Medici, infuria la protesta sul nuovo codice deontologico. Gli Ordini fanno la fila al Tar: «Testo avverso alle coscienze, ai malati e alla legge»

Dopo Bologna, Ferrara e Potenza, anche Milano ricorre contro la decisione di «imporre regole che snaturano la professione». Le nostre interviste

Anche l’Ordine dei medici di Milano ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro il tentativo da parte della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) di imporre a tutti gli Ordini provinciali il nuovo codice deontologico dei medici approvato a Torino il 19 maggio scorso. Dopo Bologna, Ferrara e Potenza, molte altre associazioni locali hanno deciso di seguire l’esempio.

LE PROTESTE. Cosa contengono di così grave queste nuove regole professionali? «Sono contrarie alla legge»; «sono un insulto all’etica professionale»; «introducono novità rivoluzionarie su temi importanti prima che il Parlamento si sia espresso»; «rischiano di far pagare ai medici assicurazioni da capogiro»; «sono completamente illogiche»; «non erano necessarie»; «danno più potere al corpo accademico»; «ridicolizzano con un colpo di penna l’obiezione di coscienza». Non solo: «Così siamo nelle mani dei giudici»; «ora dipendiamo dalla burocrazia». E ancora: «Il codice è stato adottato per la prima volta senza unanimità con ben dieci Ordini contrari», ma sopratutto «lede l’interesse del malato». Sono ancora increduli i rappresentanti della categoria che si sono opposti in questi mesi alla riformulazione del giuramento proposta da Amedeo Bianco, presidente di Fnomceo, e resa comunque vincolante per tutti.

LA PROFESSIONE SPACCATA. È «una scelta di metodo e di merito», spiega a tempi.it Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine di Milano. «Di metodo perché secondo la legge spetta agli Ordini provinciali far rispettare ai medici la deontologia professionale, dunque la proposta di Fnomceo non può essere vincolante per gli Ordini provinciali». Non si spiegano, insomma, «le disposizioni finali in base alle quali saremmo tutti obbligati a recepire il codice».
Sottoscrive l’Ordine di Bologna, come spiega a tempi.it il presidente Giancarlo Pizza: «All’inizio pensavamo di risolvere la controversia disapplicando alcune parti del nuovo codice, ma non è stato possibile. Il testo è del tutto inaccettabile, siamo dovuti ricorrere al Tar». Pizza spiega di aver preso parte a ogni seduta dei lavori di redazione del codice. Infatti l’accusa più importante che rivolge a Bianco è «il fatto di non aver cercato un accordo con pazienza». Il presidente di Fnomceo, ricorda Pizza, «non ascoltava nemmeno ciò che avevamo da dire e ha imposto la sua idea spaccando la professione».

E L’OBIEZIONE DI COSCIENZA? Ma la scelta di contestare il nuovo codice deontologico è anche «di merito – riprende Rossi (Milano) – perché, come abbiamo già fatto presente in precedenza (vedi questa intervistaun caso come quello di Stamina, ndr), assieme ad altri nove Ordini provinciali rappresentativi di circa un quinto dei medici italiani, non condividiamo alcune discutibili innovazioni introdotte nel nuovo testo». A cominciare da certe ingerenze indebite. Recitando il giuramento i medici «prima assicuravano obbedienza agli obblighi “se non in contrasto con la deontologia”, ora questa precisazione è stata espunta. Significa che, per esempio in , il medico sarebbe obbligato ad agire secondo le disposizioni del giudice, pur eventualmente ritienendolo sbagliato».
Nello stesso tempo si assiste a un depotenziamento dei vincoli etici: «Su questioni dove invece il medico deve agire per il bene del paziente, prima apparivano formulazioni come: “Il medico deve”, mentre ora si legge: “Il medico fa”». Più grave ancora è la «relativizzazione dell’obiezione di coscienza all’articolo 22», protesta Rossi, una modifica che di fatto obbligherebbe i medici obiettori a segnalare ai pazienti altri specialisti disposti a praticare gli interventi ritenuti lesivi per il malato. «È ridicolo, da pazzi, così si snatura la professione», commenta il presidente dell’Ordine di Milano. Che continua: «Folle è anche la norma sul consenso informato: secondo il nuovo codice dovremmo informare il paziente ogni volta che gli diamo una pastiglia facendogli firmare il consenso, ma si immagina poveri pazienti?». In questo modo, commenta Rossi, «l’alleanza terapeutica va a farsi benedire: il paziente dovrebbe essere in una condizione di ricevere, non di dettare condizioni che non conosce. E questo, al di là di quello che si sente ripetere, è per il suo bene».

UNA «SPINTA IN AVANTI». A rivolgersi al Tar, e «per le stesse ragioni», è stato costretto anche l’Ordine di Ferrara. Il presidente Bruno Di Lascio parlando con tempi.it si sofferma sui «termini edulcorati» inseriti nel nuovo testo: «La parola “eutanasia” ad esempio ora è sostituita da “buona morte”. Si capisce che cambiare una cosa del genere, per altro senza consenso unanime delle associazioni provinciali, è una spinta in avanti gravissima. Anche perché in caso di procedimenti giudiziari i magistrati decidono a partire dal codice professionale». A preoccupare la categoria c’è poi l’introduzione dell’obbligo assicurativo: «È ormai difficile trovare polizze accessibili, visto che le denunce nel nostro campo sono in aumento». Questa tendenza, secondo Di Lascio, ha fatto sì che si venisse a creare «una sorta di monopolio delle assicurazioni per i medici», cosa che di fatto, combinata con l’obbligo di cui sopra, «ci costringerebbe a pagare cifre da capogiro».

L’AUTONOMIA PERDUTA. Si unisce al coro di proteste il dottor Enrico Mazzei, presidente dell’Ordine di Potenza: «Siamo fra quelli che si sono appellati al tribunale amministrativo del Lazio – dice a tempi.it – anche per via dell’articolo 3». Ovvero quello in cui è stabilito che siano gli atenei universitari, e non più gli Ordini, a vigilare sul rispetto della deontologia da parte dei medici: «Ma come? Con tutto il rispetto per l’accademia, sul campo ci siamo noi e non possiamo lasciare che il pensiero di altri condizioni il nostro lavoro», spiega Mazzei.
Non meno dannoso agli occhi del rappresentante dei medici potentini appare infine il vincolo del rispetto alle modifiche organizzative dei Servizi sanitari regionali o delle aziende, respinto come «un’intromissione grave». Con tale disposizione, osserva Mazzei, «potremmo essere obbligati a somministrare o meno farmaci e terapie che riteniamo sbagliati o necessari. Il nostro compito è difendere i malati, ma qui si rischia di diventare dei robot che agiscono su richieste dettate dai budget delle Asl. Non possiamo piegarci: è una questione di autonomia, affinché il medico possa essere il più vincolato possibile solo al bene paziente». Ecco perché, fino alla decisione del Tar, «continueremo tutti ad applicare il codice del 2006».