I “cristiani nascosti” del Giappone, riusciti a trasmettere la fede «senza preti» nonostante secoli di persecuzione

Il rosario, la fede clandestina e i sacramenti officiati dai capi famiglia. Padre Alfredo Scattolon, missionario del Pime per trent’anni in Giappone, racconta la storia dei cristiani citati da papa Francesco

È una storia di persecuzione quella della Chiesa in Giappone, una lunga oppressione che per più di due secoli e mezzo ha decimato la comunità cattolica che qui aveva messo le sue radici grazie all’arrivo dei Gesuiti nel Cinquecento. Papa Francesco nell’udienza di mercoledì ha indicato le tante storie di fedeli nipponici come esemplare testimonianza del valore del battesimo, un sacramento che ha permesso di portare avanti nella clandestinità il legame con Cristo, trasmesso di padre in figlio.

«NON C’ERANO PRETI». «Non c’erano preti, erano stati espulsi. La fede si è tramandata così, grazie ad alcuni gesti come il “contatzu”, il rosario, la preghiera costante che accompagnava la vita di queste persone». A parlare a tempi.it è padre Alfredo Scattolon, missionario del Pime per trent’anni in Giappone, prima a Yamanashi, a nord del monte Fuji, poi più a sud, in una zona agricola vicino a Fukuoka. È arrivato in quelle terre secoli dopo rispetto alle persecuzioni, eppure i segni di quelle violenze sono conservati ancora oggi, in chiese e musei: «Sono ancora visibili, in alcuni santuari, i cartelli che venivano appesi per strada e assegnavano ricompense diverse a chi avesse denunciato o un sacerdote o un cristiano».

LE PRIME PERSECUZIONI. Il cattolicesimo qui è arrivato durante il Cinquecento, portato inizialmente da Francesco Saverio e dai gesuiti che lo seguirono. Il loro modo di entrare in contatto con la comunità locale era cauto: tentavano di entrare in relazione anzitutto con i capi cercando di rispettare la tradizione e la cultura locale. Con l’arrivo dei francescani e dei domenicani, i primi folti gruppi di cristiani germogliarono, in particolare a Nagasaki, che a fine XVI secolo contava già 300 mila fedeli. Ma una serie di fattori portarono alla rottura. Il potere locale temeva questo nuovo credo, considerato un braccio dell’Occidente per penetrare la loro storia nipponica. E le persecuzioni iniziarono presto: prima con lo shogun Hideyoshi (i primi 26 martiri cristiani sono della sua epoca, 1597), poi, vent’anni dopo, sotto i Tokugawa, che bandirono il cristianesimo dal Giappone.

I CRISTIANI NASCOSTI. Ed è allora che nacquero i kakure kirishitan, i “cristiani nascosti”: «Molti scapparono nelle tante isole che c’erano nel sud del Paese. Ma le persecuzioni erano sistematiche: ad esempio, tutti furono obbligati a iscriversi per i cimiteri ad un tempio buddista. Quando una persona moriva, i suoi cari erano costretti a seppellirlo qui», racconta ancora padre Alfredo. «Per indurre poi a rinnegare la fede si usò il sistema del  “fumi-e” (calpestare-immagine): si poneva per terra una immagine sacra e chi era sospettato di essere cristiano era invitato a calpestarla. Solo chi lo faceva aveva salva la vita». Nel 2008, Benedetto XVI ha canonizzato ben 188 martiri di quel periodo.

IL RITORNO DEI SACERDOTI. Eppure qualche piccolo gruppo si è salvato, nascondendosi soprattutto nelle sperdute isole del sud e mimetizzando il cristianesimo sotto simboli apparentemente buddisti, come la statuetta della “dea” Cannon, simbolo del Buddha misericordioso, che sostituiva quella della Madonna. Non essendoci più sacerdoti, i sacramenti come battesimo e matrimonio, le preghiere come il “contatzu” erano officiati dal capo famiglia.
Quando poi nell’Ottocento il Giappone riaprì i suoi porti ai missionari francesi, i fedeli si fecero coraggio e tornarono fuori: si racconta che nel 1865 furono quasi 10 mila i “kakure kirishitan”che per celebrare il venerdì santo si presentarono ai padri delle Missioni Estere di Parigi arrivati a Nagasaki, increduli di fronte ai loro occhi. «Ma occorre precisare che alcuni gruppi di questi credenti non accolsero mai il ritorno dei sacerdoti, ma andarono avanti a vivere la fede da soli, fino ad oggi, con credenze che sconfinavano nella magia».

CONTINUA LA PERSECUZIONE. Le sofferenze però non erano ancora finite: «La persecuzione andò avanti fin verso il 1912, poiché l’editto non era stato mai sospeso. È un aspetto che si ricorda poco del Giappone: solo con la riforma costituzionale dopo la Seconda Guerra Mondiale è finita l’ostilità contro il cristianesimo». Oggi, alcuni dei luoghi dove si consumarono queste ultime persecuzioni sono diventati meta di pellegrinaggio; in particolare Hagi e Tsuwano. Qui si dice che sia  apparsa la Madonna a consolare uno di questi cristiani esiliati e morti di stenti.

PERDITA DELLA FEDE. Storie che ancora oggi il Giappone porta con sé, in una comunità che è alle prese con problemi di tutt’altro genere. Nel Seicento la fede in Dio si trasmetteva di padre in figlio, un passaggio che ora purtroppo appare sempre più difficile: «La famiglia segue sempre meno la crescita e la vita di un ragazzo: da una certa età in poi, è educato quasi solo dalla scuola». Così si sta perdendo tutta la freschezza che il cattolicesimo aveva trovato subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: la fine dell’impostazione militaristica del Paese fece perdere alla gente comune i punti di riferimento e molti si avvicinarono così al cristianesimo. Non è un caso se nel giro di pochi decenni il Giappone fu uno dei Paesi ad avere, in proporzione, più vocazioni al mondo. Una crescita che ora si stenta a rivedere.