Grillo, il Corriere e il fine vita. Autodeterminazione un corno

Un post di Beppe Grillo e una nuova sentenza di “stop alle cure” dimostrano perfettamente che la confusione sul fine vita è destinata solo ad aumentare. Anche grazie alla Corte costituzionale

Titolo: «Grillo e il fine vita: no ai bacchettoni». Catenaccio: «”Lasciate scegliere al malato”. La sentenza a Roma: stop alle cure se c’è la volontà, anche senza biotestamento». Nell’edizione odierna del Corriere della Sera c’è la perfetta fotografia della confusione che regna in Italia sul tema del fine vita. Una “zona grigia” in cui perfino gli specialisti faticano a orientarsi (si veda in proposito il racconto di Tommaso Mauri, medico in terapia intensiva, intervenuto al teatro Rosetum di Milano il 12 settembre scorso) e dove la nebbia è inevitabilmente destinata a infittirsi a causa della decisione dei giudici della Corte costituzionale di aprire la strada al suicidio assistito. Imponendo al Parlamento di produrre una legge in materia e dettandone perfino i contorni.

La notizia che dà il titolo al Corriere della Sera è l’intervento sul fine vita pubblicato ieri da Beppe Grillo sul suo blog. E, giustamente, il quotidiano di via Solferino la collega all’altra notizia di ieri sull’argomento. Ovvero, appunto, per usare la sintesi del titolista del Corriere, «La sentenza a Roma: stop alle cure se c’è la volontà, anche senza biotestamento».

LA VOLONTÀ DEL PAZIENTE

Il collegamento è corretto perché, evidentemente, per Grillo come per il Tribunale di Roma il punto è «la volontà del paziente». La sua «autodeterminazione», direbbe la Corte costituzionale. I giudici della Consulta, infatti, hanno motivato il loro sì al suicidio assistito proprio nel nome di questo principio: limitare l’autodeterminazione degli individui, dicono, comporta una lesione della loro dignità.

Al di là di quel che si pensi riguardo ai valori di autodeterminazione e dignità, è innegabile che a questo punto il problema centrale diventa quello espresso dal Corriere e da tutti i giornali nel riportare la notizia della sentenza di Roma: «Stop alle cure se c’è la volontà». Ma nel caso in questione si può dire con certezza che c’è questa benedetta volontà?

ALTRO CHE «MAI PIÙ UN CASO ENGLARO»

Per avere qualche dettaglio sulla sentenza di Roma, si può fare riferimento a questo articolo dell’agenzia Adnkronos. Ma per vedere la confusione regnante nei tribunali, nelle redazioni e un po’ dappertutto, basta e avanza il riassunto del Corriere:

«”Non siate estremi nella bacchettoneria. Lasciate scegliere al malato quello che ritiene giusto per sé”. L’appello lo lancia Beppe Grillo sul suo blog, proprio nel giorno in cui il Tribunale di Roma autorizza lo stop delle cure per una paziente da 2 anni in “stato vegetativo irreversibile”, priva di testamento biologico. Secondo il giudice tutelare si possono sospendere i trattamenti anche se la volontà si è espressa “a parole”. Solo nel caso di opposizione del medico, occorre interpellare il giudice tutelare, altrimenti basta il parere di un amministratore di sostegno. In questo caso era stato il compagno a raccogliere le volontà della donna. Confermate da madre, figlia, sorelle, fratello ed ex marito. Così è stato autorizzato “previo percorso di cure palliative e sedazione profonda, il distacco dai trattamenti”. “Mai più un caso Eluana Englaro”, esultano i legali dell’associazione Luca Coscioni».

Bisogna a questo punto ribadire la domanda: nel caso in questione si può dire con certezza che c’è questa benedetta volontà? La risposta, checché ne dicano «madre, figlia, sorelle, fratello ed ex marito» della donna al centro del caso, purtroppo è no. Non è possibile stabilire con sicurezza che cosa avrebbe voluto la signora trovandosi concretamente nella situazione in cui si è trovata. Non lo sarebbe stato nemmeno se avesse firmato le Dat (il famoso testamento biologico). Figurarsi senza.

