Dopo Pell, Barbarin. Anche la Francia ha il suo capro espiatorio

L’arcivescovo di Lione è stato condannato a sei mesi di carcere (con la condizionale) per non avere denunciato gli abusi sessuali di padre Preynat. Ma un primo procedimento per gli stessi fatti era stato archiviato perché «non è stata riscontrato alcun reato penale»

Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato ieri in Francia a sei mesi di carcere con la condizionale per non avere denunciato degli abusi sessuali commessi da padre Bernard Preynat nella sua diocesi, quella di Lione, oltre 20 anni prima della sua nomina ad arcivescovo. Barbarin, che non ha mai smesso di dichiararsi innocente, ha dichiarato: «Prendo atto della decisione del tribunale. Indipendentemente dalla mia sorte personale, ci tengo a ribadire tutta la mia compassione per le vittime. Farò visita al Santo Padre per consegnargli le mie dimissioni». La difesa ha già annunciato che ricorrerà in appello, anche perché un primo procedimento a carico dell’arcivescovo per gli stessi fatti era stato archiviato nel 2016 non essendo stata «riscontrata alcuna infrazione penale».

GLI ABUSI DI PADRE PREYNAT

Padre Preynat è stato accusato formalmente il 27 gennaio 2016 per «aggressioni sessuali su minori inferiori ai 15 anni da parte di persona con autorità». Gli abusi sono stati compiuti dal sacerdote tra il 1986 e il 1991 su molti giovani scout, che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni, nella parrocchia di Saint Luc, a Sainte-Foy-lès-Lyon. Padre Preynat non è mai stato denunciato dalle sue vittime se non nell’ottobre 2015, quando il reato era ormai prescritto e solo dopo che il cardinale Barbarin prese provvedimenti contro il sacerdote nell’agosto 2015, comminando la sospensione ecclesiale.

All’epoca degli abusi, Barbarin non era ancora arcivescovo di Lione. Il primate delle Gallie era monsignor Decourtray (1981-1994), oggi deceduto al pari dei suoi due successori (monsignor Balland, 1995-1998, e monsignor Billé, 1998-2002). Poiché padre Preynat ammise alcuni abusi, nel febbraio del 1991 monsignor Decourtray lo sospese per sei mesi, per poi riammetterlo al servizio pastorale. I vescovi successivi lo spostarono dalla parrocchia di Saint Luc e dal 1991 nessuno si è più lamentato del sacerdote.

«MAI, MAI, MAI HO COPERTO UN CASO DI PEDOFILIA»

Nel 2007, cinque anni dopo la nomina di Barbarin ad arcivescovo di Lione, un fedele andò a parlargli delle voci che circolavano su padre Preynat riguardo ai crimini compiuti tra il 1986 e il 1991. Il cardinale convocò il sacerdote immediatamente, come raccontato da lui stesso a La Croix: «Gli chiesi se dal 1991 in poi fosse successa anche solo la minima cosa. Lui mi rassicurò: “Assolutamente niente, lo giuro”. Io verificai se da allora ci fossero state lamentele o denunce, ma non c’era più stato niente», così «mi fidai anche dei vescovi precedenti», che non l’avevano mai sospeso dopo il 1991.

Quando però nel giugno 2014 una vittima di padre Preynat, Alexandre Hezez, raccontò personalmente all’arcivescovo per la prima volta degli abusi subiti, Barbarin scrisse «a Roma e loro mi consigliarono di sospendere le funzioni di padre Preynat nonostante fossero passati 24 anni dai fatti e i reati fossero prescritti. E io l’ho fatto». Nell’agosto 2015 padre Preynat fu sospeso dal servizio pastorale. Da allora, il cardinale ha sempre «chiesto perdono» per gli abusi compiuti dal sacerdote, spendendo parole di compassione per le vittime e aggiungendo che «da quando sono arcivescovo, ogni volta che mi è stato segnalato un abuso ho reagito immediatamente. Mai, mai, mai ho coperto il minimo caso di pedofilia. Due volte in 17 anni sono stato messo a conoscenza di fatti di questo tipo da parte di persone che sono venute a parlare con me, nel 2007 e nel 2014. E la polizia in entrambi i casi ha sottolineato come io abbia agito tempestivamente».

IL PRIMO PROCESSO E L’ARCHIVIAZIONE

Il 4 marzo 2016 nove delle vittime di padre Preynat, riunite nell’associazione fondata nel 2015 “La parola liberata”, hanno fatto causa al cardinale per non avere denunciato il sacerdote e non avere agito tempestivamente nei suoi confronti. La procura di Lione ha quindi aperto un’indagine e nel dicembre 2016 ha archiviato il caso perché «non è stata riscontrata alcuna infrazione penale da parte dell’interessato». La notizia è stata diffusa solo nel luglio 2017.

