La guerrilla per Hasél, il rapper antifa venerato da salotti

Spagna. L’arresto del rapper antisistema è diventato l’alibi per un saccheggio che non c’entra nulla con la libertà di opinione

Televisione pubblica della Catalogna, canale TV3. Il giornalista Pablo Tallòn sta discutendo con il rapper Pablo Hasél dell’uso di twitter da parte di fascisti o sostenitori di Trump, «Tu credi che si dovrebbero porre limiti? Intendo dire espressioni come per esempio quelle dell’estrema destra: “Metterò una bomba tra i Catalani”, “metterò una bomba tra gli omosessuali”… tu credi che chi dice così debba restare totalmente impunito? O dovrebbe esserci qualche tipo di sanzione come quelle che si sono usate nel tuo caso. Cosa ne pensi?». Risposta del rapper: «Io non sono ipocrita, non credo che la libertà di espressione debba essere per tutti. Non difendo la libertà di espressione per il fascismo. Io lotto per un modello di Stato in cui tutto il fascismo sia totalmente illegale. Però, come ha detto prima la compagna, in questo Stato si permette la libertà di espressione per il fascismo, per aggredire le donne e gli omosessuali gli immigranti eccetera, e a chi è contro non viene permessa. Credo che non si possano mettere sullo stesso piano i due discorsi. Noi stiamo lottando per diritti e libertà, per quei collettivi, e gli altri vogliono massacrarli. Non si possono mettere sullo stesso piano».

Libertà solo a sinistra

Capolavoro. Più di 200 artisti, tra cui il regista Pedro Almodóvar e la star di Hollywood Javier Bardem, hanno firmato una petizione contro l’arresto, avvenuto il 16 febbraio, del rapper spagnolo, Amnesty International lo definisce una «terribile notizia per la libertà di espressione in Spagna», migliaia di manifestanti sono scesi in piazza da Madrid a Barcellona con molotov e pugno alzato per la libertà di parola in suo nome. E in una manciata di secondi Hasél – che difende il diritto di invitare l’Eta e il Grapo a piazzare bombe, sparare proiettili a giudici, far saltare in aria la tv spagnola, i palazzi dei proprietari di El Mundo e Abc, far esplodere l’auto di Patxi Lopez, uccidere Aznar – manda in vacca qualunque epica sulla libertà di pensiero: diritto assoluto sì, ma solo se sei di sinistra, antifascista e antisistema.

Dall’apologia di terrorismo alle lesioni

E a che pro, poi? Pablo Hasél, al secolo Pablo Rivadulla Duró, non è stato arrestato per reati d’opinione, ma per aver collezionato insieme alle diverse condanne per vilipendio alla Corona, alle istituzioni e per esaltazione del terrorismo manifestate nei suoi testi e a mezzo twitter (ammende mai pagate), una condanna per resistenza a pubblico ufficiale, irruzione in un locale, lesioni nei confronti di un giornalista (sempre di Tv3), aggressione, minacce di morte nei confronti di un uomo che ha testimoniato contro un suo amico ed è attualmente indagato per il tentativo di assalto di una delegazione del governo di Lleida durante una protesta contro l’arresto di Carles Puigdemont. Precedenti penali che hanno deciso la detenzione a nove mesi del rapper recidivo come già stabilito dalla sentenza che nel 2018 lo aveva condannato per apologia di terrorismo e ingiurie allo Stato e che non era mai stata eseguita.

Il figlio di papà in cella singola

Il rapper che canta «non mi dispiace per il tuo colpo alla nuca, banchiere, non mi dispiace per il tuo colpo al collo, milionario» non ha esattamente il profilo del guerrilero heroico: erede di una delle più blasonate famiglie della borghesia industriale catalana, figlio dell’uomo d’affari ed ex presidente della Unió Esportiva Lleida (indagato per un buco da 10 milioni di euro), nipote di un militare franchista, cresciuto tra il tennis club e i banchi della scuola privata dei gesuiti, che non ha mai finito il liceo né messo piede in un ateneo da studente (salvo poi fare dell’Università di Lleida l’epicentro delle sue azioni più famigerate: è lì che il cantante si è asserragliato prima di essere prelevato dai Mossos) Hasél ha twittato ai suoi fan che sarebbe finito in carcere di Ponent «a testa alta. Non possiamo permettere loro di dettarci cosa possiamo dire, ascoltare o fare». Dopo di che, autoproclamandosi “prigioniero politico antifascista” ha preteso una cella singola perché – parole del suo avvocato – «le celle sono minuscole, condividere la propria con un’altra persona significa vivere in condizioni pessime e non si sa che tipo di compagno ti può capitare», si è rifiutato di collaborare al «mantenimento del carcere» partecipando al lavoro comunitario o facendo le pulizie e ha fatto sapere che «il cibo fa pena».

