Italia, Spagna e Grecia in crisi. Ecco come gli eurocrati mandano in recessione un continente

«Di solo rigore si muore: i mercati l’hanno capito». E «senza politica l’Europa è finita», proprio come il lavoro, soffocato dall’assenza di investimenti. Intervista a Giancarlo Marini

Eurocrisi senza via d’uscita. Almeno fino a che la politica e le istituzioni europee non faranno uno scatto in avanti, riprendendo quei temi ancora in agenda ma mai approfonditi, come gli eurobond e l’unione bancaria. Quello che fino ad ora si è visto, infatti, è che il rigore non premia. Anzi affossa le economie. E sicuramente non giova ai paesi colpiti dalla speculazione, come Grecia, Spagna, Italia e Portogallo, perché i mercati ormai hanno capito che in Europa, fino ad ora, alle parole mai sono seguiti i fatti. Di questo e della seconda recessione cui va incontro il Vecchio continente abbiamo parlato con Giancarlo Marini, professore di economia all’Università di Roma Tor Vergata.

Con una contrazione del pil pari allo 0,1 per cento nel terzo trimestre, l’eurozona entra in recessione. Mentre la disoccupazione nell’Europa a ventisette, soprattutto tra i più giovani (dove raggiunge il 23,3 per cento) rimane elevata, coinvolgendo quasi 26 milioni di persone. Dobbiamo preoccuparci?
Queste notizie non fanno altro che confermare la lentezza nel processo di integrazione politica dell’Unione europea. Una lentezza che sta diventando ormai insostenibile, soprattutto per i paesi più in difficoltà. I mercati infatti penalizzano maggiormente chi è in difficoltà perché non riesce a risanare i conti. Le istituzioni continuano a dirci «risaniamo, risaniamo, che poi si crescerà!». Ma così non è. Quanto alla disoccupazione, invece, si tratta di un dato indubbiamente allarmante, soprattutto perché ci sono paesi in cui quella giovanile ha già toccato il 50 per cento della popolazione, come in Spagna e in Grecia. Da noi, invece, un ragazzo su tre è senza lavoro. E poi ci dicono che la priorità è quella di tagliare il debito che così non ricadrà sulle generazioni future. Ma le generazioni future oggi sono senza lavoro. Che è peggio.

Il lavoro, appunto. Ma Spagna (con il pil a meno 1,6 per cento), Grecia (-7,2), Italia (-2,6) e Portogallo (-1,6) chiuderanno l’anno in recessione. E molte sono le incognite che gravano sul 2013. Che fine ha fatto la produzione di industria e artigianato?
Per il fatto che in questi paesi ci sono tassi assurdi, nessuno vuole più investire. Non c’è convenienza per gli imprenditori. Paradossalmente è in atto un trasferimento di risorse dai paesi in difficoltà a quelli più ricchi. Ma con la recessione di quest’anno, dopo quella del 2009, l’Europa rischia di sparire dallo scenario globale. I governi stanno attuando politiche di austerity esagerate. Dovrebbero piuttosto portare un po’ di speranza ai cittadini.

Come giudica il “paracadute” del fondo salva stati?
Le condizioni di accesso al fondo salva stati richiedono un atto di colpa e sottomissione. Un paese dovrebbe dire: «Non sono in grado, aiutatemi». Non mi sembra che sia il caso. E non credo che funzionerà. Ormai è evidente: serve un cambio di marcia, altrimenti si rischia grosso.

Se l’Eurogruppo di martedì non porterà lumi, per la Grecia sono guai. Il ministro delle Finanze di Atene, Yannis Stournaras, ha detto al Parlamento europeo che senza i 31,5 miliardi il default è assicurato.
Per forza. Ci sono cose che l’Europa ha più volte ripetuto ma che non sono mai state realizzate. E poi i mercati hanno capito da un pezzo che gli “interventi per calmare i mercati”, sono solo dichiarazioni a cui non seguono mai i fatti.

Cosa si dovrebbe fare allora?
Ci sono un paio di cose ancora in agenda ma mai realizzate: l’unione bancaria, per esempio, e gli eurobond, che potrebbero essere una soluzione. Fino ad ora, invece, chi più ha fatto sacrifici, più è stato attaccato dalla speculazione.

Ma bisognava abbattere il rapporto debito/pil…
Gli indicatori presi a riferimento sono sciagurati: il rapporto debito/pil, quando si adottano manovre recessive, aumenta anch’esso, proprio per effetto della recessione in atto. E poi è difficile credere ai rosei scenari di ripresa che sono stati prospettati: il rigore non premia. Bisogna piuttosto guardare agli avanzi primari: se ci sono, significa che i paesi sono sulla via del risanamento (che deve essere quella di raggiungere un debito sostenibile). Ma ripeto: non è possibile che questi siano i primi ad esser colpiti dalla speculazione e dallo spread. E se succede non è certo colpa loro, ma delle istituzioni.

Come se ne esce allora?
Serve un’accelerazione della politica. E interventi veri e massicci da parte della Bce, con l’accordo di tutti, per frenare la speculazione. Anche se il panorama politico a livello europeo è desolante e il deficit di democrazia ormai è evidente, bisogna dare un segnale che c’è ancora qualcuno che crede nel progetto europeo. E bisogna convincere gli economisti tedeschi che non si può andare avanti dando la colpa solo a chi sta facendo sforzi per risanare i conti.