Una riforma della scuola in tre mosse

L’emergenza Covid offre l’opportunità di sperimentare una fase (un anno? un biennio?) di concreta autonomia scolastica

Mentre incombe l’immensa tristezza di un governo che ha posto a ministra all’Istruzione, a pettinar le bambole, la povera Lucia Azzolina. E mentre l’altro povero, il ministro Roberto Speranza, firma la “non derogabile” ordinanza che riporta gli studenti in classe, ma al 50 per cento, il resto è Dad, nei giorni compresi tra il 7 e il 15 di gennaio, poi non si sa che succede, magari l’altro 50 per cento lo riporta a scuola il famoso giornalista Rai – che se non c’era lui l’Italia restava senza mascherine – con un’altra milionata di provvigioni per intermediare dalla Cina un sistema di didattica vaccinata. Ecco mentre stanno facendo di tutto per terminare definitivamente la scuola italiana e poi chiedersi come mai, perdindirindina – lo rivelerà Report di Rai3? Il dataroom della Gabanelli? – ci sono cosi tanti ragazzini in giro, a far risse piuttosto che a far niente, ecco che ho il piacere di ricevere un pensiero rivoluzionario di fine d’anno dal nostro amico don Antonio Villa. Pensiero che, girato al presidente Silvio Berlusconi, trova già un’autorevole adesione politica («e come potremmo avere intendimenti diversi rispetto a una scuola della libertà, noi che sotto il faro della libertà abbiamo posto un’impresa di comunicazione e poi il movimento di Forza Italia?»). E che politicamente parlando contiene già di fatto una riforma in tre mosse.

Eccole.

Carissimo Luigi, tempo fa devo aver detto che amici cattolici, lottatori in difesa della libertà per l’educazione, mancano di concretezza dal momento che si battono senza esito contro un bersaglio irraggiungibile. Forse è più giusto dire che stanno inseguendo un sogno. Ma il cristiano sa che la concretezza della vita non consiste nell’interpretare sogni, bensì nel seguire i “segni del tempo”, che sono gli stessi eventi quando nella loro modalità concordano con l’ideale della fede, e nel contrastarli quando rappresentano una contraddizione.

Veniamo al sodo. Nella pandemia si è sfasciata la scuola (era inevitabile perché la pandemia ha colto di sorpresa i governanti, li ha mandati in confusione, ed essendo la scuola il punto più delicato è stata la prima realtà a soffrire).

Era un “segno del tempo” facile da cogliere perché il cristiano da sempre, direi per natura, sa bene come si fa la scuola e avrebbe potuto almeno suggerire una decisione straordinaria: un anno di sperimentazione della autonomia! Fosse stata anche solo una provocazione avrebbe riacceso una questione grossa, avviandola su binari corretti. Sarebbe bastato, semplicemente e finalmente, dare dimostrazione di fiducia alle singole realtà scolastiche rendendole libere e responsabili nella gestione della attività per la durata imprevedibile della pandemia. Non sarebbe stato un pilatesco “arrangiatevi”, anzi sarebbe stato il primo e vero passo in applicazione della legge 10/3/2000 numero 62 dopo vent’anni di vergognoso oblio, ponendo come unica condizione una puntuale relazione circa i metodi usati, le criticità affrontate e le soluzioni adottate; si sarebbe raccolta una mole di dati nati dall’esperienza e quindi veramente utili a rinnovare la normativa.

I politici mi diranno che sono io a sognare… purtroppo, nel senso che non cambierà nulla, temo che abbiano ragione! Voglio però ricordare a loro che si sono impegnati a dedicare energie al bene del popolo, non ad occupare scranni in parlamento, che la Costituzione non è un totem intoccabile, ma la guida da seguire con saggezza di interpretazione. 

Facciamo una prova: leggiamo i commi 1 e 6 dell’articolo 33. Uno: «L’arte e la scienza sono libere e libero è l’insegnamento”. Sei: “Le istituzioni di alta cultura, università e accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi». È forse un’interpretazione faziosa, e quindi indebita, dire che sono due monumenti alla libertà e fondamenti per una autonomia in campo scolastico? È una forzatura pensare all’università come alla fucina e alla sorgente di libere professionalità? Se la risposta è “no”, allora io dico: “L’università rilasci lauree abilitanti all’esercizio della professione e, qualora si tratti di laureati insegnanti (essendo una professione essenziale alla vita dello Stato come la medicina, la difesa e la politica), in qualunque scuola si trovino assunti, siano considerati funzionari di Stato e da esso stipendiati”. 

