Il “casus belli” non va ricercato sui campi di battaglia della Siria, ma all’interno dello Studio Ovale

Le prove sull’uso di armi chimiche da parte del regime non ci sono. Mentre cresce il sospetto di un’operazione militare propagandistica decisa a tavolino da Obama, Hollande e Cameron. La solita guerra

In un’intervista televisiva alla Pbs, il presidente Obama ha detto che “non abbiamo preso ancora alcuna decisione, ma quando e se la prenderemo, l’intervento in Siria sarà limitato, non vogliamo un lungo conflitto. Ma il regime di Assad riceverà un durissimo colpo”. Secondo Obama, è sicuro che sia stato Assad a usare le armi chimiche. In questo articolo tratto dal settimanale Tempi (che esce oggi in edicola), l’esperto inviato di guerra Gian Micalessin ci spiega “cosa non torna” nella decisione obamiana di attaccare in Siria. Noi vi ricordiamo di firmare l’appello contro l’intervento armato

Oscenità morale. John Kerry liquida così l’episodio di Ghouta, la località siriana alle porte di Damasco dove a dar retta al segretario di Stato statunitense il governo siriano avrebbe usato le armi chimiche contro i ribelli. In verità più che di oscenità morale si tratta di oscenità intellettuale. Gettata in faccia ai cittadini americani, ai loro alleati e al resto del pianeta. Chiederci di scendere in guerra e avallare le avventure obamiane sulla base di quanto successo in quel villaggio alle porte di Damasco è il vero insulto al buon senso del mondo e dei suoi abitanti. Per comodità di chi non avesse seguito la vicenda riassumiamo. Nelle campagne di Ghouta, alla periferia della capitale siriana, l’esercito governativo fronteggia da mesi le formazioni dei ribelli anti Assad, tra cui una vasta compagine di Jasbat al Nusra, la fazione esplicitamente legata ad Al Qaeda.

Da mesi i governativi bombardano le postazioni dei guerriglieri. Da mesi gli insorti si muovono di casa in casa spostandosi attraverso tunnel sotterranei e occupando le abitazioni dei civili. A Ghouta come a Jobar, un villaggio distante un paio di chilometri dal centro della capitale, la maggioranza della popolazione ha da tempo abbandonato le case cercando rifugio o a Damasco o in zone rurali non toccate dai combattimenti. Nella cronaca di questo stillicidio bellico s’inserisce, il 18 agosto, l’arrivo a Damasco di una squadra di osservatori dell’Onu mandati a indagare sull’uso di armi chimiche da parte del governo e dei ribelli. Esattamente 72 ore dopo l’arrivo degli ispettori, i ribelli incominciano a diffondere, prima su Youtube e poi su Al Jazeera e su Al Arabiya, le immagini di un presunto attacco chimico contro la popolazione civile.

Quel che stupisce in quelle immagini è l’evidente diversità rispetto a quanto visto nel marzo 1988 ad Halabja dove Saddam Hussein utilizzò i gas per sterminare le popolazioni curde. Ad Halabja ben poche delle persone contaminate vennero soccorse sul posto. Vittime e sanitari morirono raggomitolati nelle strade, stroncati in pochi minuti dalle esalazioni velenose. Si salvò solo chi riuscì a spostarsi in fretta verso la periferia della cittadina, muovendosi nella direzione opposta rispetto a dove il vento spingeva la nube tossica. Soccorsi e cure mediche vennero prestati solo a debita distanza. A Ghouta, zona di guerra da molti mesi, assistiamo invece a una sorprendente presenza di civili e di sanitari impegnati a far funzionare ospedali e pronto soccorsi. Ancor più stupefacente è la perfetta forma fisica di medici e infermieri capaci di operare senza mascherine e prestar soccorso a bimbi e donne agonizzanti a causa dei gas. Singolare è anche la severa e disciplinata perfezione con cui i fanciulli avvolti nei sudari di morte vengono allineati non vicino ai familiari caduti, ma in una ordinata fila riservata agli obiettivi di macchine fotografiche e telecamere.

La tragedia riassunta in quel composto ordine filmico assume l’aspetto di una farsa. Una farsa sceneggiata per descrivere una strage degli innocenti, far sanguinare i cuori e suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale. Nell’apparente perfezione di queste immagini quel che continua a mancare è la logica dei numeri. L’osservatorio per i diritti umani di Londra, un’organizzazione finanziata dal Congresso americano e legata all’opposizione moderata, registra 322 vittime. Le altre fonti ribelli fanno salire il bilancio fin oltre i 1.700 morti. In questa lotteria, a una settimana di distanza non esiste ancora una verità accertata. L’unica certezza è il tentativo di accreditare l’utilizzo di armi chimiche da parte di un regime deciso a sterminare gli oppositori arrivati a minacciare da vicino le zone governative di Damasco. La verità però è molto diversa.

