Telecom e Alitalia agli stranieri fanno notizia. «Invece nessuno parla delle nostre Pmi, che comprano all’estero»

La vendita di Alitalia e Telecom «non è una tragedia e non è sorprendente». Quel che nessuno vede è la vivacità delle nostre piccole e medie imprese. Intervista a Paolo Preti, economista alla Bocconi.

Gli italiani sono bravi imprenditori, ma non bravi manager. L’epilogo dei casi Telecom e Alitalia secondo Paolo Preti, docente di organizzazione delle piccole e medie imprese all’Università Bocconi di Milano, lo dimostra. Se, infatti, è pur vero che in Italia ci sono «ostacoli oggettivi» al fare impresa, tuttavia, sembrerebbe che il nostro popolo abbia un discreto successo in questo campo. Tanto da riuscire a metter da parte un capitale di «1 miliardo di euro» per acquisire Pmi straniere. Ma i giornali questo non lo dicono. Preferiscono titolare sui nostri “gioielli di famiglia” in vendita. Mentre abbiamo un po’ meno successo quando ci troviamo a dover gestire aziende già avviate, peggio se di grosse dimensioni come Telecom. Dove il faro, per anni, è stato uno solo: la «finanza fine a se stessa». Un obiettivo che ora ha portato a un epilogo (la cessione alla spagnola Telefonica) che, secondo Preti, non è poi così «drammatico» come sui media viene spesso presentato. Più semplicemente, forse, c’era da aspettarselo.

Professore, la vendita di Telecom e Alitalia rappresenta il «fallimento dell’Italia Spa», come titolava ieri Repubblica?
Anche se il tono prevalente tra i commentatori è molto negativo, io non la vedo come una tragedia. Certamente il fatto di non avere più una compagnia di bandiera in mani nazionali non è una cosa positiva in sé ed è un caso più unico che raro aver perso la proprietà della compagnia telefonica un tempo prima nel suo settore. Ma non mi sembra una situazione così drammatica: le imprese, del resto, sono fatte per essere comprate e poi vendute.

Loro Piana, Riso Scotti, Buitoni… e tante altre ancora. Ultimamente sembrerebbe che il destino delle nostre imprese è soprattutto quello di essere vendute.
A fronte di un valore di 2 miliardi di euro per le imprese nazionali vendute all’estero nello scorso anno, ce ne sono delle altre comprate all’estero da imprenditori italiani per un valore totale di 1 miliardo di euro. Quindi, pur essendoci una disparità, non è vero che vendiamo e basta. Diciamo che per ogni due aziende che vendiamo ce n’è una che acquistiamo. Solo che non fanno notizia.

Perché non fanno notizia?
Perché si tratta soprattutto di piccole e medie imprese che non tutti conoscono e non di marchi famosi che finiscono più facilmente di altri sui giornali. Ma questo ci aiuta a ricordare anche una caratteristica tipica del nostro tessuto imprenditoriale.

Quale sarebbe?
La vivacità delle piccole e medie imprese, che persino comprano all’estero. Mentre ci ricorda l’estrema difficoltà di fare grandi aziende in Italia. Detto altrimenti, siamo un popolo caratterizzato da una spiccata imprenditorialità, ma anche da una scarsa capacità di gestione manageriale. E questo si vede sulle grandi aziende o nel pubblico. Quando si raggiunge un certo livello diventa più difficile saperlo mantenere. Siamo bravi a fondare e a far crescere, meno ad amministrare. I casi Parmalat, che è anch’essa caduta in mano francese, Benetton, che è entrata in business diversi dal suo acquisendo concessioni pubbliche in autostrade e quant’altro, Loro Piana, che per crescere ha deciso di vendere, e, da ultimo, Telecom e Alitalia sono lì a testimoniarlo.

Come mai è così?
Ostacoli oggettivi a fare impresa in Italia ci sono e si sa. Ma questi valgono anche per le piccole e medie imprese. Poi stiamo parlando di casi che andrebbero analizzati uno alla volta e senza fare di tutta l’erba un fascio. Mi limito semplicemente ad osservare che quando l’imprenditorialità cede il passo alla managerialità, tutto cambia e per la proprietà subentrano fattori diversi dalla mera capacità di fare impresa, come può essere, per esempio, la finanza. La finanza intesa come fine e non più come mezzo, come invece può essere per un semplice imprenditore il cui cognome corrisponde al nome dell’azienda.

È il caso di Telecom?
Telecom è un caso di managerialità pubblica che di colpo diventa privata. Ma i guai di Telecom iniziano con la scalata di Colanino (Roberto, ndr) che è tutto fuorché un imprenditore. Formalmente lo sarà pure, ma stiamo parlando di un finanziere. Così pure come Bernabé (Franco, ndr) proviene dal mondo della finanza. Perché, dunque, mi domando, sorprendersi se la cessione di Telecom è gestita seguendo una logica da finanzieri secondo la quale il miglior offerente vince? E dove l’unico problema è riportare a casa il prima possibile il capitale investito e non, invece, dar da lavorare alla gente o difendere la ragione sociale dell’impresa? Se poi chi compra si impegna anche a salvaguardare la manodopera, il gioco è fatto. Al massimo a rimetterci saranno i piccoli risparmiatori che assistono impotenti alla cessione di Telecom, attraverso l’acquisto di azioni Telco da parte di Telefonica a un prezzo molto più conveniente che se avesse acquistato direttamente azioni Telecom.