L’autonomia, se vuole essere espressione vera di libertà e di responsabilità, deve arrivare fino a questi punti. La libertà è garantita dalla Costituzione, la responsabilità diventa interesse degli stessi insegnati perché sanno di operare al cospetto della società che è giudice severo del loro operato.

Le scuole che nascono come aggregazione di liberi professionisti attorno ad un responsabile che li coopta, rilasciano attestati di frequenza con la descrizione della capacità raggiunte. Il grado di scuola superiore che accoglie gli alunni la valuterà e predisporrà i programmi per l’eventuale recupero e alla fine sarà la società e il mondo del lavorerò a decretare il successo e il fallimento. E se ci sarà fallimento avremo a che fare con una categoria di povertà non del tutto nuova. Certo, è un ulteriore problema… ma è un altro discorso.

Antonio Villa    

Riassumendo per sommi capi e molto all’ingrosso rispetto alla giungla di scartoffie e nomenclature che si sono accumulate nell’Unione sovietica dell’istruzione pubblica italiana, l’istanza di cambiamento del nostro amico Villa ci sembra che indichi una riforma della scuola in sole tre mosse.

Mossa 1: Covid e relativo piano vaccinazioni, ma soprattutto la condizione caotica in cui versa la scuola (condizione per molti versi ineliminabile visto il contesto pandemico in cui ci troviamo), offrono l’opportunità di sperimentare una fase (un anno? un biennio?) di concreta autonomia scolastica: autonomia intesa non come “ognuno si arrangi” ma come responsabilità di ciascuna realtà educativa (insegnanti, studenti, genitori) nell’amministrarsi con le risorse, il supporto e, nel caso, l’ispezione, dell’amministrazione statale.

Mossa 2: nel giro di un anno o due, essendo ancora in corso l’esperimento di autonomia da cui verranno ulteriori indicazioni, esperienze ed eventuali cautele da osservare, il parlamento preparerà una riforma dello stato giuridico degli insegnanti. Tale nuovo profilo giuridico non potrà più prescindere dallo spirito e dettame della Costituzione. Che all’articolo 33, prescrive la libertà di insegnamento e il diritto all’autonomia culturale. Non diversamente dall’epoca fascista, l’insegnante continua anche oggi ad essere un mero impiegato dello Stato. Come non lo è più, mero impiegato dello Stato, nemmeno l’impiegato delle Poste. Allo stesso tempo, autonomia e parità scolastica acquisite come legge dello Stato (n. 62 del 10.3. 2000) e fondamenta del sistema dell’istruzione pubblica, rimangono nei fatti lettera morta.

Dunque, durante l’anno di sperimentazione dell’autonomia, il parlamento approverà una legge che definirà l’insegnante come “libero professionista” e riconoscerà il principio dell’autonomia come concreto fare sovrano della scuola stessa. Nella sostanza, dati i criteri normativi e formativi che dovranno valere a livello nazionale e comunitario, ciascuna e tutte le scuole italiane, statali o non statali esse siano, saranno abilitate a pianificare liberamente e autonomamente il proprio lavoro educativo. Così come l’ingaggio del personale docente e non docente sarà deciso in piena autonomia dalle scuole stesse, costruendo il proprio organico attingendo alle liste di concorso nazionali, comunitarie, con chiamate dirette e in qualunque altra forma rispettosa della libera professione.

Allo stesso modo, mossa 3, contestualmente all’approvazione della legge sul nuovo stato giuridico di libera professione docente, il parlamento approverà l’abolizione del valore legale del titolo di studio, contrastando in maniera definitiva sia il malcostume dei titoli di studio acquistati o frutto di corruttela, sia i cosiddetti “diplomifici”. Saranno l’effettiva preparazione e merito di ciascuno, l’effettivo saper “fare” e saper svolgere determinate funzioni di una certa professione – non il “pezzo di carta” – a valere nei concorsi pubblici, così come nel libero mercato.

Foto Ansa