I monaci di Norcia, eterni costruttori tra le macerie del mondo

Da terremoto al virus, cosa ci dice una «chiesa con la “c” minuscola» riaperta dai seguaci di San Benedetto sui monti in cui nacque il continente cristiano

Nova Facio Omnia, «Ecco, io faccio nuove tutte le cose!»: i monaci di Norcia hanno aggiunto il motto allo stemma del monastero nel ventennale della loro fondazione canonica, vent’anni di storia che cadevano in pieno scavo delle fondamenta della loro nuova casa sulle pendici del Monte Patino in Umbria. Era il 2019, e la ricostruzione, quella di un antico convento del XVI secolo in rovina che si affaccia sulla Piana di Santa Scolastica, era iniziata dal luogo più improbabile: la lavanderia. Proprio come 500 anni fa, quando venne costruita nel muro di contenimento che canalizzava l’acqua delle montagne nel monastero. Per molti mesi il priore di San Benedetto in Monte, padre Benedetto Nivakoff, aveva raccontato sul sito del monastero agli amici di Norcia il popolarsi di nuove pietre, animali da fattoria, uomini alle prese con il rinforzo di archi e fondamenta della chiesa di Santa Maria della Misericordia, raccontato il suono della prima campana, la posa delle tegole in terracotta, la benedizione del pozzo e l’installazione degli isolatori antisismici. E a Natale la chiesa era pronta. Qualche giorno fa, in mezzo alla neve è iniziata la costruzione anche dei primi muri per il ripristino del convento che diverrà il monastero adiacente alla chiesa.

LA “STABILITÀ” DEI MONACI DA COMBATTIMENTO

Costruire, costruire, costruire perché Nova Facio Omnia, e l’edificazione della Nuova Gerusalemme in tutto il suo splendore affonda e prospera su solide fondamenta, «San Benedetto sapeva bene che il cambiamento esteriore di disciplina o di luogo, non porta mai in sé nuova vita. Per questo motivo egli ha dato in dono ai suoi monaci il voto di stabilità. Anche quando sembra che tutte le circostanze esterne siano contro di lui, il monaco deve restare e crescere nella Fede», ha ripetuto padre Benedetto mandando agli amici aggiornamenti sulle opere e la vita dei suoi “monaci da combattimento”: «Combattiamo contro noi stessi, contro l’uomo vecchio. Combattiamo i vizi», raccontavano a Tempi gli eredi del Santo che nel 2000 arrivarono dagli Stati Uniti e tornarono ad essere una comunità, a far rifiorire la vita e la regola di San Benedetto scomparsa a Norcia a causa delle soppressioni degli Ordini religiosi nel 1810 da parte di Napoleone: una comunità  di giovanissimi uomini, una comunità del silenzio, della preghiera, della solitudine, del lavoro, del digiuno e del canto nel luogo risorta dove nacquero Benedetto e la sorella Scolastica, «il paradosso della vita monastica è questo: che proprio il fatto di essersi separati dal mondo rende possibile amare il mondo nel modo giusto, dare un contributo che risponde al bisogno di chi vive nel mondo. Oggi noi riusciamo a fare del bene alle persone come non saremmo riusciti se fossimo rimasti nel mondo». 

IL TERREMOTO, IL VIRUS E IL CAMPANILE

La mattina del 30 ottobre del 2016 erano scesi dalla montagna correndo in città con l’olio sacro, lasciando nei prefabbricati costruiti dopo il terremoto del 24 agosto otto di loro in ginocchio con lo sguardo fisso su Norcia dilaniata dal secondo terribile sisma e la corona del rosario in mano. Si erano fatti strada tra la gente terrorizzata e le macerie fumanti, avevano guidato i vigili del fuoco nelle abitazioni a trascinare fuori vecchiette che non volevano uscire, li avevano convinti a buttare giù la porta della cappella delle Clarisse dove otto suore terrorizzate attorno all’altare pregavano che qualcuno venisse a salvarle. Tutto era crollato, eppure nessuno era morto. I monaci raccontano ancora quel fatidico giorno come il giorno del miracolo di San Benedetto che ha preso su di sé i peccati di Norcia, come Cristo per il mondo, offrendo all’uomo l’occasione di convertirsi. Il giorno in cui videro il loro monastero sbriciolarsi e decisero di onorare il metodo monastico che aveva cristianizzato tutta l’Europa: restare e costruire. «Pretendere che Dio restituisca ciò che abbiamo perso è una grande tentazione», ha scritto più volte padre Benedetto mentre un popolo da tutto il mondo li aiutava a rimettere in piedi il monastero, certi che il monastero avrebbe aiutato il popolo.

Così fu, e continua ancora ad essere: lo scorso marzo, i monaci hanno iniziato a offrire una preghiera «per la liberazione da “peste, carestie e guerre”, così come gli antichi che sapevano che queste tribolazioni spesso sorgevano insieme» e lo hanno fatto elevando le impalcature per il restauro del campanile che si staglia sulla città di Norcia e la valle di Santa Scolastica, perché «alzando lo sguardo verso il campanile possiamo pregare insieme ai  monaci per il nostro paese e per il mondo intero in questi giorni di sofferenza per la diffusione del coronavirus». 

UNA CHIESA DI PIETRA (TRA CHIESE CHIUSE E BRUCIATE)

Costruire, costruire, costruire qualcosa che sia per sempre: oggi come negli anni caotici vissuti dal santo patrono d’Europa, oggi come nel 2016, quando in molti in Italia si sono chiesti cosa resta in piedi quando tutto crolla, nell’anno in cui per mesi tutto si è fermato, l’anno delle chiese d’Europa chiuse per la paura del contagio o date alle fiamme e riconvertite in pub, musei, campi da minigolf per mancanza di fondi e fedeli, padre Benedetto e compagni hanno continuato a edificare sui monti dove i monaci costruirono la civiltà del continente cristiano distrutto dai barbari, coscienti del valore di ogni altare consacrato, ricordandoci che «come il corpo di un santo è diventato una dimora per Cristo, così anche la Chiesa consacrata diventa una dimora per Cristo stesso e per tutti coloro che vogliono adorarlo»; celebrando, in Santa Maria della Misericordia, il dies natalis, la rinascita della loro chiesa e del passaggio dalla precarietà alla stabilità «che solo la chiesa di pietra può consolidare»; ricordando le nascite dei santi e martiri ascesi al cielo «attraverso gli edifici in cui preghiamo». È con questa «ricca simbologia in mente che abbiamo quindi fatto il passaggio storico alla chiesa di pietra Santa Maria della Misericordia», ha scritto padre Benedetto, «resta ancora molto da costruire, poiché le mura del monastero stanno venendo su pian piano, ma speriamo che questa riapertura di una chiesa con la “c” minuscola possa servire a ricordare a tutti noi che la Chiesa è più matura per i frutti quando è più debole».