Dieci anni dopo la Primavera araba, la Tunisia ha nostalgia del regime

«Che cosa ce ne facciamo della libertà di espressione se poi moriamo di fame?». La deputata Abir Moussi guida il fronte (numeroso) che vuole il ritorno al passato

Abir Moussi, in prima fila al centro con il cappellino rosso, guida una manifestazione in Tunisia

A dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini che ha dato il via alla Primavera araba e ha portato alla fine del regime di Zinedine Ben Ali in Tunisia, cresce nel paese nordafricano la nostalgia per le certezze che il sistema paternalistico al potere riusciva a offrire. Abir Moussi, ex funzionaria nel partito di Ben Ali ed eletta nel 2019 in Parlamento, incarna alla perfezione questo sentimento sempre più diffuso.

NOSTALGIA DEL REGIME

Moussi è tra i deputati più famosi della Tunisia e più controversi. «La Tunisia sta sanguinando, la Tunisia è malata e ferita. La Tunisia ci chiede di salvarla da questa situazione», ha affermato durante un recente comizio nella città di Monastir. Pur non arrivando a invocare direttamente il ritorno della dittatura, Moussi si rifiuta di riconoscere e condannare la repressione e la corruzione onnipresenti sotto Ben Ali e con il suo Partito libero desturiano (Pld), che ha ottenuto 17 seggi nel 2019, secondo gli ultimi sondaggi potrebbe ottenere la maggioranza in Parlamento, se si votasse oggi.

«Non penso ci sia proprio una nostalgia per la dittatura», spiega all’Associated Press Michael Bechir Ayari, analista dell’International Crisis Group, «ma per le certezze perse. La gente vuole servizi pubblici che funzionino e sente che sotto Ben Ali la vita era più facile perché il sistema era più affidabile». La nostalgia nasce soprattutto dalle difficoltà economiche e sociali del paese che i tunisini speravano sarebbero svanite con la cacciata di Ben Ali: la disoccupazione è cresciuta dal 30% del 2010 al 36,5% del 2020 secondo il Council oN Foreign Relations e la corruzione non è affatto scomparsa. Negli ultimi mesi numerose manifestazioni hanno occupato le piazze dell’entroterra del paese per la mancanza di gas per cucinare. Circa il 40 per cento dei migranti arrivati in Italia nel 2020 sono tunisini in fuga dal paese nella speranza di trovare condizioni economiche migliori.

«CHE COSA CE NE FACCIAMO DELLA LIBERTÀ?»

Durante la manifestazione a Monastir sono stati cantati slogan inneggianti a Habib Bourguiba, artefice dell’indipendenza tunisina, ma anche a Ben Ali. «Che cosa ce ne facciamo della libertà di espressione se poi moriamo di fame?», si lamenta un altro membro del Pld. «Nonostante gli errori del vecchio regime la crescita annuale era al 7%». Secondo l’analista Ayari, è un segnale di maturità democratica che partiti nostalgici del passato possano partecipare al processo democratico. Il vero pericolo alla tenuta del paese è rappresentato piuttosto «dalla crisi sociale ed economica».

I tunisini non sono gli unici a essere insoddisfatti dei risultati della rivoluzione e della Primavera araba. Il paese nordafricano è l’unico caso, per quanto problematico, di successo delle rivolte mentre a dieci anni di distanza la condizione di Egitto e Bahrein, ma soprattutto di Libia, Siria e Yemen è ben più grave. E proprio ai risultati drammatici della Primavera araba, a dieci anni di distanza, è dedicato un lungo articolo che uscirà sul numero di gennaio di Tempi. Allora, infatti, i regimi di Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, Ali Abdallah Saleh in Yemen, Muammar Gheddafi in Libia caddero, i dittatori furono deposti, uccisi o costretti alla fuga. Ma quelle vittorie che sembravano dover aprire un futuro radioso per le popolazioni arabe, appoggiate entusiasticamente dai media e dai governi occidentali, si rivelarono presto un’illusione e oggi restano soprattutto le macerie della Primavera araba: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, guerre civili e per procura, terrorismo islamico, paesi divisi, dissolti o distrutti, migrazioni di massa, caos e disperazione. Lo stesso Occidente non è stato risparmiato dalle conseguenze degli errori strategici compiuti negli ultimi dieci anni, sia per seguire la politica cinica degli Stati Uniti di Barack Obama, sia per assecondare gli appetiti regionali di singole potenze (come la Francia in Libia).

@LeoneGrotti

Foto Ansa