretto un errore storico. La Crimea era diventata parte dell’Ucraina in base alle leggi sovietiche, cioè le leggi del partito comunista, senza chiedere al popolo. Ora il popolo ha deciso da solo di correggere quell’errore. Questa decisione dovrebbe essere festeggiata, non sanzionata». Però Obama dice che «la Russia è isolata dal mondo». Può essere. A meno che sia lui a vivere su un altro pianeta.

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