Non è la Terza guerra mondiale. Trump ha un piano A e un piano B

Come dimostra l’assassinio di Soleimani è in atto un cambio di paradigma nella strategia americana (che si fa asimmetrica)

Distrarre l’opinione pubblica dalla procedura di impeachment, attirare un’altra quota di elettorato ebraico in vista delle elezioni presidenziali dopo quella già conquistata con la mossa di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, blindare i lucrosissimi contratti per acquisti di armamenti americani con l’Arabia Saudita che garantiscono profitti al complesso militar-industriale e posti di lavoro: le spiegazioni correnti sulla rischiosa mossa americana di compiere un omicidio di Stato colpendo con un attacco missilistico il comandante della Forza Quds delle Guardie della rivoluzione iraniana vertono tutte esclusivamente sulle esigenze di politica interna di Donald Trump. Tutte queste motivazioni sono plausibili, ma vanno lette come complementari alla decisione tattica da parte degli strateghi americani di spostare su un nuovo piano il conflitto quarantennale fra Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran, entro il quale l’obiettivo strategico degli americani è quello di determinare la caduta del regime degli ayatollah, mentre l’obiettivo intermedio è quello di frenare l’espansione dell’influenza iraniana nella regione.

È vero che dai tempi della presidenza di Barack Obama gli Stati Uniti hanno avviato una politica di graduale disimpegno dal ruolo di gendarme e di potenza egemone del Medio Oriente, e questo è uno dei pochi punti di parziale continuità fra le presidenze Obama e Trump, ma  questo orientamento non comporta che sia per loro accettabile l’espansione dell’influenza di un regime nemico giurato di Washington e dei principali alleati degli americani nella regione.

Il piano A e il piano B

Con l’omicidio mirato di Qassem Soleimani e di alcuni leader delle milizie irachene filo-iraniane, gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione mirano a provocare una reazione di Tehran che giustifichi contro-rappresaglie di vasta portata sulle infrastrutture militari e industriali iraniane. Gli Usa mirano a portare il conflitto strategico con l’Iran sul piano dello scontro diretto fra stati, in considerazione del fatto che finora il conflitto si è sviluppato come una guerra asimmetrica nella quale la Repubblica islamica sta avendo la meglio, nonostante i ricorrenti cicli di sanzioni economiche decretate contro il paese. Le giustificazioni ufficiali che fanno riferimento ai recenti attacchi di milizie filo-iraniane contro basi Usa in Iraq, agli assalti teleguidati da Soleimani all’ambasciata Usa a Baghdad e ad attentati in programma contro diplomatici e militari americani sono funzionali all’avvenuto cambio di paradigma, che prevede un piano A e un piano B: il piano A è la contro-rappresaglia di vasta portata contro il territorio metropolitano iraniano, le sue infrastrutture militar-industriali e le forze armate della Repubblica islamica nel caso che l’Iran e i suoi fiancheggiatori nella regione cadano nella provocazione rappresentata dall’uccisione di Soleimani, il piano B è il proseguimento della versione americana della guerra asimmetrica inaugurata con l’uccisione del comandante della Forza Qods e del suo luogotenente iracheno Abu Mahdi al-Muhandis.

Non è la Terza guerra mondiale

Il futuro non ci riserva la Terza guerra mondiale, ma un irrigidimento delle sanzioni economiche contro l’Iran e mosse, non sempre sanguinose come quella del 3 gennaio, destinate a sorprendere l’avversario con azioni inaspettate e con manomissioni delle regole del gioco. Donald Trump che annuncia che fra i bersagli di un’eventuale contro-rappresaglia americana ci sono i siti iraniani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, e che li enumera in 52 come il numero degli ostaggi che gli studenti khomeinisti sequestrarono all’ambasciata Usa a Tehran nel novembre del 1979, rende bene l’idea della virata americana verso forme asimmetriche di conflitto.