Motivando l’archiviazione, il procuratore Marc Cimamonti precisò che, per quanto riguarda le voci arrivate a Barbarin nel 2007, la mancata denuncia contestata era già prescritta (per il reato di mancata denuncia la prescrizione scatta dopo tre anni). Per quanto riguarda invece il periodo posteriore al 2014, la procura sottolineò innanzitutto che il reato di padre Preynat era già prescritto e che Barbarin non cercò mai né di ostacolare la giustizia, né di nascondere la verità. Aggiunse che la vittima, che era andata ad avvisare il cardinale, poteva in ogni momento esporre denuncia in prima persona e che la sua richiesta era stata quella di sollevare il sacerdote dalle sue funzioni pastorali e non di avvisare la giustizia. Senza contare che, dal punto di vista formale, padre Preynat non è ancora stato condannato per i reati che gli sono contestati (ma che lui ha ammesso di avere compiuto).

«IL PROBLEMA È MORALE, NON GIURIDICO»

Quando l’archiviazione del caso è stata annunciata, l’associazione La parola liberata, che aveva denunciato Barbarin, reagì affermando che «il problema è morale, non giuridico». Quello che ci interessa, aggiunse, «è il dibattito nella società. Per quanto tempo i cittadini francesi accetteranno che dei preti pedofili siano a contatto con dei bambini?». Dal canto suo, Barbarin reagì «ringraziando le vittime, che hanno permesso di migliorare il dispositivo diocesano per la lotta contro gli abusi sessuali».

IL SECONDO PROCESSO

Nonostante l’archiviazione, il cardinale Barbarin è tornato in un’aula di tribunale il 7 gennaio 2019. Le vittime, infatti, si sono appellate direttamente alla giustizia con una citazione diretta nel settembre 2017. Questo istituto è previsto nel diritto francese solo per le contravvenzioni e i delitti meno gravi, mentre per i crimini più gravi è obbligatorio passare dalle indagini preliminari di una procura. La citazione diretta garantisce un processo ma prevede che sia la vittima a produrre le prove, da presentare preventivamente rispetto all’udienza, e a pagare in anticipo le spese legali.

È nell’ambito di questo secondo processo che Barbarin è stato condannato per non avere denunciato alla giustizia padre Preynat tra il 2014 e il 2015 e per non avere provveduto in modo tempestivo alla sua rimozione dagli incarichi pastorali (è passato un anno). Il cardinale in aula si era difeso ribadendo che «non vedo di che cosa sono colpevole: non ho mai cercato di nascondere, tanto meno di coprire, questi fatti orribili. Possono esserci stati errori, ma ho agito in modo più severo di quanto mi era stato chiesto dal Vaticano».

«UN SIMBOLO STRAORDINARIO»

Il giudice, Brigitte Verney, come riportato da Le Figaro, ha sottolineato nella sentenza che Barbarin «ha fatto la scelta di preservare l’istituzione alla quale apparteneva e di non denunciare alla giustizia per evitare uno scandalo». Il cofondatore della Parola liberata, François Devaux, ha dichiarato dopo la condanna che «era importante che questo dibattito si svolgesse in un tribunale dal momento che il Papa non si prende le sue responsabilità per applicare quella tolleranza zero che rivendica da anni». L’avvocato dell’accusa, Yves Sauvayre, ha aggiunto che «la colpevolezza del cardinale consacrata da questo tribunale è un simbolo straordinario. Una grande emozione storica».

Il legale del cardinale, Jean-Félix Luciani, ha invece annunciato che presenterà ricorso, denunciando il clima mediatico «intimidatorio» (La Vie parlò di «caccia violenta a Barbarin»), che avrebbe reso «difficile per un tribunale resistere alla pressione. C’è un problema serio di rispetto della giustizia in questo caso».

LA GIUSTIZIA SI OCCUPA DI REATI, NON PECCATI

Se in Australia, in un processo che solleva enormi dubbi, è stato condannato in primo grado per abusi sessuali il cardinale George Pell, la più alta carica della Chiesa cattolica mai processata per questo reato, in Francia viene ora condannato in primo grado il cardinale Barbarin, il più alto prelato ad avere mai ricevuto una simile sentenza Oltralpe. In entrambi i casi, per quanto non paragonabili, è forte la sensazione che sia in atto un tentativo di condannare dal punto di vista morale la Chiesa cattolica utilizzando in modo tutt’altro che rigoroso il diritto per colpire singoli capri espiatori. Come sottolineato dalle vittime all’indomani dell’archiviazione del primo processo a carico di Barbarin, nel caso dell’arcivescovo francese «il problema è morale, non giuridico». Ma la giustizia esiste per sanzionare reati, non eventuali peccati.

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