Toh, forse anche l’Onu si è accorta che è «impossibile battere l’Isis senza Assad»

Così la diplomazia internazionale starebbe accantonando almeno temporaneamente l’idea di rimuovere il regime: priorità a un governo di unità nazionale e alla sconfitta dello Stato islamico. Il retroscena della Stampa

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In un retroscena firmato per la Stampa da Paolo Mastrolilli, inviato a New York, il quotidiano torinese disegna uno scenario nuovo per la guerra civile che dal 2011 insanguina la Siria. «La diplomazia internazionale – scrive il giornalista – sta rivedendo la strategia, che potrebbe mettere da parte la precondizione della caduta di Assad, per negoziare poi anche con il regime una transizione accettabile a tutti verso un governo di unità nazionale. La sua uscita di scena dunque sarebbe eventualmente l’ultimo passaggio, non il primo, come diceva la dichiarazione di Ginevra». (Modestamente, è quello che Tempi ha sempre sostenuto).

DIETRO LE QUINTE. In pratica, come sintetizza la Stampa nel titolo dell’articolo, l’Occidente avrebbe finalmente preso atto, quanto meno ufficiosamente, che è «impossibile battere l’Isis senza passare per Assad». Ufficialmente, infatti, «in Siria stiamo combattendo insieme l’Isis, che ogni giorno aggiunge orrore all’orrore, e Assad, che con le sue violenze ha creato il caos dove poi hanno trovato spazio i terroristi. Dietro le quinte, però, sono in corso contatti a cui partecipa anche la diplomazia italiana, per trovare una soluzione diversa, che riporti la stabilità nel Paese e consenta di sradicare gli estremisti».

LE PRIORITÀ SONO CAMBIATE. A far convergere la comunità internazionale verso la nuova road map, spiega Mastrolilli, sarebbero soprattutto alcune considerazioni “strategiche”. In primis il fatto che «la stessa opposizione, quella laica del Free Syrian Army o di Harakat Hazm, e quella religiosa di al Nusra, ammette di non vedere più la possibilità di una vittoria militare contro il regime». Perciò, sebbene tutte le fazioni ribelli continuino a predicare totale chiusura al dialogo con Assad, tuttavia «la sua sostituzione (…) non è più considerata la precondizione, come avevano stabilito i colloqui (fallimentari, ndr) di Ginevra». Inoltre è ormai chiaro che il primo nemico della Siria ormai è lo Stato islamico, un nemico che le forze ribelli, nonostante «l’addestramento concordato con la Turchia e svolto in Giordania», non sono in grado di fronteggiare (tremila uomini contro quindicimila) e la cui sconfitta non a caso è diventata una priorità anche per Obama.

LA MINACCIA DI TEHERAN. In secondo luogo a favorire l’esplorazione delle nuove vie diplomatiche sarebbe anche «l’influenza sempre crescente dell’Iran», un’influenza ormai molto più pesante di quella esercitata sul regime dalla Russia, «al punto che secondo molti analisti operativi sarà impossibile riportare la stabilità a Damasco senza passare da Teheran. Hezbollah, le guardie rivoluzionarie iraniane, e persino i guerriglieri afghani mobilitati dalla Repubblica islamica, non hanno più un ruolo di appoggio al regime, ma sono la vera spina dorsale della strategia siriana. (…) Il recente scontro con le forze israeliane vicino al Golan ha dimostrato che intere regioni della Siria sono ormai sotto il controllo diretto ed esclusivo di Teheran». E dal punto di vista americano il ragionamento sarebbe questo, secondo la Stampa: «Bombardare Assad senza forze di terra in grado poi di controllare la Siria sarebbe molto rischioso, anche perché Teheran potrebbe reagire prendendo di mira proprio obiettivi americani in Iraq e altrove».

IL RUOLO ITALIANO. A questa diversa ipotesi di soluzione del conflitto, sempre secondo Mastrolilli, starebbe lavorando anche il nostro paese. «Con le sue risorse sul terreno – scrive l’inviato della Stampa – l’Italia sta contribuendo a individuare gli interlocutori che potrebbero gestire questa transizione». Il tentativo è quello di coinvolgere «persone non invise al regime, con cui bisognerebbe dialogare non ponendo più la caduta di Assad come precondizione, ma abbastanza riconosciute anche negli ambienti dell’opposizione per avere poi il seguito popolare necessario a gestire il Paese». Farebbero parte di questa rete di contatti «tanto l’inviato speciale americano per la Siria Daniel Rubinstein e il suo omologo russo Sergey Vershinin, quanto ex diplomatici tipo Robert Ford, che l’anno scorso aveva lasciato il posto di ambasciatore Usa a Damasco in polemica con l’amministrazione Obama, ma resta impegnato sul terreno in chiave personale».

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