L’Italia va in Niger per un motivo diverso da quello che ci raccontano tutti

E se non fossero il contrasto all’emigrazione clandestina e la lotta al terrorismo jihadista le ragioni principali che stanno dietro alla missione militare italiana in Niger approvata ieri dalla Camera?

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E se non fossero il contrasto all’emigrazione clandestina e la lotta al terrorismo jihadista le ragioni principali che stanno dietro alla missione militare italiana in Niger approvata ieri dalla Camera? Partiti politici e titoli dei giornali danno per scontato che gli obiettivi siano quelli dichiarati dal governo, ma molti indizi portano a credere che dietro ci sia un disegno strategico più vasto.

Un dispositivo che a giugno avrà dispiegato sul terreno appena 120 uomini, e che a regime ne conterà 470, dotati di 130 mezzi terrestri e due aerei (con una spesa di quasi 50 milioni di euro, in parte recuperati alleggerendo la presenza italiana in Afghanistan e Iraq), significa davvero poco in un contesto operativo come quello del Niger. Il paese è grande quattro volte l’Italia, è minacciato da infiltrazioni terroristiche da nord-ovest (Al Qaeda nel Maghreb islamico e gruppi vassalli) e da sud-est (Boko Haram, che adesso si fa chiamare Stato Islamico in Africa occidentale), e la sua frontiera con la Libia attraverso la quale passa una delle tre principali rotte africane delle migrazioni è lunga 600 chilometri. Il paese è già molto militarizzato: a partire dal 2011, con la guerra civile libica in corso e ancor più dopo il tracollo del regime di Gheddafi, francesi e americani ne hanno fatto la loro piattaforma operativa in Africa occidentale. Attualmente nel paese esistono quattro basi militari francesi con oltre mille uomini, una base americana alla quale si appoggia un corpo di spedizione di 800 soldati, e pure una tedesca nei pressi della capitale Niamey.

Come ha scritto Limes, «Angela Merkel, più volte recatasi in visita ufficiale nella regione, nel gennaio 2017 ha fatto votare dal Bundestag l’invio di ulteriori 350 soldati in Mali, portando a mille il numero degli effettivi dispiegati nel Sahel, diventato per la Germania il teatro straniero più importante del secondo dopoguerra. Una parte considerevole dell’armata regionale tedesca è dispiegata proprio in Niger, dove Berlino mantiene una base nella capitale e ha in progetto la costruzione di un avamposto nei pressi della frontiera con il Mali, con l’invio di altri 850 soldati». Se un paese come la Germania, sempre prudente quando si tratta di spedire forze armate all’estero e sempre lungimirante quando si tratta di questioni di economia e finanza, decide col suo governo di Grande coalizione di impegnare una presenza militare crescente in Africa occidentale e nel Niger in particolare, forse bisogna alzare il naso dalle mappe con le rotte dei migranti (che quest’anno, come è noto, hanno avuto una flessione del 32 per cento rispetto all’anno scorso per quanto riguarda gli sbarchi in Italia) e guardare un po’ più su. Si scoprirebbe che il Niger, penultimo paese del mondo nella classifica dell’Indice di sviluppo umano (su 182 paesi del mondo solo il Centrafrica sta peggio) è uno scrigno di minerali e materie prime: oro, diamanti, petrolio, gas naturale e soprattutto uranio, di cui il Niger è il terzo produttore al mondo dopo Canada e Australia. Ma mentre l’uranio canadese e australiano non potranno mai essere utilizzati per progetti geopolitici di contrasto all’egemonia politico-economico-militare dell’Occidente, quello nigerino – facilissimo da estrarsi perché depositato per lo più in miniere a cielo aperto – rischia di finire in mani sgradite. E qui non si allude a terroristi e altri gruppi criminali, ma ai governi di paesi da tempo impegnati a costruire un’alternativa strategica al potere occidentale: India, Sudafrica e soprattutto Cina sono da qualche tempo molto attivi in Niger con progetti centrati sul settore dell’energia, e si sono dimostrati capaci di strappare diritti di prospezione e concessioni di sfruttamento alle imprese francesi, da sempre padrone del campo grazie alla politica di Parigi: la Francia, non va mai dimenticato, garantisce la parità con l’euro della valuta di 14 paesi africani (il franco Cfa) fra i quali il Niger, dal quale importa attraverso la multinazionale Areva il 30 per cento dell’uranio che fa funzionare i 58 reattori delle centrali nucleari francesi.

È evidente che in tempi di diffuse aspirazioni alla proliferazione nucleare da parte di paesi emergenti il controllo della materia prima indispensabile a tradurre in realtà i loro sogni diventa una priorità strategica per i paesi occidentali. Per mantenere le sue posizioni Areva ha già dovuto accettare un aumento dal 5 al 12 per cento delle royalties versate al Niger sull’uranio estratto, ma è evidente che senza decisi interventi politici la Cina e gli altri paesi sono destinati a conquistare posizioni. Pechino si è accaparrata il diritto allo sfruttamento dei promettenti giacimenti petroliferi di Agadem, ai confini col Ciad, per la sua Cnodc e ha costruito l’unica raffineria del paese a Zinder, nel sud al confine con la Nigeria. Raffineria costruita da un’impresa cinese e pagata con soldi prestati dalla Cina al governo di Niamey che non sono ancora stati restituiti: il Niger è esposto con le banche cinesi per una cifra prossima a 1 miliardo di dollari di un fondo garantito dal governo cinese, a un tasso di interesse del 2 per cento annuo. Il nodo scorsoio cinese si sta dunque stringendo attorno al collo nigerino, e questo è il momento giusto per convincere il governo del presidente Mahamadou Issoufou (uomo dei militari e degli imprenditori dei trasporti pubblici sospettati di essere i signori del narcotraffico che hanno finanziato la sua campagna elettorale) a riscegliere l’ovile occidentale. La questione dei migranti ha la sua importanza, ma su questo versante gli interventi non cominciano certamente oggi con la missione votata ieri dalla Camera: per le politiche di contrasto all’emigrazione clandestina e di sicurezza delle frontiere il Niger usufruisce già di un fondo europeo di 190 milioni di euro, una cinquantina dei quali versati dall’Italia, e nel corso degli ultimi tre anni (cioè dopo l’approvazione di una legge contro il traffico illecito di migranti nel 2015) si è fattivamente impegnato a distruggere la rete logistica della tratta. Ne ha fatto le spese l’economia della città di Agadez, nodo strategico dei flussi migratori dal Sahel alla Libia, drogata dal pullulare di guide per l’attraversamento del deserto (passeurs), trasportatori e centri di raccolta clandestini (foyers), che prima dell’inizio delle politiche repressive erano oltre 1.500 in una città di 150 mila abitanti! Attualmente si stima che i migranti di passaggio ad Agadez verso la Libia siano diminuiti dai 50 mila del 2016 a 10 mila l’anno scorso.

Foto Ansa

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