Iraq, Siria, Ucraina, Libia, Afghanistan… Per fare la pace servono uomini all’altezza dello scontro

Contro il male, nostro e altrui, non c’è strategia che tenga: l’unica cosa che tiene è il bene, che attecchisce là dove c’è educazione, senso della realtà e del comune Destino. Ma l’Occidente ha spazzato via l’orizzonte educativo dalla faccia della terra

Non bisogna essere Henry Kissinger per capire che è finito un certo ordine mondiale. Grazie agli Stati Uniti gli ideali di democrazia e libertà si sono diffusi in tutto il pianeta e hanno trovato nella globalizzazione il veicolo della loro diffusione e implementazione ovunque, almeno come aspirazione dei popoli e sia pure in diverse gradazioni. Oggi questo processo di emancipazione ispirato dalla fiducia in un progresso umano senza limiti (se non quello opposto dai “cattivi”, dittatori e organizzazioni politiche autoritarie o totalitarie) si trova bloccato e braccato dall’evidenza di un “male” (peccato originale lo chiama il cattolico) che nelle sue forme più eclatanti (nichilismo jihadista o nazionalismo sciovinista) produce inesorabile violenza, disordine, instabilità in tutto il mondo.

Papa Francesco vede in tutto ciò i prodromi di una terza guerra mondiale «anche se a pezzetti». In effetti vede bene, e la sconcertante ammissione di Barack Obama che adesso «non sa cosa fare» dopo che con le sue buone intenzioni ha lastricato la via dell’inferno dall’Ucraina alla Siria, dall’Afghanistan alla Libia, è la riprova che mai come adesso, dopo le due grandi guerre dello scorso secolo, il mondo rischia un’esplosione di conflitti su vasta scala, in Medio Oriente, in Africa e nella stessa Europa.

Per fare la pace, diceva don Giussani, ci vogliono uomini all’altezza dello scontro. Ma qual è il metro di misura della grandezza umana? All’opposto di come l’Occidente ha proceduto sotto la guida americana almeno nell’ultimo ventennio, l’altezza e grandezza di una leadership si dimostra nella sua capacità di senso di realtà e, perciò, di coscienza del limite proprio e altrui.

Come spiega Kissinger, la premessa della missione americana nel mondo è che i popoli sono per natura ragionevoli e propensi al compromesso per assicurare la pace, ma è altrettanto evidente che nessuna ragione (quindi nessuna pace) può essere garantita senza una adeguata educazione, cioè introduzione alla realtà, che ha il suo fondamento proprio nella coscienza del proprio limite accompagnato da un senso religioso fondamentale (non è l’uomo il padrone delle cose).

Ora, l’eliminazione dell’orizzonte educativo dalla faccia della terra e la sua sostituzione con i cosiddetti “valori” e “regole” (non importa se progressisti o conservatori) e con la loro comunicazione incessante, pervasiva, superficiale e propagandistica attraverso i media, ha reso l’introduzione al mondo, direbbe Shakespeare, una favola piena di furore e rumore che non significa nulla. Bisogna sentire questo deserto per stare di fronte a un Putin o a uno Stato islamico ingrossato dalle file di ragazzi occidentali. Sentiremmo quanto la nostra presunzione di esseri onnipotenti, ricchi di diritti e vuoti di reale, contribuisce al “male” che tende a coprire il mondo fino alla guerra.

Contro il male, nostro e altrui, non c’è strategia che tenga. L’unica cosa che tiene, poiché ha profondità e radici, è il bene. Il bene che attecchisce là dove c’è educazione, senso della realtà e del comune Destino.