Tienanmen ieri, Hong Kong oggi. Tutti all’incontro di Tempi

Stasera alle 21 a Milano (Teatro Pime, via Mosè Bianchi 94) si terrà l’incontro: “La libertà è la mia patria. Da Piazza Tienanmen a Hong Kong”. Parleranno padre Gianni Criveller e Lee Cheuk Yan, leader democratico e testimone oculare del massacro del 1989

hong kong 16 giugno

Articolo tratto dal numero di novembre 2019 di Tempi. Attenzione, di norma, gli articoli che compaiono sul mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarti a Tempi clicca qui.

Stasera alle 21 a Milano (Teatro Pime, via Mosè Bianchi 94) si terrà l’incontro organizzato da Tempi: “La libertà è la mia patria. Da Piazza Tienanmen a Hong Kong”. Per parlare delle proteste che da oltre sei mesi infiammano la città autonoma, fondamentali per il futuro della Cina e non solo, interverranno padre Gianni Criveller, missionario del Pime a Hong Kong dal 1991, e il leader del fronte democratico, che ha appena riportato una schiacciante vittoria alle elezioni distrettuali, Lee Cheuk Yan, testimone oculare del massacro di Piazza Tienanmen, parlamentare della città autonoma per 20 anni e segretario generale dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici e democratici in Cina. Contrariamente a quanto riportato nell’articolo, non ci sarà l’avvocato Albert Ho, che dopo essere stato brutalmente aggredito da uomini mascherati a Hong Kong nei giorni scorsi ha riportato ferite che non gli hanno consentito di viaggiare.

Mentre 15 mila soldati sfilavano l’1 ottobre a Pechino di fianco a Piazza Tienanmen, tra file di missili e carri armati, per celebrare il 70esimo anniversario dell’avvento al potere in Cina del regime comunista, a duemila chilometri di distanza il 18enne Tsang Chi-kin gridava insieme a migliaia di altre persone: «Liberare Hong Kong, la rivoluzione del nostro tempo». Tsang è il primo giovane nella città autonoma, in oltre quattro mesi di proteste ininterrotte contro il governo, a essere stato colpito in pieno petto da un proiettile vero e non di gomma, sparato a bruciapelo da un agente di polizia in assetto antisommossa. Poteva morire, ma è miracolosamente sopravvissuto. Mentre si trovava in terapia intensiva, è stato processato con l’accusa di aver preso parte a una “sommossa” perché durante le proteste di piazza brandiva in modo minaccioso un bastone. Sui social network si è scatenata l’ironia dei giovani: «Lo incriminano anche per aver rubato un prezioso proiettile della polizia, nascondendolo nel suo petto e rifiutandosi di restituirlo».

Mentre centinaia di giovani inneggiavano a Tsang come a un eroe, il Quotidiano del popolo, megafono del Partito comunista cinese, denunciava la «follia» dei manifestanti, lodando «l’azione legittima» del poliziotto. Non c’è mai stata tanta distanza tra la popolazione di Hong Kong e il governo di Pechino da quando il Regno Unito nel 1997 ha restituito la città alla Cina, che in cambio le ha garantito ampia autonomia per 50 anni. Se nel 1997 il 47 per cento dei cittadini di Hong Kong si dichiaravano «orgogliosi» di essere cinesi, a giugno di quest’anno la percentuale è crollata al 27 per cento, il punto più basso mai raggiunto.

A scatenare le più grandi proteste di piazza della storia di Hong Kong è stata la legge sull’estradizione proposta dal governo filocinese della città nel febbraio 2019. Tutto è nato dal caso di Chan Tong-kai, cittadino di Hong Kong che nel febbraio 2018 avrebbe ucciso la sua ragazza incinta durante un viaggio a Taiwan. Rientrato nella città autonoma, il 20enne è stato arrestato per riciclaggio di denaro, in mancanza di prove per incriminarlo per omicidio. Il governo avrebbe voluto estradarlo a Taiwan, ma non ha potuto farlo in assenza di una legge specifica. La governatrice Carrie Lam ha proposto di coprire il vuoto legislativo e se la popolazione di Hong Kong ha cominciato a protestare non è stato certo per proteggere Chan (che nel frattempo è stato convinto da un sacerdote in prigione a costituirsi a Taiwan), ma perché la legge avrebbe permesso per la prima volta di estradare anche in Cina tanto i residenti quanto gli stranieri che Pechino considera «criminali». In città risiedono centinaia di persone ritenute «scomode» dal regime comunista e la popolazione temeva che la legge avrebbe permesso a Pechino di condurre una campagna repressiva senza precedenti.

MILIONI DI PERSONE IN PIAZZA

I timori della popolazione non sono immotivati: da anni il modello “un paese, due sistemi” ideato dall’allora leader comunista Deng Xiaoping non è più sinonimo di vera autonomia per Hong Kong. Da un lato non lo è mai stato: il parlamentino della città (Consiglio legislativo) viene eletto per metà dalla popolazione e per l’altra metà da collegi professionali fedeli a Pechino. Anche il governatore non può essere scelto con suffragio universale, ma con un meccanismo che permette a Pechino di controllare le nomine. E nonostante l’articolo 45 della mini Costituzione della città preveda che Hong Kong ottenga il suffragio universale, il Partito comunista cinese non lo ha mai permesso, volendo mantenere uno status quo che gli garantisce il controllo della regione amministrativa speciale.

