Tunisia, ancora proteste al grido di «dignità e lavoro». Oltre 600 arresti

A dieci anni dalla Primavera araba, non si fermano le manifestazioni nel paese nordafricano, dove i giovani sono sempre più scontenti per la mancanza di lavoro e prospettive

tunisia proteste

Più di 600 persone sono state arrestate in Tunisia, dove da quattro giorni migliaia di giovani scendono in piazza a protestare in diverse città per chiedere «lavoro e dignità». Le manifestazioni sono state segnate da episodi di violenza: soprattutto nel centro della capitale, Tunisi, i giovani hanno lanciato pietre e molotov contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni e idranti.

«NON SIAMO “LADRI”»

Alla base delle proteste scoppiate in modo simbolico proprio nel decimo anniversario della Rivoluzione dei gelsomini, che diede il via alla Primavera araba, c’è il malcontento per le conseguenze della crisi economica, peggiorata ulteriormente a causa della pandemia. Nel 2020 il Pil della Tunisia ha registrato un calo del 9%, mentre i prezzi dei principali beni di consumo sono aumentati. La disoccupazione, secondo i calcoli del Council on Foreign Relations, è cresciuta dal 30% del 2010, anno in cui è iniziata la rivoluzione, al 36,5% del 2020.

Oltre che la capitale, le proteste hanno colpito le città di Kasserine, Gafsa, Sousse e Monastir. Il ministero dell’Interno ha accusato i manifestanti di essere «vandali e criminali» e non comuni cittadini con legittime rivendicazioni. Una dei manifestanti, Sonia, ha parlato così alla Bbc: «Definiscono “ladri” tutti quelli che lottano contro il sistema. Noi siamo usciti in pieno giorno e non di notte, a volto scoperto. Vogliamo lavoro e vogliamo dignità».

A DIECI ANNI DALLA PRIMAVERA ARABA

Questi sono due dei principali slogan che dieci anni fa hanno portato alla cacciata del dittatore Zinedine Ben Ali e alla fine del suo regime. Nonostante la Tunisia rappresenti l’esempio più riuscito di Primavera araba, il malcontento di parte della popolazione è grande perché non è stato ottenuto ciò che i giovani scesi in piazza speravano. La delusione è arrivata a un punto tale che in tanti rimpiangono il vecchio regime. Abir Moussi, ex funzionaria nel partito di Ben Ali e fondatrice del Partito libero desturiano che promuove un ritorno al passato, ha ottenuto 17 seggi in Parlamento nel 2019 ma, secondo i sondaggi, se si votasse ancora oggi otterrebbe addirittura la maggioranza. Uno dei suoi slogan è efficace: «Che cosa ce ne facciamo della libertà di espressione se poi moriamo di fame?».

I tunisini non sono gli unici a essere insoddisfatti dei risultati della rivoluzione e della Primavera araba. La condizione di Egitto e Bahrein, ma soprattutto di Libia, Siria e Yemen è ben più grave. E proprio ai risultati drammatici della Primavera araba, a dieci anni di distanza, è dedicato un lungo articolo che è uscito sul numero di gennaio di Tempi. Allora, infatti, i regimi di Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, Ali Abdallah Saleh in Yemen, Muammar Gheddafi in Libia caddero, i dittatori furono deposti, uccisi o costretti alla fuga. Ma quelle vittorie che sembravano dover aprire un futuro radioso per le popolazioni arabe, appoggiate entusiasticamente dai media e dai governi occidentali, si rivelarono presto un’illusione e oggi restano soprattutto le macerie della Primavera araba: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, guerre civili e per procura, terrorismo islamico, paesi divisi, dissolti o distrutti, migrazioni di massa, caos e disperazione.

@LeoneGrotti

Foto Ansa