Monaco tibetano si dà fuoco per protesta. «Distruggono la nostra fede»

Dawa Tsering è il decimo monaco tibetano a darsi fuoco dall’inizio dell’anno per protestare contro la repressione del regime comunista cinese, che accusa il Dalai Lama di «immoralità» perché incita al suicidio. Ma le proteste avvengono perché il governo «ha distrutto la nostra cultura e la nostra fede, massacrando monaci e abati»

Dawa Tsering, 31 anni, monaco tibetano si è dato fuoco davanti al monastero di Kardze il 25 ottobre nella Prefettura autonoma tibetana per protestare contro la repressione messa in atto dal regime comunista cinese. Prima di cospargersi di benzina, ha gridato «lunga vita a Sua santità il Dalai Lama», la guida spirituale del Tibet che vive in esilio in India.

Dawa Tsering è già il decimo monaco che dall’inizio dell’anno si è dato fuoco come forma di protesta estrema contro il governo. Pechino ha fortemente criticato «la cricca del Dalai Lama», accusandola di «andare contro la morale» incitando i monaci ad immolarsi: «I casi di immolazioni sono contrari alla morale e alla coscienza, e dovrebbero essere condannati» ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Yu. Il governo si è espresso in questo modo in seguito alla commemorazione avvenuta a Dharamsala, sede indiana del governo tibetano in esilio, dove si è pregato per i monaci che sono morti protestando e per quelli che hanno riportato gravi ustioni e non si sa dove ora siano. I primi sono Lobsang Phuntsok (20 anni), Tsewang Norbu (29), Khaying (18), Choephel (19) e la monaca Tenzin Wangmo (20); i secondi Lobsang Kelsang (18), Lobsang Kunchok (19), Kelsang Wangchuk (17) e Norbu Damdul (19).

Quasi tutti i religiosi appartengono al monastero di Kirti, che sta subendo una repressione durissima da parte di Pechino e i cui monaci sono sottoposti alla rieducazione politica. Secondo i monaci, però, se ci sono persone che arrivano a suicidarsi per protestare è perché il governo cinese «ha distrutto la nostra cultura e la nostra fede, massacrando monaci e abati per sostituirli con burattini teleguidati».

Come dichiarato dal Dalai Lama nel 2009, Pechino ha messo in atto una serie di «campagne repressive e violente» contro i tibetani tanto da «gettarli in abissi di sofferenze e durezze, da fare loro sperimentare l’inferno sulla terra. Il primo risultato di queste campagne è stata la morte di centinaia di migliaia di tibetani». «Ancora oggi – continuava – i tibetani in Tibet vivono nel continuo terrore. La loro religione, cultura, linguaggio, identità sono vicini all’estinzione. Il popolo tibetano è bollato come criminale, che merita solo di essere messo a morte».