L’assegno unico universale è una rivoluzione, la lotta alla denatalità è un’altra cosa

Draghi ha promesso 250 euro al mese a figlio, ma mancano i fondi. Si lavora a una soluzione per dare a tutti e di più, ma questo provvedimento basterà a fare primavera demografica?

Ora la palla passa agli uffici tecnici: saranno loro a cercare di far quadrare i conti tra risorse necessarie e importi disponibili perché nessuno abbia da perdere dall’entrata in vigore dell’assegno unico universale per chi ha figli. Breve ripasso dei nodi al pettine: Mario Draghi parla poco ma questa volta annuncia preciso che dal 1 luglio tutte le famiglie riceveranno 250 euro al mese per ogni figlio, se disabile anche di più. Tutte le forze politiche votano a favore della legge sia alla Camera che al Senato, con l’obiettivo di dare a tutti e dare di più. Secondo le simulazioni presentate in un documento congiunto di Fondazione Gorrieri, Arel e Alleanza per l’Infanzia tuttavia il raggiungimento del target annunciato da Draghi non è allo stato attuale possibile, non per tutti, non così.

250 euro al mese per ogni figlio

Sul piatto ci sono 20 miliardi di euro (recuperate dalla soppressione delle attuali forme di sostegno riconosciute oggi alla famiglia, dalle detrazioni Irpef ai bonus bebè agli assegni famigliari, più 6 miliardi stanziati dalle leggi di Bilancio). L’assegno unico universale mira infatti a razionalizzare e semplificare quelle esistenti in un’unica misura da corrispondere per ogni figlio fino ai 21 anni, a prescindere dalle condizioni di genitori: lavoratori autonomi o dipendenti, capienti o incapienti, tutte le famiglie dei contribuenti (440 mila in più, contando partite Iva e incapienti ai fini Irpef che prima non venivano raggiunte dalle misure di sostegno) beneficeranno del contributo.

Ma i fondi non ci sono

Ma i soldi non bastano: secondo lo studio gruppo di ricerca Arel, Fondazione Gorrieri e Alleanza per l’infanzia, ben ripreso dal Sole24 ore, con i fondi disponibili bisogna aggiornare le stime al ribasso, 161 euro e non più 250 per ciascun figlio (ridotto del 40 per cento se maggiorenne e maggiorato del 50 per cento se disabile) con un incremento di 300 euro annui a partire dal terzo figlio. Questo potrebbe non discriminare famiglie con un Isee più basso, ma non è ancora abbastanza: è necessaria una “clausola di salvaguardia” perché 1,35 milioni di famiglie (con reddito prevalente da lavoro dipendente) non ricevano un importo inferiore a quello percepito fino ad oggi con le misure vigenti, importo che allo stato attuale ammonta a una perdita di circa 381 euro al mese. Per aggiustare il tiro, stimano gli studiosi, è necessario reperire altri 800 milioni di euro.

Istat: «Ridurre l’importo»

A ottobre anche l’Istat aveva affrontato il problema in Commissione Affari Sociali della Camera stimando per il 29,7 per cento delle famiglie italiane un saldo negativo tra l’introduzione della nuova misura e l’abolizione delle preesistenti. Una stima che imponeva al governo di ipotizzare vari scenari, prevedendo in primis una riduzione dell’importo dell’assegno unico “per scaglioni”, al crescere dell’Isee della famiglia (senza vincoli di reddito Isee e con un importo base dell’assegno pari a 240 euro al mese, calcolava il presidente Gian Carlo Blangiardo, le risorse necessarie dovevano infatti raddoppiare). Trovare una forma di selettività, un importo base e una quota variabile legata al reddito nonché risorse aggiuntive sarà il lavoro dei tecnici e dei prossimi decreti attuativi.

L’assegno contro la denatalità

L’approvazione del primo tassello del Family Act arriva alla vigilia della seconda Pasqua blindata e all’indomani dell’ennesimo, drammatico, bollettino di guerra diramato dall’Istat sui bambini “persi” durante la pandemia: «Nella demografia di questa Italia del 2020, due sembrano essere i confini simbolici destinati a infrangersi sotto i colpi della pandemia e dei suoi effetti, diretti e indiretti: il margine superiore dei 700 mila morti e il limite inferiore dei 400 mila nati, una soglia mai raggiunta negli oltre 150 anni di Unità Nazionale. Si tratta di due sconfinamenti che, di riflesso, spingerebbero il valore negativo del saldo naturale oltre le 300 mila unità», e gli effetti, veri, ha sottolineato il presidente Gian Carlo Blangiardo, «deflagreranno nel 2021».

