Tunisia. «A dieci anni dalla Rivoluzione, scenario quasi apocalittico»

L’analisi della situazione economica e sociale del paese da parte di un docente universitario tunisino: «Occupazione e debito peggiorati, ma c’è del buono»

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«Nessuno può affermare che le speranze suscitate dalla rivoluzione si siano materializzate». A dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini, che in Tunisia mise fine al regime di Ben Ali e scatenò la Primavera araba in molti paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, scrive così in un editoriale su Jeune Afrique Kais Mabrouk, docente di Comunicazione in diverse università in Francia, Tunisia e Russia. «Molti cittadini hanno l’impressione di girare in tondo. Da un’elezione all’altra, i tunisini si sono mobilitati in modo massiccio per la democrazia, persuasi ogni volta che essa fosse a portata di mano. Ma fino ad ora solo il partito Ennahda è riuscito a trarne vantaggio e non c’è stato alcun rinnovamento politico».

«CRESCONO DISOCCUPAZIONE E DEBITO PUBBLICO»

Come spiega il professore, il problema principale del paese, da giorni scosso da pesanti manifestazioni di piazza culminate in oltre 600 arresti, è l’economia in forte sofferenza: «Durante la rivoluzione, il “diritto al lavoro” è stata una delle prime rivendicazioni formulate dai manifestanti, specie dai diplomati. Dieci anni dopo, la loro situazione è peggiorata. Nell’ultimo trimestre del 2020, la disoccupazione era al 30%, contro il 23% del 2010». Non solo, «gli scioperi interminabili nelle imprese e la fuga di capitale umano non hanno migliorato la situazione economica del paese, che ha perso due punti di crescita. La produzione nazionale è pressoché la stessa [del 2010]. Incapace di estrarre le sue risorse, la Tunisia è costretta a importare il fosfato, uno dei suoi fiori all’occhiello, insieme all’olio di oliva e alla sabbia».

Anche il Pil, prosegue il professor Mabrouk, «ristagna intorno ai 40 miliardi di dollari da dieci anni, che equivale a un mese di guadagni di un’impresa come Amazon, a fronte di uno stile di vita sociale identico a quello di un paese europeo. Inoltre, per “comprare” la pace sociale, i politici hanno puntato su debito e assunzioni massicce nell’amministrazione pubblica, portando da 435 mila a 800 mila i funzionari (cioè 72 funzionari per 1.000 abitanti) e raddoppiando il debito pubblico in rapporto al Pil (era il 40,7% nel 2010, l’84,5% nel 2020).

«CI SONO ANCHE CONQUISTE INNEGABILI»

Se si considera infine che «la ricchezza non circola, non si sviluppa e non è distribuita» all’interno della popolazione, e che «non è emersa nessuna nuova élite finanziaria, mentre in dieci anni il dinaro tunisino ha perso il 45% del suo valore rispetto all’euro» e i prezzi sono aumentati, si può ben capire perché i tunisini siano delusi dai risultati della rivoluzione e molti abbiano cominciato addirittura a rimpiangere il regime.

In realtà, secondo Mabrouk, la rivoluzione ha portato alla Tunisia innegabili vantaggi dei quali i tunisini stanno già godendo e che col tempo porteranno anche a risultati “economici”:

«Nonostante questo scenario quasi apocalittico, c’è stato del buono nella rivoluzione, soprattutto dal punto di vista culturale. La libertà di espressione si è consolidata e lo testimoniano i tanti giornali che sono nati dopo la caduta del regime e che sono sempre più critici. Inoltre, ciascuno è libero di pregare e di mettersi il velo o di non farlo. I controlli della polizia sono meno numerosi e gli raduni religiosi meno controllati. La nuova generazione gode già di conquiste innegabili e non può che sperare in un avvenire migliore anche dal punto di vista materiale».

@LeoneGrotti

Foto Ansa