Anche per quanto riguarda i diritti civili, è sempre più marcata l’influenza di Pechino, che erode giorno dopo giorno nuovi spazi di libertà: i giornali praticano l’autocensura come se fosse routine; i governi cercano sempre di introdurre leggi per compiacere Pechino, come l’educazione patriottica del 2012 o la legge «antisovversione» del 2003 che avrebbe vietato le manifestazioni di piazza (entrambe poi ritirate); a cavallo tra il 2015 e il 2016 cinque librai che pubblicavano libri scandalistici sugli alti esponenti del Partito sono stati prelevati a Hong Kong in segreto e illegalmente da agenti di Pechino e processati in Cina; sempre più spesso candidati radicali vengono esclusi dalla corsa elettorale nelle circoscrizioni locali; nel 2018 Hong Kong per la prima volta ha rifiutato il visto a Victor Mallet, Asia news editor del Financial Times, colpevole di aver partecipato a una conferenza con il membro di un partito localista ritenuto pericoloso da Pechino.

La legge sull’estradizione è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e per questo il 9 giugno un milione di persone, cioè il 15 per cento della popolazione di Hong Kong di circa sette milioni, sono scese in piazza per chiedere alla governatrice Carrie Lam di cancellare la legge. Per tutta risposta la presidente cattolica ha ignorato la protesta e le sue istanze, spingendo in piazza il 16 giugno oltre due milioni di persone, la più grande manifestazione della storia della città. Lam ha gestito malissimo le manifestazioni: prima le ha ignorate, poi le ha paragonate ai capricci dei bambini, infine le ha ascoltate ma solo in parte.

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SCHIACCIARE GLI “SCARAFAGGI”

Questo atteggiamento ondivago e irrispettoso non ha fatto che radicalizzare la protesta, che prosegue senza sosta da giugno. La popolazione è rimasta impressionata anche dall’uso sproporzionato e non necessario della forza da parte della polizia: lacrimogeni, gas fumogeni, cannoni ad acqua, proiettili di gomma e veri, spray urticanti. Oltre duemila persone, la maggior parte con meno di 18 anni, sono state arrestate, migliaia sono rimaste ferite. I filmati dei poliziotti che inseguono i giovani fin dentro i cortili delle scuole, chiamandoli «scarafaggi», non ha giovato all’immagine delle forze dell’ordine. Molti giovani indossano durante le proteste la benda all’occhio, diventata uno dei simboli dopo che la polizia ha quasi accecato una donna colpendola da distanza ravvicinata in un occhio con un proiettile di gomma, altri la maschera anti-gas, infine vietata dal governo con una legge ad hoc.

Quando Lam, convinta anche dall’opposizione del mondo della finanza, ha finalmente sospeso e cancellato la legge sull’estradizione, le richieste dei manifestanti erano già diventate cinque: oltre a cancellare la norma, ritrattare il modo in cui sono state definite le manifestazioni («sommosse»), liberare le centinaia di studenti arrestati, avviare un’indagine indipendente sulle violenze ingiustificate della polizia e permettere alla popolazione di votare per le elezioni del Consiglio legislativo e del governatore a suffragio universale (richiesta la cui soddisfazione non può prescindere da Pechino). I giovani promettono di non cedere, fedeli al loro nuovo slogan: «Cinque richieste, non una di meno».

La governatrice Carrie Lam in realtà sa benissimo di aver sbagliato. In un discorso a porte chiuse, davanti a imprenditori e finanzieri della città, divulgato da Reuters, Lam ha ammesso di aver causato un «caos imperdonabile» e ha velatamente riconosciuto di avere le mani legate dalla Cina: «Se avessi scelta», se cioè Pechino non lo impedisse, ha dichiarato, «la prima cosa che farei è dimettermi». Il regime comunista, però, non ha nessuna intenzione di darla vinta alla piazza. Durante una visita in Nepal, il presidente della Cina Xi Jinping ha dichiarato che «chiunque si azzardi a dividere qualsiasi regione dalla Cina morirà: i loro corpi saranno distrutti e le loro ossa maciullate e polverizzate».

MERDE DI TOPO E TERRORISTI

Per mettere pressione alla popolazione il governo cinese ha ammassato truppe e mezzi blindati a Shenzhen, a 20 chilometri da Hong Kong, facendo sfilare almeno una volta mezzi pesanti nella città autonoma per la rotazione della guarnigione presente in loco (circa 10 mila soldati). Il riferimento ai «corpi maciullati» è apparso come una macabra minaccia che ricorda quanto subìto dagli studenti cinesi in Piazza Tienanmen 30 anni fa, quando furono brutalmente uccisi dai soldati dell’Esercito popolare di liberazione e schiacciati dai carri armati.