Perché Assad dovrebbe suicidarsi?
Mentre i ribelli distribuiscono quelle immagini l’esercito di Assad non si muove di un millimetro, non tenta nemmeno di approfittare del caos e della paura generate da quei gas per far indietreggiare i nemici e riprendersi i villaggi contesi. Assad, insomma, dopo aver tenuto sotto chiave per oltre due anni e mezzo le scorte di armi chimiche accumulate nei decenni, avrebbe deciso di incominciare a sperimentarne l’uso sotto il naso degli ispettori chimici alloggiati in un hotel distante non più di venti chilometri da Ghouta. E come se non bastasse, lui e i suoi generali avrebbero deciso di affrontare la condanna del mondo senza cercare di trarne alcun vantaggio strategico. Avrebbero disseminato sarin e altri veleni non per riconquistare la zona di Ghouta e dintorni, ma semplicemente per diffondere il terrore chimico.

Vien da chiedersi allora perché non lo abbiano fatto ad Al Qusayr, la roccaforte dei ribelli al confine con il Libano, riconquistata a giugno dopo due mesi di durissimo assedio costati la vita di migliaia di combattenti di entrambe le parti. Vien da domandarsi perché non lo facciano ad Aleppo, dove dall’agosto del 2012 l’esercito sacrifica uomini e mezzi per impedire ai ribelli d’impadronirsi del secondo centro urbano del paese. O perché non l’abbiano fatto sulle montagne sopra Latakia, dove ai primi di agosto gruppi di miliziani jihadisti sono entrati nei villaggi alawiti sgozzando e massacrando decine di civili colpevoli soltanto di appartenere alla stessa religione del presidente.

Insomma, a dar retta a Kerry e all’amministrazione Obama, sostenuti in questa pretestuosa ricerca di un “casus belli” da Londra e Parigi, Bashar Assad avrebbe deciso il suicidio politico militare offrendo all’Occidente lo stesso cavillo usato per far fuori Saddam Hussein. Si trattasse solo di Assad e dei suoi generali potremo, forse, anche crederlo. Il problema è che in questa vicenda lo scontro non è solo con loro, ma anche con Vladimir Putin e gli ayatollah di Teheran. Ed è sinceramente poco credibile che alleati smaliziati come l’Iran e la Russia permettano a un proprio protetto di offrire un gancio clamoroso a un Obama, un Hollande o un Cameron alla ricerca di pretesti da ormai molti mesi. In verità, l’autentico “casus belli” non va ricercato sui campi di battaglia siriani, ma all’interno stesso dello Studio Ovale. In cinque anni di mandato il presidente democratico ha collezionato una serie di insuccessi senza precedenti.

L’ansia di riscatto della Casa Bianca
Ha iniziato la presidenza tendendo la mano ai popoli arabi e si è ritrovato a delegare a Qatar e Arabia Saudita, due paesi che a casa loro non hanno mai permesso una singola elezione democratica, la costruzione di un islam democratico. Da lì è iniziato il disastro che ha regalato la Tunisia, la Libia e l’Egitto al fondamentalismo e al caos. Ma ora rimettere il genio nella bottiglia è impossibile e dunque Obama non può che continuare sulla stessa strada. Il suo obiettivo è giocarsi il tutto per tutto con un conflitto risolutivo per accreditarsi il merito di aver eliminato un dittatore come Bashar Assad e di aver frantumato l’area d’influenza iraniana in Medio Oriente. Questa lotteria finale è però assai rischiosa. Questa volta davanti a sé l’America di Obama non ha un dittatore solo e isolato, come lo erano Saddam e Gheddafi. Davanti a sé Obama ha una coalizione di potere e d’interessi che unisce Putin, gli ayatollah di Teheran, i miliziani sciiti di Hezbollah. Dietro ha un’Europa esitante e sempre più divisa, con una Germania, un’Italia e molti altri paesi poco disposti a combattere al fianco dei fondamentalisti per difendere l’immagine di Obama, gli affari di Hollande con il Qatar o gli imperscrutabili calcoli geo-economici dell’Inghilterra di Cameron.

L’Obama alla disperata ricerca di un riscatto dopo cinque anni di fallimenti, rischia dunque di ritrovarsi da solo sull’orlo di un conflitto di dimensioni mondiali. Un conflitto capace di far tracimare il caos della Siria in tutta la regione, gettare nella confusione l’intero bacino del Medio Oriente e trasformare una presunta e mai provata oscenità in un inesauribile e irrisolvibile orrore.