Rosina: «È una rivoluzione»

Per questo commentando l’assegno unico il demografo Alessandro Rosina parla di «segnale positivo», mettendo in luce due aspetti di quella che nella sua analisi per il Sole24ore definisce una «rivoluzione che mette al centro le nuove generazioni». Il primo, è che l’assegno «ha come obiettivo un potenziamento con al centro la figura del figlio stesso», «indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori», «mette al centro le nuove generazioni». Il secondo è l’approccio non più statico e schiacciato sul presente ma «attento allo sviluppo del corso di vita; all’impegno che la famiglia si assume nel tempo», «con un orizzonte generazionale». Rosina ovviamente auspica che lo strumento non resti unico ma si combini alla «percezione di buona parte di famiglie di non essere più sole nella scelta di avere un figlio» e inserito in un sistema integrato di misure, «compresi i servizi educativi, di conciliazione, di politiche attive».

De Palo: «Non accontentiamoci»

Intervenendo a Porta a Porta anche Gigi De Palo, presidente del Forum delle Famiglie, invita a insistere sulla politica, raggiungere l’obiettivo dei 250 euro dichiarato da Draghi «convincendo tutti a fare un capolavoro. Non ci possiamo accontentare di un’elemosina: le riforme sono cose serie che cambiano la storia di un Paese!». E ancora, ad Avvenire, «bisogna invertire la rotta della denatalità e della sfiducia che pervade le famiglie dopo oltre un anno di pandemia. In Italia, dal bonus colf a quello per i monopattini sono stati varati 24 bonus che non richiedono l’Isee. Perché quando si tratta di politiche familiari, invece, dobbiamo usarlo anche quando un figlio viene “pesato” 0,35 mentre in Francia arriva all’uno? Ci sono tante strade possibili, ma l’obiettivo deve essere uno: l’assegno unico unisce tutto il mondo politico. Da qui si può e si deve ripartire. Se dobbiamo farlo, facciamo un capolavoro».

Di riforma contrasto alla denatalità e per futuro delle nuove generazioni hanno parlato tutte le forze politiche, Graziano Delrio l‘ha paragonata alla nascita del Sistema Sanitario Nazionale: «Per la prima volta lo Stato dice a tutti questi milioni di beneficiari “io ci sono, sono al vostro fianco”», ma è davvero così? Ha ragione Rosina a centrare sul figlio e non sul contribuente la vicenda, ha ragione De Palo a dire che da qui si deve ripartire. L’impressione è tuttavia che l’adozione dell’assegno unico universale stia assumendo in Italia i contorni di una risposta non diciamo esaustiva ma assolutamente efficace ad affrontare la madre di tutte le questioni delle nuove generazioni: il calo drammatico della popolazione italiana.

All’estero si investe sul congedo

Riconoscere «l’impegno che la famiglia si assume nel tempo» con l’arrivo di un bambino significa solo staccare un assegno? O piuttosto riconoscere anche alla famiglia il tempo di stare con questo bambino? Facciamo qualche esempio: a luglio la Francia riconoscerà un congedo retribuito ai papà di 28 giorni. In Spagna entrambi i genitori hanno diritto a 16 settimane pagate al 100 per cento. In Germania il congedo dura 14 mesi (12 per la mamma 2 per il papà) al 67 per cento di stipendio. In Norvegia i papà hanno quasi un anno di congedo con 46 settimane al 100 per cento di retribuzione o 56 settimane all’80 per cento. In Svezia sono 12, in Danimarca 52, in Repubblica Ceca i genitori che rimangono a casa hanno diritto a 11 mila euro di benefit fino a 4 anni con la garanzia della conservazione del posto di lavoro. Il congedo parentale allungato su cui hanno investito Stati e governi è solo un esempio di misura che riconosce davvero all’arrivo di un bambino un posto centrale nella società che a partire dal sistema economico si modella in funzione della famiglia. E i risultati, in termini di natalità, pagano.

Basta ai giovani un assegno?

Basteranno i nidi e le politiche di conciliazione per il lavoro femminile promesse dal Family Act a combinarsi a una misura dovuta e necessaria – dovuta e necessaria, lo ribadiamo: il battagliero Gigi De Palo, padre di cinque figli di cui uno disabile, come centinaia di migliaia di persone a partita Iva non ha mai avuto accesso agli aiuti – come l’assegno universale per invertire la rotta o almeno ammortizzare il calo delle nascite? La misura riconosce finalmente a un figlio lo status di bene per la comunità, a sostegno del principio che per il paese i figli non sono un costo privato a carico delle famiglie ma ciascuno ha un valore per la collettività. Una misura solida, destinata a tutti i nati e con un orizzonte temporale ampio.

Ma sarà questo, la garanzia di un assegno erogato dallo Stato, a convincere i giovani ad investire in quel coraggioso passaggio alla vita adulta che si chiama genitorialità? Sul numero di aprile Tempi dedicherà ampio spazio al tema, a chi sta tentando nei fatti una rivoluzione, senza aspettare lo Stato. Un manipolo di imprenditori che in terra veneta, insieme a soldi e tempo riconosciuto ai genitori, hanno deciso di rifondare davvero una idea di comunità perduta da oltre mezzo secolo.

Foto Ansa