Bene comune, l’urgenza “politica” di un sano realismo cattolico

Per non vivere l’impegno pubblico come una puntata del Trono di spade, ma come «una delle forme più alte di carità» dobbiamo avvincere, educare alla ragione

Pubblichiamo un contributo inviato al direttore da Daniele Barale, delegato giovani e membro del Consiglio Regionale MCL Piemonte

Caro direttore, mi permetto di scrivere questa lettera nel tentativo di individuare le coordinate orientative dell’agire culturale politico e sociale dei cattolici, da adesso ai prossimi anni. Spero provochi un fruttuoso dibattito.

Prima di giungere al cuore della questione, vorrei realizzare un excursus sulla situazione politica attuale. Sebbene le categorie di destra e sinistra per come le abbiamo conosciute fino a ora (dalla nascita della repubblica) siano superate, dal momento che oggi le formazioni politiche sembrano distinguersi sempre più per la visione antropologica che sostengono al punto che si dovrebbe parlare più di partiti “pro deriva antropologica” o partiti “contro la stessa”, per questioni di comodità continuerò a utilizzare quelle categorie.

Quindi, da una parte abbiamo, sia a livello europeo che nazionale, la cosiddetta sinistra ove nessun cattolico può trovare spazio a causa del laicismo e del materialismo di cui è fatta. Il Pd nostrano, che è stato fondato pure con gli utili idioti della sinistra Dc, è un riflesso di queste ideologie mortifere, checché ne dicano certi prelati e certi membri del popolo cattolico che hanno preso una sbandata prima per il toscano Pinocchio o bullo-Renzi, poi per Gentiloni e ora per il “fratello di Montalbano”; che il 9 maggio scorso, ospite di #Corrierelive Diretta tv, ha definito l’eutanasia come priorità per il partito di cui è segretario. Altro luogo inospitale per noi cattolici: il Movimento 5 Stelle/Casaleggio Associati srl. Se il Pd rappresenta in Italia il dritto della moneta del partito radicale di massa di cui parlava Augusto Del Noce, il partito-azienda fondato da Grillo e dall’esoterico Gianroberto ne rappresenta il rovescio.

Invece nell’area delle cosiddette centro-destra e destra abbiamo Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, ove c’è grande spazio per i cattolici, si tratta di potenziali alleati, ma restano comunque luoghi pieni di contraddizioni: dal duo Pascale-Bernini pro Lgbt, a Salvini che sarebbe pronto a riaprire le case chiuse, che non chiude Radio Radicale, che disattende le promesse alla “famiglia” fatte al congresso di Verona, che al ministero per la famiglia e la disabilità ha sostituito Lorenzo Fontana con una figura politica più debole, che non si strappa troppo le vesti contro l’aborto, contro il divorzio breve, l’eutanasia, che non è intervenuto (sebbene Giorgetti e Pagano compiano “buone ma perfettibili” proposte politiche) vigorosamente in favore di Vincent Lambert, per abrogare la legge sulle Dat, le unioni civili e la trascrizione di atti di nascita di bambini come figli di due “papà” o due “mamme”. Sembra che il cinismo della strategia politica prevalga sugli ideali, sempre che ne sia rimasto qualcuno, e che si cavalchi l’onda del momento alla conquista di consensi. Dunque, nessun interesse a innescare processi virtuosi su lungo periodo ma slogan d’emergenza per risultati a breve termine. Ultime battute di questo excursus per il Popolo della Famiglia: si presenta con un programma incentrato sulla lotta contro la deriva antropologica del nostro tempo. Gli si riconosce il pregio di aver fatto riscoprire il valore della militanza e della capillarità sul territorio, come ad esempio il lavoro svolto per la proposta di legge a sostegno della maternità, molto bene tutto, ma resta un fenomeno di nicchia. Adinolfi si perde nel tatticismo come se la politica fosse semplicemente un campo di Risiko.

Orbene, come ormai capita da oltre vent’anni a questa parte, anche alle europee del 26 maggio scorso il voto cattolico si è diviso, disperdendosi, tra le varie formazioni politiche. Con il rischio di essere irrilevanti e strumentalizzati in modo “cesaropapistico” da ciascuna. Certo, la politica si fa nelle condizioni date, ma considerato il tempo di “deriva antropologica” in cui viviamo, è divenuto un’emergenza lavorare per non subirle e basta, superando le fratture (dal Vaticano II a oggi) e tornando a essere protagonisti attivi nel favorire il raggiungimento del “bene comune”.

