«I tagli non generano né crescita né fiducia». I leader di Troika e Ue scaricano (a parole) il rigore

L’austerity non funziona, la crisi continua, i leader di Unione Europea e Fmi prendono le distanze dal rigore. A quando politiche serie per la crescita?

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Anche la troika si è stufata dell’austerity. Dopo aver predicato e praticato rigore e soltanto rigore nei conti, in lungo e in largo per il Vecchio Continente, e dopo averne constatato con amarezza l’inconcludenza per via del prosieguo delle crisi economiche in paesi come Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Cipro, anche i leader di Ue, Bce e Fmi scaricano il pacchetto di politiche tanto care, almeno negli ultimi anni, a eurocrati e alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Politiche che, però, mai si sono rivelate essere favorevoli alla crescita nei paesi più in difficoltà d’Europa, come l’Italia.

I TAGLI, DA SOLI, NON SERVONO. «I tagli, da soli, non generano né crescita né fiducia», ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz in un’intervista a El Pais. Che poi ha aggiunto: «Se proseguiamo con i tagli senza vedere una via d’uscita dalla crisi, perderemo credibilità». E ancora: «Il progetto europeo è minacciato», da questa particolare situazione.
A ribadire il concetto che l’austerity non può più essere la sola risposta alla crisi, anche se da un punto di vista differente, è stato il presidente della Commissione europea Josè Barroso che, intervenendo al summit europeo dei think tank di Bruxelles, l’ha messa giù in questo modo: «Anche se credo che questa politica sia fondamentalmente giusta, penso che abbia raggiunto il limite». In che senso? «In realtà – ha spiegato Barroso – ci sono state resistenze, ritardi ed esitazioni; contraddizioni tra le decisioni prese ai più alti livelli e la loro attuazione; e a volte contraddizioni tra i principi professati e le politiche perseguite». I leader dei paesi membri sarebbero i principali responsabili di tutto ciò, secondo Barroso. Ma non è tutto: «L’opinione pubblica è ancora troppo frammentata lungo i confini nazionali», secondo Barroso; e «il dibattito politico è troppo ispirato all’interesse nazionale».

USCIRE DALLA “GABBIA”, MA COME? Chi, invece, in passato, aveva già avuto avuto modo di prendere le distanze dall’asuterity è Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, che, a margine della sei giorni dell’Fmi di Washington, ha ribadito come occorra «dare più ossigeno all’economia». E ha indicato che, in questo contesto, ad avere più «spazi di manovra» per ridurre i tassi sarebbe, secondo lei, la Banca centrale europea.
Ma proprio Mario Draghi, il presidente della Bce, che già aveva definito l’austerity una «gabbia» rischiosa, sostiene che più che i tassi bisognerebbe ridurre le «tasse» per far ripartire l’economia. Che fare, allora? E da dove partire? Su questo punto, a quanto pare, i leader della troika e dell’Unione europea ancora non sembrano essersi messi d’accordo per nulla. Resta il fatto che, per dirla con le parole di Ignazio Visco, il presidente della Banca d’Italia, per l’Europa «una lettura meno talebana dell’austerity potrebbe essere utile». Potrebbe, appunto.

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