Pedofilia, all’Onu stanno confezionando un nuovo attacco ultra ideologico alla Chiesa. Ma chi sono loro per giudicare?

Useranno ancora la lotta agli abusi come scusa per provare a demolire il magistero cattolico? Ecco chi sono i promotori, i faccendieri e i finanziatori di una campagna internazionale molto poco disinteressata

onu-chiesa-pedofilia-tortura«Dietro l’enfatizzazione degli abusi su minori compiuti da preti cattolici c’è di tutto: preti spretati, teologi eretici come Hans Küng, lotte interne dei modernisti contro il Papa, radicali che suonano la tromba, movimenti gay o pro choice, che vogliono far pagare alla Chiesa le sue posizioni in materia etica». Lo scriveva il giornalista Francesco Agnoli, in Chiesa e pedofilia, nel 2011. Allora il papa era Benedetto XVI. Da quando è salito al soglio papa Francesco poco è cambiato. E nonostante la simpatia dei media per Jorge Mario Bergoglio, nei fatti, le azioni legali e diplomatiche contro la Santa Sede non si sono fermate.

Da anni, la responsabilità del Papa e delle gerarchie del Vaticano sulla presunta copertura dei casi di pedofilia del clero cattolico è al vaglio di tribunali nazionali e internazionali, comitati istituiti ad hoc da governi di tutto il mondo. È approdata fra il 2013 e il 2014 alle Nazioni Unite. Sulla base di presunte violazioni, la Santa Sede è stata chiamata in causa dall’Onu in due distinte occasioni: per presunte violazioni della convenzione sui diritti dell’infanzia e, poi, di quella sulla tortura.

A febbraio, dopo aver asserito la responsabilità del Vaticano sulla copertura degli abusi, i membri del comitato Onu che vagliano l’attuazione della Convenzione sui diritti del fanciullo hanno colto l’occasione per tentare di imporre alla Santa Sede anche la revisione delle sue posizioni in materia di aborto, contraccezione e omosessualità. Il 23 maggio sarà il comitato Onu contro la tortura a pronunciarsi. Si prevede che le raccomandazioni conterranno un risultato simile. Anche perché a presiedere la commissione non ci sono giudici terzi, ma professionisti dal profilo politico come il giurista Claudio Grossman, un progressista su aborto e matrimonio gay, e Felice Gaer, che già ha avuto occasione di dichiararsi «ferocemente pro-choice». Proprio la Gaer, alle audizioni del 4 e 5 maggio, interrogando monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, ha cercato con tutti i mezzi di strappargli l’ammissione che gli abusi sessuali possano giuridicamente definirsi tortura.

Il punto dolente delle raccomandazioni, del primo documento Onu e probabilmente del secondo, non sono e non saranno gli accenni alle presunte responsabilità del Vaticano nel coprire gli abusi dei preti. Il motivo è noto. Dalla sua elezione, papa Benedetto XVI ha affrontato le accuse in ogni occasione e ha riformato profondamente la legge vaticana in materia di abusi. Il Papa emerito ha denunciato pubblicamente i crimini dei sacerdoti, incontrando le vittime degli abusi (il primo pontefice a farlo) e varando nel 2010 le modifiche alle “Normae de gravioribus delictis” dello Stato vaticano, portando la prescrizione del reato di pedofilia da dieci a vent’anni, a partire dal compimento della maggiore età della vittima. Il Vaticano ha fatto tutti gli sforzi possibili per debellare gli abusi e non c’è stato alcun tipo di incentivo a coprirli. Basti dire che in tre anni, dal 2009 al 2012, quasi 400 sacerdoti sono stati ridotti allo stato laicale, come è emerso da un’inchiesta dell’Associated Press.

Il problema per la Santa Sede è un altro: che l’Onu usi la questione pedofilia per intervenire una seconda volta su aspetti della dottrina cattolica, da un lato cercando di promuovere l’agenda progressista a livello internazionale, dall’altro mettendo in discussione lo status del Vaticano presso le Nazioni Unite.

La dottrina come “tortura”
Mentre i media danno risonanza alla chiamata in causa della Santa Sede sul dossier pedofilia (sempre lo stesso), a Ginevra si muovono nuove accuse alla Chiesa per la sua posizione su aborto e contraccezione. Il Centre for Reproductive Rights (Crr), una delle ong accreditate alle Nazioni Unite, che ha portato la sua “testimonianza” al Comitato sulla tortura, in una lettera dell’11 aprile 2014 indirizzata ai funzionari della commissione ha sostenuto che il Vaticano violerebbe la convenzione sulla tortura commettendo abusi sui «diritti riproduttivi».