La legge bavaglio e i negozi distrutti

Nel frattempo gruppi di manifestanti hanno messo per giorni a ferro e fuoco Barcellona, formalmente per protestare contro l’arresto di Hasél e la “legge bavaglio” di Madrid che mina la libertà di pensiero e di espressione in nome di un reato di lesa maestà anacronistico, in pratica per elevare il grido di una generazione frustrata dalla pandemia, dalla disoccupazione (il 40 per cento degli under 25 non ha un lavoro in Spagna, il tasso più alto in Europa) e che ha il coraggio di alzare il pugno in nome di un ideale. Prendendo di mira banche, negozi di lusso ma anche vetrine di bar, ristoranti e poveri commercianti che faticosamente avevano riaperto, rovesciare cassonetti e bersagliare di molotov le forze dell’ordine, distruggendo la stazione di polizia catalana di Vic.

L’incendio alla camionetta e la riforma dei Mossos

Sempre per la libertà di espressione, la sera di sabato scorso alcuni manifestanti hanno deciso di appiccare il fuoco a una camionetta della Guàrdia Urbana sulla Rambla, mentre un agente si trovava al suo interno. Hanno cosparso il furgone di liquido infiammabile e gli hanno dato fuoco. Il povero agente è riuscito a scappare ma per le mobilitazioni di sabato e l’incendio della camionetta sono finiti in manette con l’accusa di tentato omicidio anche sei italiani, tra i quali una 35enne torinese che avrebbe cosparso il mezzo di acqua ragia. Il sindacato della Guàrdia ha annunciato che si costituirà parte civile e ha attaccato la politica che “si nasconde” mentre all’indomani delle elezioni sta affrontando trattative complicate tra partiti indipendentisti per formare un nuovo governo in Catalogna: non per nulla l’accordo per trovare una maggioranza assoluta resta subordinato a una riforma dei Mossos d’Esquadra (la sinistra anticapitalista dei Cup chiede la messa al bando dei proiettili di Foam e lo scioglimento dell’unità antisommossa).

Il sindaco Colau e i saccheggi dei “menas”

Quando al sindaco di Barcellona, Ada Colau ha condannato gli episodi di violenza dopo aver chiesto al presidente del governo, Pedro Sánchez, di impegnarsi pubblicamente, in un contesto di pandemia e disordini sociali, ad accelerare la concessione della grazia ad Hasél e la riforma del codice penale per proteggere la libertà di espressione e perché nessuno abbia più da patire ingiustamente il carcere come sta accadendo al rapper. Nel frattempo i negozi di Passeig de Gràcia venivano saccheggiati dai “menas”, bande di minorenni stranieri che vivono per strada, sotto le telecamere e gli obiettivi di fotografi e giornalisti, ragazzini carichi di borse e scarpe di lusso a mimare il gesto di vittoria.

Gli artisti si sentono in Turchia

A differenza degli appelli promossi da artisti, attori e cantautori che invitano lo stato spagnolo a smetterla di comportarsi come «paesi come la Turchia e il Marocco, dove diversi artisti sono in carcere per aver denunciato gli abusi commessi proprio dallo stato» (dalla lettera aperta sottoscritta da oltre duecento persone tra cui Pedro Almodóvar e il cantautore Joan Manuel Serrat), la stragrande maggioranza delle interviste ai giovani in piazza, pubblicate da La Vanguardia o da El Pais, dimostra che non «non si tratta solo di di Pablo Hasél», «ogni ora persa a causa dalla pandemia per una persona che ha 18 anni è come perdere la vita intera», «i giovani di questo paese sono costretti a vivere in uno stato deplorevole», «dobbiamo lottare per il nostro futuro».

I giovani in piazza,«Hasél è una scusa»

Da Madrid a Valencia, l’arresto del rapper antisistema Pablo Hasél è infatti diventato l’alibi per una guerrilla che non c’entra nulla con la libertà di opinione, ma con la pandemia e la disoccupazione: «C’è molta rabbia e un accumulo di ingiustizia e problemi di cui soffriamo soprattutto noi giovani, ma che riguarda comunque l’intera società. Non abbiamo accesso al mercato del lavoro, abbiamo contratti precari, ma non penso che per un 50enne sia più facile», «noi giovani nati dopo gli anni 90, tra la crisi del 2008 e la pandemia, abbiamo lavori precari, se li abbiamo; viviamo con gli sfratti e la nostra realtà non ha nulla a che fare con la meritocrazia». «Hasél è una scusa. Protestiamo per gli sfrattati, per gli indifesi, per chi non ha protezione, per gli anni passati di repressione. L’arresto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso».

Foto Ansa