«Vergine, bella, 12 anni. Prezzo 12.500 dollari. Presto sarà venduta»

L’Isis arretra ma inasprisce il controllo sulle schiave yazide. Ora i jihadisti le mettono in vendita e le sorvegliano attraverso le app per smartphone

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Il fatto che lo Stato islamico stia perdendo terreno in Iraq e in Siria è una buona notizia per tutto il mondo tranne che per le circa tremila donne (molte delle quali bambine) rapite durante l’invasione dai tagliagole jihadisti del califfo e ridotte a schiave sessuali. Come spiega la Associated Press in un ampio reportage pubblicato martedì, infatti, proprio mentre arretra sul piano militare l’Isis «sta stringendo la presa» sulle donne rapite, in gran parte appartenenti alla minoranza yazida. Ap aggiunge anche un particolare agghiacciante alle numerose testimonianze da incubo già arrivate fino a noi dalle schiave che sono riuscite a fuggire in questi anni: la “novità” è che ora «l’Isis vende le donne attraverso applicazioni per smartphone e condivide dei database che contengono le loro fotografie e i nomi dei loro “padroni” in modo da prevenire meglio i loro tentativi di fuga attraverso i checkpoint del califfato».

Mirza Danai, fondatore della ong tedesco-irachena Luftbrucke Irak, conferma all’Ap che negli ultimi due o tre mesi far scappare le yazide schiavizzate dall’Isis è sempre più difficile e pericoloso. Perché i jihadisti si sono messi a dare la caccia e ad ammazzare sistematicamente le persone che le aiutano a fuggire, e perché i soldi per ricomprare la libertà delle donne rapite sono sempre più difficili da trovare. Ma anche perché, si apprende dal reportage, «registrano ogni schiava sotto il suo padrone», quindi in caso di fuga qualunque checkpoint dell’Isis è in grado di riportarla in catene.

L’agenzia dice di avere «ottenuto una serie di 48 primi piani» di donne sequestrate dall’Isis che sono riuscite a liberarsi, immagini «simili» a quelle che circolano nel database e nelle app dei miliziani islamisti. Secondo il governo curdo, nei mesi scorsi in media venivano salvate 134 donne ogni mese, ma a causa del “giro di vite” imposto dall’Isis nelle ultime sei settimane ne sono state salvate solo 39.

In this Wednesday, May 18, 2016 photo shows a phone image released by Islamic State militants of Nazdar Mahmoud, a 17-year-old Yazidi at Kankhe Camp for the internally displaced in Dahuk, northern Iraq. (AP Photo/Maya Alleruzzo)

Ap riporta la traduzione di uno dei messaggi inviati in arabo attraverso una delle app utilizzate dai jihadisti per la tratta delle donne. «Vergine. Bella. 12 anni… Il prezzo ha raggiunto i 12.500 dollari, presto sarà venduta». A mostrare al giornalista questo annuncio commerciale disumano – che «appare tra pubblicità di gattini e di armi» – è «un attivista della comunità yazida le cui moglie e figlie sono detenute come schiave sessuali dai fondamentalisti». In un altro messaggio promozionale inviato in un gruppo WhatsApp invece viene esibita una madre con due bambini di 3 e 7 anni. Prezzo: 3.700 dollari. «Vuole che il suo padrone la venda», scrive l’autore dell’annuncio. Aggiunge il reporter: «Nelle immagini di cui Ap è entrata in possesso molte delle donne e delle ragazze indossano vestiti eleganti, alcune sono pesantemente truccate. Tutte guardano l’obiettivo, piazzate davanti a poltrone imbottite o tende di broccato in quella che sembra la sala da ballo di un albergo logoro. A volte sembrano appena uscite dalle elementari. Nessuna di loro ha più di 30 anni».

In this Sunday, May ww, 2016 photo,  in Dohuk, northern Iraq. (AP Photo/Maya Alleruzzo)

Gli attivisti che hanno portato tutto questo alla conoscenza di Ap sostengono che l’Isis fa molto affidamento sul sistema crittografico che protegge i messaggi di certe app per smartphone. L’agenzia ha assistito ad alcune «trattative relative alle donne sequestrate mentre avvenivano in tempo reale in conversazioni criptate». I post vengono scambiati «soprattutto su Telegram». Anche su Facebook e Whatsapp, sebbene in misura minore. «Sia Whatsapp controllata da Facebook sia Telegram utilizzano la crittografia end-to-end per proteggere la privacy degli utenti», spiega Ap, e fra gli utenti ci sono anche i jihadisti del Daesh: nessuno può farsi gli affari loro, nemmeno i manager delle loro app.

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Nel reportage c’è anche la testimonianza Lamiya Aji Bashar, una yazida 18enne scappata nel marzo scorso che ora abita dagli zii a Baadre, nel nord dell’Iraq. Ha perso un occhio e ha la pelle rovinata dall’esplosione della mina che ha ucciso le sue due compagne di fuga di 8 e 20 anni. Nonostante tutto questo si considera fortunata: «Ringrazio Dio perché sono riuscita ad andarmene via da quegli infedeli». Aveva provato più volte a liberarsi, ogni volta è stata ripresa e punita. «Anche se avessi perso entrambi gli occhi, ne sarebbe valsa la pena, perché sono sopravvissuta». Lamiya era stata rapita nell’estate del 2014 a Kocho, nei pressi di Sinjar. I combattenti dell’Isis se la scambiavano fra loro, tutti l’hanno violentata e picchiata. «Da qualche parte, dice, la sua sorella di 9 anni, Mayada, è ancora prigioniera».

Foto Ansa/Ap

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