Un protagonismo che quanto più attingerà dalla tradizione bimillenaria – ha dalla sua l’Eternità: perciò, è antica e nuova “allo stesso tempo” – della Chiesa, tanto più sarà forte e benefico. Pensiamo ai molti modelli, opere, progetti, a cui possiamo fare riferimento: Il Sacro Romano Impero, l’Amicizia Cattolica del Lanteri, le corporazioni, L’Opera dei Congressi, il Distributismo di Chesterton e padre McNabb, la bavarese Rosa Bianca, i Comitati Civici del Gedda etc. Non a caso G.K. Chesterton asseriva che: «La tradizione può essere definita, come una estensione del diritto politico. Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi» (Ortodossia, pp. 66-67); una certezza condivisa pure da Guareschi in Diario Clandestino: «[…] sul nostro Lager non direi una parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia».

In questo modo giungiamo al cuore della presente lettera: provare a individuare le coordinate di cui parlavo in apertura. Innanzitutto, per non vivere l’attività politica come una puntata de Il Trono di spade, bensì come “una delle forme più alte di carità”, occorre riscoprire la propria identità; operazione necessaria per ricondurci alla regalità sociale di Cristo e alle conseguenti Libertas Ecclesiae e Libertas Educandi, fondamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.

Punto di partenza per ogni intrapresa cattolica: ritrovare il senso della meraviglia e della gratitudine per il dono della Santa Messa. E per recuperare il fascino del mistero perché non partecipare al rito straordinario? Oggi lo chiamiamo così, ma esso è stato il nutrimento quotidiano di tanti grandi santi e dell’intera società cristiana per secoli. Diceva San Francesco di Sales che «basterebbe una sola Comunione ben fatta per renderci santi». È importante ricordarlo perché come cattolici non dobbiamo dimenticare che la civiltà cristiana non è fiorita nei parlamenti o nei tribunali o grazie a qualche élite ben organizzata, ma è nata dal sangue di Cristo versato sulla Croce che ha vivificato la Chiesa e santificato i suoi membri; sacrificio che si ripete sull’altare.

La ricerca della propria santificazione produce inevitabilmente il desiderio di compiere il “bene”. Non a caso, una forma elevata di carità è trasmettere quel che si è avuto la grazia di ricevere. Un grande obiettivo che si raggiunge con l’educare alla positività del reale, magari limitando manifestazioni allarmistiche più vicine allo stile protestante che a quello cattolico. Noi dobbiamo avvincere, educare all’uso della ragione, mostrare i tre pilastri della realtà: il vero, il buono e il bello. Un valido aiuto per riuscirvi: il suscitare tra i giovani cattolici pure vocazioni al giornalismo (sulla scia di Chesterton, Guareschi), all’editoria (Charles Péguy, il beato Giacomo Alberione, Giovanni Papini, Cesare Cavalleri), alla bioetica (Elio Sgreccia, Vittorio Possenti), allo studio della storia (sulla scorta di studiosi come Christopher Dawson), alla scrittura (Robert Hugh Benson, Tolkien, Giovanni Papini, Flannery O’Connor, Giovanni Testori, Eugenio Corti, Alessandro D’Avenia, Giorgio Ponte, Luca Doninelli), alla teologia e filosofia (san Tommaso d’Aquino, il prossimo santo John Henry Newman, Cornelio Fabro, santa Teresa Benedetta della Croce, Gustave Thibon, Emanuele Samek Lodovici, Augusto Del Noce, Elizabeth Anscombe, Rémi Brague, Robert Spaemann, padre Carbone, monsignor Antonio Livi), alla cura della santa liturgia (sulla scorta di maestri come l’abate benedettino Prosper Guéranger), alla poesia (Dante in primis, Domenico Giuliotti, Clemente Rebora, Davide Rondoni), alla pittura (sulla scia di autori contemporanei come Giovanni Gasparro e padre Rodrigo Miranda, dell’Istituto del Verbo Incarnato), alla regia cinematografica (sulla scia di Pupi Avati), alla musica (sulla scia di Giovanni Lindo Ferretti, della band Siberia capitanata da Eugenio Sournia), alla recitazione (qui prendo come esempio Giovanni Scifoni) etc.

D’altronde, in un periodo storico difficile qual è il nostro, in cui narrazioni menzognere vengono usate per impedire all’intelletto e al cuore delle persone di aderire alla realtà, c’è anche bisogno di “specialisti” in grado di esprimere narrazioni/opere impregnate di sano realismo cattolico, l’unico che aiuta a “stare di guardia ai fatti” per aderire alla realtà, contro ogni tentativo ideologico di falsarla.