«Il diritto canonico – recita la lettera – prevede specifiche azioni per umiliare e condannare le donne che praticano l’aborto e i dottori che le operano». «Chi commette un aborto per il diritto canonico incorre in scomunica automatica, latae sententiae», che, sottolineano gli attivisti pro-choice, «è la più severa punizione della legge religiosa». Scomunicare donne e dottori che praticano l’aborto, secondo il Crr, costituirebbe una «tortura psicologica». L’ong ha accusato la Santa Sede anche per la sua posizione sulla contraccezione. Secondo gli attivisti, l’atteggiamento censorio del Vaticano porta alcune donne a incorrere in gravidanze indesiderate, diventando automaticamente vittime di una tortura psicologica perpetrata dal papato.

Le accuse, portate avanti in una commissione che dovrebbe occuparsi di casi ben più seri (forse con un po’ di difficoltà in più, visto che del Consiglio sui diritti umani dell’Onu fanno parte nazioni come Cina e Arabia Saudita), sono state considerate ridicole anche dal Wall Street Journal. «Secondo questa logica assurda – ha osservato il quotidiano americano all’indomani della pubblicazione della lettera del Crr – qualsiasi fede può essere condannata per torture se cerca di offrire ragioni ai suoi aderenti per condurre la propria vita in una determinata maniera».

Fra le associazioni che spendono tempo ed energie per mettere alla gogna la Santa Sede in ogni organo internazionale, la più attiva è da qualche tempo il Center for Constitutional Rights (Ccr). L’associazione con base a Manhattan si batte per la chiusura di Guantanamo, contro le violenze della polizia di New York e gli abusi della Chiesa cattolica. Tre argomenti che trovano ampio consenso tra gli americani, consentendo pubblicità diffusa sui media e garantendo un afflusso costante di finanziamenti. Fra i più attivi donatori dell’ong newyorkese si trovano filantropi del settore finanziario e farmaceutico: la Ford Foundation (asset pari a 10 miliardi dollari, 500 milioni le donazioni all’anno), che si autofinanzia con investimenti a Wall Street, il celeberrimo filantropo-speculatore George Soros e varie fondazioni che fanno riferimento alla famiglia del magnate sudafricano del settore farmaceutico Anthony Tabatzinik.

Appartiene al Ccr l’iniziativa che nel 2009 portò la Santa Sede davanti alla Corte penale internazionale. Sostenendo la responsabilità del Vaticano nella copertura degli abusi dei singoli sacerdoti di tutto il mondo, il Ccr presentò ai giudici dell’Aja un dettagliato fascicolo contro Benedetto XVI. Il Vaticano, accusavano gli avvocati dell’ong, «tollera e permette la sistematica e diffusa protezione» dei sacerdoti pedofili. Nel report si dichiarava che «le azioni legali condotte a livello nazionale non sono state sufficienti a impedire che gli abusi contro i minori continuassero». Nel 2013, i giudici dell’Aja comunicarono il rigetto della causa. Quella fu la terza archiviazione di un tribunale sulla presunta omertà della Santa Sede. Qualcuno ne ha sentito parlare?

Quelle sentenze dimenticate
Eppure l’importanza di queste sentenze è enorme: se nemmeno i giudici internazionali constatano responsabilità dirette della Santa Sede nei crimini avvenuti nelle diocesi di tutto il mondo, sulla base di quale documentazione emettono le loro raccomandazioni gli esperti indipendenti dell’Onu che, occorre dirlo, non hanno alcun titolo o qualifica per giudicare i crimini del papato? La risposta è ovvia. Sulla base degli stessi report compilati da associazioni e avvocati che hanno subìto la bocciatura dei giudici internazionali. Dossier che omettono tanto la sentenza dell’Aja quanto le altre due pronunce di archiviazione sulle responsabilità vaticane, emesse dalle corti degli Stati Uniti.

Un anno dopo la denuncia all’Aja del Ccr, fu il rampante avvocato americano Jeff Anderson a chiamare in causa il Papa, chiedendo che la Santa Sede rispondesse (economicamente) degli abusi dei preti pedofili americani. Secondo Anderson, la pedofilia e l’omertà «sono endemiche nel clero cattolico». Anderson ha milioni di ragioni per dirlo. Anzi, centinaia di milioni. Nel 2007, per gli abusi dei preti nella diocesi di Los Angeles, ottenne risarcimenti per più di mezzo miliardo di dollari. Già nel 2002 ne raccolse 60. Il suo compenso? Pari al 40 per cento della cifra. Se fosse riuscito a dimostrare le responsabilità del Vaticano, il paladino delle vittime del clero cattolico probabilmente oggi non sentirebbe il bisogno di concedere decine di interviste all’anno, nelle quali, dal suo ufficio, si diletta a lanciare anatemi contro la Chiesa e a mostrare ai giornalisti la sua preziosa collezione di cimeli religiosi. Il sistema con cui l’avvocato Anderson convince i preti a pagare pare limitarsi alle arringhe fuori dei tribunali. Si presenta ai media con la sua bionda chioma da guerriero, con il suo bottino religioso, e scaglia accuse sulla Chiesa. Le sue invettive vengono rincarate dai media e, alla fine, le diocesi sotto pressione pagano senza andare a processo.

