Sistri, cos’è e quanto ci costa. E soprattutto: perché equipara un barbiere a un impianto siderurgico?

Al via il costoso sistema di controllo e tracciabilità elettronica dei rifiuti. Che non piace a nessuno, soprattutto ai piccoli e medi imprenditori. Ecco perché

Non c’è mai pace per le imprese. Oggi, lunedì 3 marzo, parte il Sistri, il costoso sistema di controllo e tracciabilità elettronica dei rifiuti ideato nel 2009 dal ministero dell’Ambiente e che ancora non è andato a regime. Ma si tratta dell’ennesima falsa partenza, o di una partenza solo a metà, perché, grazie a una norma votata in extremis dal governo Letta, sarà possibile mantenere fino a fine anno, al fianco di quello telematico, il tradizionale registro cartaceo sui cui annotare a penna i rifiuti prodotti; e le sanzioni per le inadempienze scatteranno soltanto a partire dal 2015.

TEMPI E COSTI IRRAGIONEVOLI. Forse il governo «non ha voluto mettere la faccia su un progetto che è già costato molto e si è rivelato fin da subito non essere che l’ennesimo appesantimento burocratico, inutile e fine a se stesso», spiega Marco Accornero, segretario generale dell’Unione Artigiani, a tempi.it. Il Sistri, infatti, prosegue Accornero, «comporta tempi e costi irragionevoli se rapportati alla reale produzione di rifiuti di una piccola impresa artigiana che ha cinque o dieci dipendenti al massimo». E l’aggiornamento necessario può arrivare a costare «anche 300 euro l’anno», senza contare i costi effettivi dello smaltimento e quelli indiretti legati al tempo sottratto all’attività di lavoro per sbrigare le nuove procedure. Un impegno che, oltretutto, in una piccola azienda artigiana è spesso costretto a sobbarcarsi il titolare in persona o uno dei suoi dipendenti, non potendo disporre di ulteriori risorse umane. Tantomeno economiche, in un momento di crisi come l’attuale. Anche se, inevitabilmente, l’azienda in questione dovrà comunque appoggiarsi a un professionista esterno, da retribuire a sua volta, per l’aggiornamento del software e il disbrigo di alcune pratiche.

silea camionDECINE DI MIGLIAIA DI EURO PERSI. Orafi, estetisti, gelatai e tutte le 350 mila imprese artigiane italiane non sono certo contrarie alle semplificazioni, né tantomeno sono ostili alle nuove tecnologie, ma proprio non capiscono perché debbano obbligatoriamente passare al Sistri, un sistema di tracciabilità dei rifiuti che è unanimemente riconosciuto essere più complesso, meno efficiente e costoso. Specie faticano a comprenderlo quando i rifiuti in questione sono semplici lamette, cerotti o bucce di frutta; roba che una volta si smaltiva senza ricorrere a troppe sottigliezze. Ma ancora peggio è andata per le imprese del trasporto e della gestione dei rifiuti, che con il Sistri si trovano a dover fare i conti con esborsi molto maggiori: per loro la Confcommercio ha stimato una perdita di fatturato media di 20 mila euro l’anno (di cui 3 mila solo per aggiornare il personale), con picchi anche di 40 mila, pari al 50 per cento del fatturato complessivo. Ciò è dovuto, si legge in un comunicato, «al tempo per le operazioni raddoppiato; alla conseguente necessità di dedicare o assumere almeno una nuova risorsa per gestire la piattaforma; al blocco e alla relativa sostituzione dei dispositivi con tempi lunghissimi (anche 8 giorni di attesa), con conseguente danno per il fermo dei mezzi; e all’aumento medio del 30 per cento in termini di ore lavorative da dedicare a operazioni che prima si compivano molto più agevolmente (per un semplice allineamento di dati anagrafici si è registrata un’attesa anche di un’ora)». Senza contare un «costo di 10 mila euro (con picchi di 60 mila) per la sostituzione di server, pc e rete internet».

COME UN IMPIANTO SIDERURGICO. «Una vergogna per il nostro per il nostro Paese», aveva definito il Sistri il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti dal palco della manifestazione di Rete Imprese Italia lo scorso 18 febbraio. Un «legno storto», per il presidente della commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci, per cui il Ssitri «rischia di essere un appesantimento burocratico e un sovraccarico organizzativo soprattutto per le Pmi, diversamente da quanto messo in atto negli altri paesi europei». E ora, denuncia Dario Di Vico sul Corriere della Sera, «barbieri, estetiste, tipografi, orafi e orologiai dovranno smaltire i rifiuti (lamette, cerette, toner, ecc.) come fossero un impianto siderurgico o un grande ospedale». Persino il vicepresidente di Legambiente ha ammesso: «Il Sistri era nato con l’obiettivo di tracciare i rifiuti per tutelare l’ambiente, gli imprenditori onesti e colpire l’illegalità e la criminalità ma alla prova dei fatti è risultato in più occasioni non funzionante ed è stato prorogato più volte senza dare i risultati sperati».