Anche il giornale del Partito continua a gettare benzina sul fuoco: in diversi editoriali ha definito i manifestanti «merde di topo» e «terroristi», invitando la polizia a «eliminarli» e ricordando che «il nostro esercito non resterà a guardare». Per l’occasione, e a dimostrazione di quanto Hong Kong sia importante per la Cina, ha anche rispolverato le liste di proscrizione, accusando pubblicamente quattro eminenti personaggi del movimento pro democrazia di Hong Kong di essere al soldo di potenze straniere. Definiti la nuova “Banda dei quattro”, in riferimento ai quattro membri del partito comunista che guadagnarono potere durante la Rivoluzione culturale e poi furono accusati di tradimento verso Mao Zedong e la Cina, Anson Chan, Jimmy Lai, Martin Lee e Albert Ho Chun-yan, sono stati tacciati di essere «traditori della patria».

UNA LAMA DI COLTELLO PER ALBERT HO

Albert Ho, che il 29 novembre parteciperà all’incontro di Tempi su Hong Kong a Milano, è abituato a essere minacciato dal regime: avvocato, ex presidente del Partito democratico di Hong Kong, a capo dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici democratici della Cina, è da sempre nel mirino di Pechino. Non solo è l’organizzatore della veglia annuale al Victoria Park di commemorazione della strage di Piazza Tienanmen, alla quale partecipano centinaia di migliaia di persone e che quest’anno ha fatto da volano per le proteste contro la legge sull’estradizione, ma è anche direttore del “Museo 4 giugno”, l’unico posto in tutta la Cina dove si può parlare apertamente del massacro. Ho è convinto dell’importanza non solo di coltivare la memoria, ma anche di «ricercare la verità, utilizzare quel poco di libertà che ancora ci resta per comunicarla. Dobbiamo farlo per tutti quei cinesi ridotti al silenzio dal regime nella Cina continentale e per dimostrare a Pechino, e al mondo intero, che non abbiamo dimenticato quello che è successo nel 1989. Non dimenticheremo mai Piazza Tienanmen». Per il suo attivismo Ho, 67 anni, è stato arrestato, ha subìto un pestaggio brutale che l’ha lasciato in fin di vita e ricevuto numerose minacce di morte.

«Alla fine non sei morto. Sei fortunato, ma non lo sarai la prossima volta. Attento a come ti muovi», recitava il messaggio che gli è stato recapitato in una busta nel 2006 contenente una lama di coltello. Dopo che il suo nome è stato inserito nella nuova “Banda dei quattro”, ad agosto, ha commentato a Tempi: «È da 30 anni che sono continuamente oggetto di attacchi malvagi dagli agenti del Partito comunista, ma non sono mai riusciti a intimidirmi. Resterò sempre saldo nei miei princìpi e solidale con tutti coloro che si impegnano per realizzare i valori universali di libertà, verità, democrazia e umanità».

I GIOVANI DEL 4 GIUGNO 1989

È lo stesso spirito dei giovani di Hong Kong che protestano per ottenere ciò che gli è stato promesso nel 1997, cioè ampia autonomia, ma che temono di ritrovarsi anzitempo sotto il tallone del regime. Lo spirito delle proteste, che non hanno un unico leader pur essendo organizzate dal Fronte per i diritti umani e civili, è stato ben racchiuso in un discorso di padre Carlos Cheung, salesiano, che ha parlato così ai giovani cattolici prima di accompagnarli a una delle tanti manifestazioni che si susseguono da oltre 20 settimane:

«Ognuno di noi ha una responsabilità: risvegliare le persone attorno a noi. Cari sorelle e fratelli, dov’è la nostra coscienza? Come può la Chiesa offrirsi come guida senza esprimere un giudizio morale su tutto questo? Oggi non è questione di differenti visioni politiche. Qui si tratta di persone che vengono abusate dal governo, falsamente arrestate dalla polizia, ingiustamente perseguite dal Dipartimento di giustizia, minacciate col terrore bianco. Come cristiani siamo molto familiari con le parole di giustizia. Scegliamo allora di rimanere in silenzio mentre il mondo ha bisogno che noi alziamo la voce? Oltre che pregare, abbiamo bisogno di dire al governo che esso è nell’errore più grande nell’insistere con questo atteggiamento. Ciò che noi stiamo difendendo in modo così caparbio è la dignità umana – la dignità di essere figli e figlie di Dio! Dobbiamo fermare la sofferenza causata da queste leggi irragionevoli e dall’oppressione dell’autorità. Il 4 giugno 1989 dei giovani sono stati massacrati in Piazza Tienanmen. La stessa cosa potrebbe succedere ancora ad Hong Kong. Per questo dobbiamo mostrare moderazione. Non dobbiamo sacrificare le nostre vite per questo regime malvagio, senza alcuno scopo. Che Dio ci benedica, benedica i nostri giovani e Hong Kong. Questa non è una battaglia per conservare. È una battaglia etica. Con la pace, la saggezza e snellezza, risvegliamo tutti, risvegliamo la Chiesa e il popolo del regno di Dio. Usciamo, con orgoglio, speranza e senza paura».

Foto Ansa