Il meccanismo si è inceppò quando Anderson volle strafare, mirando – come ha in seguito confessato candidamente – al portafogli del Papa. La prima sconfitta arrivò con il “caso Murphy”, un pedofilo colpevole di centinaia di abusi dagli anni Cinquanta al ’74. Anderson, come aveva preannunciato, chiamò in causa il Papa e i vertici della Santa Sede. Dopo aver ottenuto pubblicità mondiale, in tribunale la causa fu ritirata in sordina dallo stesso Anderson. Non c’erano prove della responsabilità del papato sugli abusi.

E così accadde anche a Portland, Oregon, nel 2012. In quel caso la Corte federale dichiarò che i vertici della Santa Sede, in primis il Papa, non avevano alcuna responsabilità civile nelle cause intentate contro i preti pedofili americani. Due archiviazioni che, come quella dell’Aja, non fecero rumore. Eppure sono decisive per capire che «ogni vescovo ha responsabilità giuridica nella sua diocesi, la Chiesa non è una multinazionale», come spiegò dopo le due sentenze statunitensi l’avvocato della Santa Sede, Jeffrey Lena.

Le vittime? L’ultimo dei problemi
In questi anni non si può dire che la Chiesa cattolica americana non abbia pagato per le colpe dei suoi sacerdoti. Il più delle volte, come è avvenuto con Anderson, lo ha fatto per via extra-giudiziaria. Dal 1950 ha sborsato 3 miliardi di dollari in risarcimenti. Più di 1 miliardo solo negli ultimi dieci anni, buona parte finita nelle tasche di avvocati e fondazioni. Nell’elenco dei risarcitori si trovano la diocesi di Dallas, che nel 1998 pagò 30,9 milioni dollari; la diocesi di Louisville, che nel 2003 concesse risarcimenti pari a 25,7 milioni dollari; l’arcidiocesi di Boston, che nel 2004 raggiunse un accordo per 85 milioni di dollari. E poi toccò a Orange (100 milioni), Portland (75 milioni), Seattle (48 milioni), San Diego (198 milioni). A spiccare su tutte fu la diocesi di Los Angeles, con il suo risarcimento da 660 milioni dollari. Viste le cifre, e la disponibilità dei vescovi americani a pagare per non finire nei processi civili, non sorprende il fiorire delle accuse.

A oliare il sistema ci sono avvocati rampanti e associazioni. Fra queste, la Snap è protagonista indiscussa. Lavora fianco a fianco con Anderson negli Stati Uniti e ha collaborato con il Ccr per la compilazione dello “Shadow Report” sui crimini dei preti cattolici presentato al comitato Onu sulla tortura. Quello che non tutti sanno di questa “rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti” è che in realtà si limita a pubblicizzare le cause contro i preti. Non ha nessun’altra missione, pur proclamandosi come l’associazione per eccellenza delle vittime della pedofilia.

Quando, nel 2012, fu chiamata a processo dalla corte di Clayton, Missouri, si scoprì che per le vittime la Snap non faceva proprio un bel niente. In tre anni aveva raccolto quasi 3 milioni di dollari, e gran parte dei fondi arrivavano da avvocati. Emerse che l’associazione nel 2008 dilapidò 92 mila dollari in viaggi. Le spese legali per assistere le vittime? Un solo esempio: nel 2007 donò 593 dollari. Non solo, il leader dello Snap, David Clohessy, confessò di operare da più di vent’anni senza sapere se avesse una licenza per farlo. Nel testo della deposizione presso il tribunale, alla domanda della corte «lo Snap ha mai rilasciato comunicati stampa che contenevano informazioni false?», Clohessy rispose: «Certamente». Non aggiunse altro. Insomma, a questa associazione tenuta in grande considerazione dall’Onu capita, ogni tanto, di dire cose false sui preti.

Il direttore confessò poi di «non avere ricevuto alcuna educazione né di avere seguito alcun corso di studi per aiutare le vittime di abusi», aggiungendo di non sapere se i suoi dipendenti avessero o meno le competenze necessarie per lavorare in questo campo. Clohessy non rispose alle domande dei giudici sulle cifre richieste alle vittime né su quelle ricevute in donazione dagli avvocati da loro contattati per difenderle, pur ammettendo che il gruppo «pubblicizza le cause intraprese contro i preti».

A questo, in fondo, si riduce l’intera vicenda sui preti pedofili: mentre il papato prende sul serio i crimini, incontra le vittime degli abusi, cerca di tutelarle, i grandi accusatori della Chiesa sembrano lavorare con un solo scopo, il guadagno, politico, di carriera, o meramente economico. Forse anche per un pizzico di vanità.