IL CONSENSO E IL SUO OGGETTO

L’unica certezza qui è che la strada intrapresa dall’Italia da quando il legislatore si è messo a legiferare sul fine vita, dalle Dat in su, è il contrario esatto dell’autodeterminazione. Lo ha spiegato magistralmente Alfredo Mantovano nella sua lezione (che, ripetiamo, va letta e imparata a memoria):

«Guardate, le Dat sono il contrario dell’autodeterminazione. Ma proprio il contrario! Dice: ma stai impazzendo? No, non sto impazzendo. Le Dat sono una versione artificiale, virtuale, dell’autodeterminazione affermata per legge. Perché l’autodeterminazione, il cui nocciolo è il consenso, si manifesta attorno a un soggetto concreto, ma soprattutto attuale. Come posso fare un contratto per una cosa che non conosco?

“Devo comprare una casa”. “Va bene, quanti metri quadrati, a quale piano, in che zona?”. “No, una casa”. Con le Dat funziona alla stessa maniera: “Non curatemi se sono in condizioni di dolore insopportabile”. Ok, che cosa significa concretamente? Lo sa il medico nella concretezza della vicenda, nell’attualità della vicenda, ma non lo si può sapere in astratto. È una dichiarazione di principio, non una dichiarazione di volontà. La dichiarazione di volontà presuppone l’oggetto.

E non è che uno può dire: “Va bene, io non faccio le Dat così tutto va bene”. Eluana Englaro non aveva fatto le Dat, e hanno ricostruito, i giudici, il consenso sulla base di una manifestazione di non volontà di trovarsi in certe condizioni espressa vent’anni prima».

Lo abbiamo già scritto e ripetuto e lo riscriviamo per l’ennesima volta: nel fine vita – proprio perché le cose sono così sfumate, la zona è così grigia, ogni vicenda è così diversa da tutte le altre – «nessuna legge è meglio di qualsiasi legge».

NON SERVONO ALTRI «IMPICCI E CAVILLI»

Secondo il Corriere, il post di Beppe Grillo è diventato per il M5s un «intervento compattatore», anche a fronte delle parole del “loro” premier Giuseppe Conte («Non esiste un diritto a morire») che «i Cinque Stelle avevano accolto in modo vario». Ma basta leggere per intero il pensiero del comico genovese per capire che, come tutti, nemmeno lui in realtà ha le idee chiarissime. Soprattutto, qualunque fosse l’intento, il suo non pare essere affatto un intervento a favore di nuove leggi, perché una legge, qualunque legge, rischierebbe di creare soltanto «impicci e cavilli vari per ostacolare quelle pochissime scelte che restano alla fine».

Ecco cosa scrive Grillo, dopo aver raccontato la storia di un uomo sul letto di morte incontrato in ospedale:

«Non capisco e non capirò mai come possa venire in mente di metterci a dettar legge al mistero triste e fabbricare impicci e cavilli vari per ostacolare quelle pochissime scelte che restano alla fine.

Non ficcate il naso nelle cose degli altri sino a questo punto, non siate estremi anche nella bacchettoneria. Correte a sorridere a queste persone, fatele ridere, provateci perlomeno, create qualcosa per loro, inventatevi un nido per quella solitudine. La fine, la solitudine e l’abbandono nella sofferenza: o fate qualcosa oppure fatevi soltanto gli affari vostri!

Non andate a confrontarvi i vestiti buoni per partecipare a tiritere sull’etica e discussioni profonde sullo strazio. Lasciate perdere comitati di discussione, so che è difficile, ma basta lasciare che ve ne freghiate come ve ne freghereste di quell’uomo.

Proviamo a chiamarlo di nuovo “Signore” e lasciamogli scegliere quello che ritiene il meglio per sé».

UN POST SCRIPTUM “PALLIATIVO”

Infine, un post scriptum, un altro passaggio tratto sempre dall’articolo del Corriere della Sera. Si parla di un diverso aspetto del tema, per ora rimasto “laterale” nel dibattito, mentre dovrebbe esserne il vero centro. Anche perché in questo c’è già pure una la legge, guardacaso però rimasta di fatto inapplicata per mancanza di risorse:

«L’oncologa dell’ospedale di Livorno, suor Costanza Galli, ricorda che il diritto alle cure palliative e alle terapie del dolore, previsto per legge, non è garantito. Il malato è solo. E “ricorre al suicidio assistito se raggiunge gradi di sofferenza immani”, ricorda invocando: “Lo Stato dia tutto ciò che deve, prima che si spenga la luce per sempre”».