Petrolio. L’Italia non trivella per colpa dei “No Triv”? Ci pensa la Croazia a farlo (e a incassare)

Riserve di petrolio e gas pari a 3 miliardi di barili lasciate alla Croazia, che estrarrà a pochi chilometri dall’Italia. Prodi denuncia l’immobilismo italiano sull’estrazione di petrolio nell’Adriatico

Nel mare Adriatico, esattamente fra Croazia e Italia, ci sono giacimenti di petrolio e di gas non sfruttati. Il governo croato ha indetto una gara internazionale, poco più di un mese fa, coinvolgendo una quarantina di multinazionali, per trivellare in 29 aeree a poche miglia di distanza dall’Italia. La Croazia sfrutterà le riserve di idrocarburi. L’Italia cosa farà? Starà a guardare come ha fatto sinora, e proibirà nuove trivellazioni a causa delle proteste?

LA LETTERA DI PRODI. A sollevare la questione è stato ieri Romano Prodi. L’ex presidente del Consiglio, in una lettera pubblicata sul Messaggero, ha puntato il dito contro l’assurda opposizione al trivellamento: «La gran parte di queste potenziali trivellazioni – ha sottolineato Prodi – si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata». Se le trivelle provocassero davvero gli enormi danni ambientali di cui parlano i “No Triv”, le conseguenze negative della decisione croata ricadrebbero anche sull’Italia. Quelle positive, cioè i profitti miliardari, andrebbero alla sola Croazia. Il nostro Paese, ha proseguito Prodi, si trova in una situazione «paradossale»: è «al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione». «Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle».

15 MILIARDI DI INVESTIMENTI. «Sulla base dei progetti già individuati – ha segnalato Prodi nella sua lettera –  possiamo almeno raddoppiare la produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020». «Solo questo – ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio – significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno». Inoltre, ha concluso, «si attiverebbero investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro Paese».

3 MILIARDI DI BARILI. Una delle aree individuate per le trivellazioni dal governo croato è Pelagosa, vicino alle Tremiti. L’isola è a pochi chilometri da dove  l’Italia progettava di perforare il suolo, prima di fermare tutto a causa delle proteste locali. Così, mentre il governo italiano ha bloccato il progetto, i croati hanno colto la palla al balzo, dando il via libera alle trivellazioni a pochi metri. Una beffa – non l’unica – che si ripete, lungo tutto il confine adriatico fra Croazia e Italia, fino all’Emilia-Romagna e nel golfo di Venezia, dove il governo croato sfrutterà giacimenti che Roma non vuole sfruttare per questioni “ambientali”. Si tratta di una riserva di 3 miliardi di barili di idrocarburi, dicono le stime.
L’estrazione di questo tesoro, secondo il ministro degli esteri della Croazia, Ivan Vrdoliar, trasformerà il suo paese in «una piccola Norvegia di gas a nord e di petrolio a sud». Visto l’immobilismo italiano e il fatto che per le 29 concessioni al trivellamento si siano già proposte 40 aziende, e big del settore come Gazprom, Shell, Exxon ed Eni, il ministro croato può permettersi l’ottimismo.