Scontri in Parlamento e in tribunale. La battaglia di Hong Kong non è finita

I deputati pro Pechino si impossessano di una commissione chiave, mentre i deputati democratici vengono tenuti fuori dall’aula a forza dalle guardie

Se il governo di Hong Kong pensava che il coronavirus avrebbe bloccato le proteste della popolazione e la legittima richiesta di vera democrazia si sbagliava. Gli scontri avvenuti stamattina nel Parlamento tra deputati pro democrazia e pro Pechino lo dimostrano. Il nodo del contendere, questa volta, riguarda il tentativo di approvare una legge che vieti alla popolazione di fischiare l’inno nazionale, che è lo stesso adottato in Cina.

VIOLENTI SCONTRI IN AULA

Finora l’approvazione della legge che vieti la pratica ormai consolidata negli stadi e nelle piazze, a causa dell’immenso calo di popolarità di Pechino a Hong Kong, è stata impedita dal capo della commissione che dovrebbe approvarla, Dennis Kwok, parlamentare pro democrazia. Oggi però Kwok è stato illegittimamente deposto durante una votazione alla quale non hanno potuto partecipare molti deputati democratici perché portati via dagli agenti di sicurezza e chiusi fuori dall’aula, dopo che violenti scontri si erano consumati all’interno del Parlamento a causa del tentativo di rimuovere il presidente della commissione.

Come riporta il New York Times, Lam Cheuk Ting ha stracciato il regolamento del Parlamento in segno di protesta, mentre Kwok, infine deposto dopo la votazione illegittima e sostituito dal deputato pro Pechino Starry Lee, ha dichiarato: «Ogni volta che il campo favorevole all’establishment non ama qualcosa, fa di tutto, anche violare le regole, pur di ottenere ciò che vuole. Il prezzo della libertà è una vigilanza continua».

«I NOSTRI DIRITTI UMANI SONO A PROCESSO»

Gli scontri in Parlamento avvengono mentre Hong Kong è in fermento. Lunedì in tribunale 15 importanti politici e attivisti pro democrazia, tra cui Lee Cheuk Yan e Albert Ho, arrestati nelle scorse settimane per aver manifestato contro il governo, hanno difeso il loro diritto di espressione e manifestazione, mentre gruppi pro Pechino fuori dall’aula gridavano «traditori» e «peccatori del millennio». «A essere sotto processo sono i diritti umani di Hong Kong», hanno dichiarato gli imputati. «Tutto nasce dal tentativo di Pechino di privarci della nostra libertà. Ma noi andremo avanti a combattere».

Nei giorni scorsi la polizia ha disperso con la violenza una nuova manifestazione organizzata dagli studenti, con la scusa che la distanza di sicurezza prevista dalle misure di contrasto al coronavirus non veniva rispettata. Da quando l’anno scorso il governo della governatrice Carrie Lam ha proposto, e poi ritirato per le proteste popolari, una legge sull’estradizione milioni di persone sono scese in piazza per manifestare e invocare le libertà garantite dalla costituzione della città autonoma.

Foto Ansa