L’educazione delle nuove generazioni è – lo ricorda anche Franco Nembrini – sicuramente una missione affidata a ogni cristiano, se è vero che l’età adulta si caratterizza per la capacità di essere generativa –  non solo biologicamente, ma soprattutto spiritualmente –, ciò comporta che ciascuno sia chiamato a prendersi cura dei più piccoli. La scuola pubblica – statale, paritaria, parentale/homeschooling – è il campo di missione più avvincente, il luogo dove non si devono semplicemente incamerare nozioni ma dove s’impara a conoscere se stessi a capire quale potrebbe essere il proprio posto nel mondo, specie grazie alla dedizione di insegnanti consapevoli dell’importanza del proprio ruolo educativo. Alcuni esperti sono convinti del fatto che la letteratura, lo studio dei classici e delle lingue antiche permetta ai giovani di avere un’interiorità molto più profonda: immedesimarsi con gli eroi dei grandi poemi (dall’Iliade, Odissea, Eneide, racconti del ciclo di Re Artù, fino ai tempi recenti delle Cronache di Narnia e de Il Signore degli anelli) o tornare ad approfondire il significato delle parole attraverso lo studio del greco e latino antichi, educa ad andare al fondo delle questioni, alla radice delle cose. Indispensabile nell’era digitale in cui viviamo, che rischia di non dare più spazio all’anima per abbracciare l’Eterno, alla mente per riflettere e al cuore per ricordare.

Ovviamente, non dobbiamo avere paura di educare “a stringere alleanze” con autori non cattolici più recenti quali Leopardi, Kierkegaard, C.S. Lewis, Pasolini, Ezra Pound; perché spessissimo affermavano giudizi non in contrasto con il bene che dobbiamo “gridare dai tetti”. Valorizzare il bene presente in ogni uomo è agire da cattolico: universale (l’ètimo non inganna) per natura e grazia. Dal grado più inferiore fino alle università perché non sfruttare quegli spazi di libertà, come possono essere le associazioni dei genitori, un’associazione studentesca o altro, per poter contaminare e cercare di far sentire la propria voce e che questa voce possa portare un messaggio di speranza e di bene per tutti.

E quando si parla di “spazi di libertas”, bisogna considerare i corpi intermedi (e le scuole le università lo sono); luoghi che occorre presidiare con entusiasmo. Le “associazioni” possono essere quella trama del tessuto sociale che aiuta le persone a entrare in relazione tra di loro, a esserci l’uno per l’altro, in modo da costruire legami di fraternità e di comunità in grado di arginare gli effetti della post-modernità che ci sta regalando una società liquida intrisa di disperato individualismo e consumismo; due ingredienti che costituiscono la dottrina dell’”obsolescenza”, ovvero che ciò che non è più produttivo è automaticamente qualificabile come scarto: anche se si tratta di una persona.

Tale dottrina è radicalmente opposta all’antropologia cristiana: l’uomo ferito dal peccato originale scopre la tenerezza di Dio nello squarcio provocato dalle proprie debolezze e fallimenti; essere piccoli e fragili permette di lasciarsi amare e di entrare nella “logica della generosità” che si china sulle debolezze dell’altro per prendersene cura.

In questo scontro tra visioni antropologiche diametralmente opposte e inconciliabili, non dobbiamo patire complessi d’inferiorità o spaventarci perché dai centri di potere (finanziari, politici, massmediatici, culturali etc) della “società moderna” si diffonde il processo di decostruzione di tutto ciò che abbiamo più a cuore; è d’uopo invece ricostruire tutto con stile benedettino, partendo dalle nostre comunità, dai piccoli spazi che abitiamo. Magari è ora di andare a trovare il nostro vecchio parroco, per esempio, oppure almeno di sapere come si chiama la nostra parrocchia di appartenenza. Non dimentichiamolo: anche le parrocchie e gli oratori sono corpi intermedi da rivitalizzare!

A volte diventa molto facile criticare il clero o le gerarchie senza però preoccuparsi di far bene la propria piccola parte. Lasciamo che siano i posteri e la storia a giudicare i nostri tempi; quindi, noi cerchiamo piuttosto di custodire con spirito forte e cuore tenero il seme affinché le future generazioni possano ancora avere la grazia di conoscere e custodire il “fatto cristiano”.

Foto Ansa