L’influenza iraniana

I successi strategici iraniani in Medio Oriente sono tutti dovuti al fatto che Tehran non si è mai impegnata in conflitti diretti, ma ha pazientemente allevato forze locali a lei fedeli che in presenza di crisi istituzionali e di vuoti di potere hanno condizionato la politica dei loro paesi in senso filo-iraniano e si sono assunti volentieri il compito di combattere i nemici dell’Iran. L’insediamento di centinaia di migliaia di soldati americani e di altri paesi della Nato in Afghanistan e in Iraq e la Primavera araba che avrebbe potuto allontanare dalle stanze del potere gli alleati dell’Iran in Libano e in Siria non hanno affatto indebolito e isolato la Repubblica islamica sciita, al contrario: pur disponendo di mezzi finanziari e militari enormemente inferiori a quelli degli Usa e dei paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in prima fila), l’Iran ha rafforzato la propria influenza in Iraq, Siria, Libano, Yemen e Striscia di Gaza grazie a milizie e a partiti-milizie locali che ha saputo allevare, armare e addestrare.

L’esperienza del conflitto con l’Iraq

Oggi basi americane, infrastrutture saudite e territori israeliani sono bersagli di attacchi missilistici da parte di fiancheggiatori dell’Iran, mentre il territorio e le forze armate iraniane sono rimasti virtualmente indenni. In tutto questo un ruolo centrale l’ha svolto Qassem Soleimani, uomo in cui confluivano eccellenti capacità di comando militare, diplomatiche e organizzative. Come gli altri esponenti dell’establishment iraniano Soleimani aveva fatto tesoro dell’esperienza della guerra Iran-Iraq alla quale aveva partecipato giovanissimo: un massacro da un milione di morti iniziato da Saddam Hussein e protrattosi per otto anni per i successivi rifiuti di Khomeini di accettare gli armistizi proposti da Bagdad, concluso con un nulla di fatto che aveva lasciato dissanguati i due paesi.

Il trio Usa-Israele-Arabia Saudita

Da allora l’Iran non si è più lasciato impelagare in un conflitto diretto fra stati, al contrario di quello che hanno fatto gli Stati Uniti prima in Afghanistan e poi in Iraq. Il rigetto dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano (luglio 2015) da parte di Israele e Arabia Saudita, e poi dell’amministrazione Trump che lo ha denunciato nel maggio 2018, si spiega con la valutazione che questi tre governi hanno dato delle azioni iraniane: se l’Iran privo di nucleare e zavorrato dalle sanzioni economiche aveva potuto mantenere e addirittura espandere la propria influenza in Medio Oriente, cosa mai avrebbe potuto fare una volta reinserito nel sistema finanziario e commerciale internazionale? Al cuore delle preoccupazioni strategiche del trio Usa-Israele-Arabia Saudita non c’è il nucleare iraniano come tale – americani e israeliani possono sempre decidere di agire con attacchi aerei e missilistici contro i siti dove viene arricchito l’uranio -, ma il consolidamento del governo e delle finanze iraniani grazie alle opportunità economiche liberate dall’accordo sul nucleare.

Cosa farà Khamenei

Da qui la decisione di colpire il punto di forza degli ayatollah – la loro capacità di condizionare il quadro politico regionale attraverso forze fiancheggiatrici – e di cercare di provocare reazioni che sposterebbero il confronto là dove l’Iran non vuole che sia spostato: la guerra fra stati. A Tehran queste cose le sanno e le capiscono benissimo. Questo spiega la natura puramente simbolica della rappresaglia dell’8 gennaio e il freno alle iniziative che le forze fiancheggiatrici avrebbero voluto prendere da subito in Iraq e forse anche altrove. Khamenei ci penserà bene prima di fare un passo falso. La sua strategia sarà probabilmente quella di evitare l’isolamento internazionale, come dimostra il ripensamento con cui le autorità iraniane, dopo aver negato qualsiasi responsabilità, hanno ammesso di aver abbattuto per errore l’aereo passeggeri ucraino e hanno aperto le porte a esperti stranieri per l’inchiesta sull’incidente.

Foto Ansa