Maradona non fu un dio (come ognuno di noi)

Il processo alla sua coerenza morale è qualcosa di insopportabile. Come ogni uomo di dibatté tra grandezza e miseria

Caro direttore, scrivo all’alba del primo giorno dopo Maradona. Non sono riuscito a trattenere le dita sulla tastiera perché in queste ore è partito un po’ ovunque, online, un tribunale mediatico per il processo alla vita di Diego. 

Il processo tende a scindere la carriera di Maradona sui campi da tutto ciò che è avvenuto fuori dal campo. Il mio scopo non è quello di difendere Diego. Quello che mi risulta urticante è il valore della “coerenza morale” portato all’estremo. Ovunque ci si giri, dalla politica allo spettacolo, dallo sport alla scuola, ci si trova in mezzo ad una caccia al pretesto, come tanti piccoli segugi da tartufo del peccato. Francamente, è una scena angosciosa, oltre che violenta.  

Si insegue il mito (più come sport che come reale interesse a trovarlo) dell’uomo perfetto, che non ha mai pagato una babysitter in nero, che ha saldato ogni bolletta in anticipo, che non ha mai risposto ad un messaggio o chiamata al volante, tra un po’ persino che non ha mai detto una parolaccia in pubblico (don’t try this at home, please!). Come se il problema della vita fosse seguire il libretto di istruzioni scritto da un senso comune dettato non si sa da cosa se non dalla paura di ammettere che nell’uomo covano insieme due grandi fuochi: quello della grandezza e quello della miseria.  

Questa doppia carne umana l’ha capita e amata per primo, 2000 anni, quell’uomo che si pose nel mondo e fece scandalo: per lui il problema non era quanto uno avesse peccato, ma quanto uno fosse disposto ad amare. Da quel giorno tutti coloro che si sono sentiti capiti nella loro doppia grandezza (di eterno e di miseria) sono cambiati, perché hanno potuto amare. D’altronde a Maradona cosa gli si imputa di più? Di aver amato! Vedendo l’amore che Diego ha dato e suscitato, e come ha giocato i suoi talenti, non può che essermi familiare, simpatico. Questo amore alla vera realtà umana e non alla sua descrizione ideologiche e da laboratorio, rappresenta la vera rivoluzione, parola tanto cara a Diego, per costruire spazi di vita, dalla politica allo spettacolo, dallo sport alla scuola. Oggi Diego giocherà lassù nel cielo (anche lì chissà che risate!), dove non ci sarà un clerico della giustizia terrena a giudicarlo, intriso magari di un arido giustizialismo, pronto a sguainare spade in forza di “canoni” di cui si è reso vittima e prigioniero. 

Viva Diego, viva la vita!  

Fabio Pesaresi

Foto Ansa