Rivolte arabe, tutto come previsto. Ora si metta alla prova l’islam di governo

Per scongiurare il consolidamento di nuovi regimi intolleranti occorre urgere le conseguenze ultime della “primavera”, cioè mettere alla prova le forze islamiste, che finora hanno incarnato l’opposizione clandestina. Anticipiamo l’editoriale che uscirà sul numero 49/2011 di Tempi, in edicola da domani

Il giorno della rivincita degli analisti di questioni islamiche è arrivato. Nove mesi fa erano stati sbertucciati per non aver saputo prevedere la grande ondata della “primavera araba”, la crisi dei sistemi autocratici e una rivoluzione guidata non dagli islamisti, ma da un fronte ampio ed ecumenico di forze sociali e politiche. Oggi che si mettono a bilancio i risultati delle libere elezioni in Tunisia, Marocco ed Egitto, sono vendicate le previsioni di quanti – compreso questo giornale – già da dieci anni andavano dicendo che il voto libero dei cittadini dei paesi del Nordafrica e Medio Oriente avrebbe premiato l’islam politico. Così è stato, e l’unica cosa che ancora si può rimproverare agli esperti è di non aver previsto la portata del successo di una forza più intransigente dei Fratelli Musulmani, e cioè quei salafiti che in Egitto hanno raccolto il voto di quasi un cittadino su quattro.

Di fronte a questa realtà la cosa peggiore che l’Europa e l’Occidente potrebbero fare è di riporre le proprie speranze nelle superstiti capacità di manipolazione dei militari e delle monarchie che ancora detengono il potere nella regione. Fermo restando che le istituzioni prerivoluzionarie hanno ancora una funzione importante da svolgere, l’unico modo per scongiurare il consolidamento di nuovi regimi intolleranti e aggressivi è di urgere le conseguenze ultime della “primavera araba”, cioè mettere alla prova le forze islamiste, che per decenni hanno incarnato l’opposizione clandestina, riconoscendo la loro legittimità a governare.

È una via percorribile perché i tre paesi citati non sono potenze che possono condurre qualsiasi gioco al riparo della rendita petrolifera (come l’Iran o l’Arabia Saudita), ma nazioni che hanno bisogno di un rapporto di intensa cooperazione con l’Europa per rispondere alle esigenze delle loro società.