«L’attentato di Modena non è semplicemente opera di un pazzo»
«Bastardi cristiani, voi e il vostro gesù cristo in croce, lo brucio». È uno dei messaggi che Salim El Koudri scriveva cinque anni fa in un’email inviata all’Università di Modena. Il figlio di immigrati marocchini di 31 anni, nato a Bergamo, cittadino italiano e laureato, si è lanciato sabato con l’automobile contro un gruppo di passanti in centro a Modena, investendoli e ferendo una quindicina di persone, otto in modo grave. Poi, sceso dall’abitacolo, ha cercato di scappare, ma è stato braccato da alcuni passanti dopo aver menato fendenti con il coltello. Luca Signorelli, in particolare, è rimasto ferito alla testa durante l’inseguimento, andato a buon fine anche grazie all’aiuto di due egiziani: padre e figlio. El Koudri, per un paio d’anni in cura psichiatrica, dovrà rispondere delle accuse di strage e lesioni aggravate dall’uso del coltello. E riguarda proprio la lama l’unica frase di senso compiuto che avrebbe detto al suo avvocato: «Ho preso il coltello, sapevo che morivo».
L’attentatore di Modena non è stato accusato di terrorismo, perché al momento non risulta affiliato a reti jihadiste né pare che avesse intrapreso un percorso di radicalizzazione islamica. Una scelta che non convince l’esperto di terrorismo Marco Lombardi. «Un attacco terroristico è tale per gli effetti che suscita, più che per le ragioni che portano l’individuo a compierlo», dichiara a Tempi in un’intervista il professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del centro di ricerca Itstime. «Il cosiddetto “vehicle ramming attack” fa parte ormai della grammatica del terrorismo contemporaneo».

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha dichiarato che «allo stato degli atti El Koudri non ha dato segnali di radicalizzazione islamista strutturata, non risultando appartenente a reti di propaganda fondamentalista». Però agisce come i jihadisti.
Prendere un automobile, tentare di schiacciare i passanti e poi scendere proseguendo l’azione con un coltello è una modalità operativa diffusa dai jihadisti e diventata ormai virale. È un modo di agire spettacolare che ha un effetto enorme sulla società ed è facile da eseguire, perché tutti abbiamo un’auto e un coltello. Oggi il terrorismo è una materia molto complessa e sui social viene data una lettura troppo parziale di quanto accaduto a Modena.
Cioè?
Ognuno, in base al proprio orientamento ideologico, sottolinea un aspetto piuttosto che un altro. Invece bisogna usare uno sguardo di insieme. C’è chi vuole dare addosso agli immigrati e sottolinea soltanto che El Koudri, anche se nato in Italia, è figlio di immigrati marocchini. C’è chi fa il “buonista”, mi passi il termine, e sottolinea che era “solo” un malato psichiatrico. E c’è chi rimarca la minaccia jihadista. Per contenere i danni e ridurre la probabilità di questi attacchi, bisogna capire che oggi questi tre aspetti stanno insieme.

Perché?
L’instabilità mentale è stata spesso sfruttata dai jihadisti e anche da altri movimenti terroristici. Inoltre, è chiaro che gli immigrati non sono tutti terroristi, ma nella nostra società i terroristi molto spesso sono immigrati perché la radicalizzazione islamica è più forte e attrattiva tra coloro che hanno una appartenenza etnica e culturale al Nord Africa.
È una questione di modelli culturali?
Esattamente. Anche chi ha soltanto un disagio psichico, e potrebbe essere il caso di El Koudri, ha bisogno di affermare se stesso e la propria identità. Ma anche il disagio mentale si esprime attraverso le proprie caratteristiche culturali. Ecco perché per molti immigrati affetti da problemi mentali e provenienti da paesi a maggioranza islamica è più facile farsi attrarre dai jihadisti e quindi compiere le azioni spettacolari che questi gruppi propagandano.
In una prima analisi sull’attentato di Modena lei ha scritto: «La disintegrazione della società è evidente nella sua incapacità di educare cittadini di una comunità di lingua e valori, impedendo qualunque processo di integrazione». Perché sottolinea questo elemento?
La nostra società non ha più modelli di riferimento condivisi, se non molto lontani, ed è disintegrata, cioè non è integrata al suo interno, è in conflitto e non delegittima la violenza sempre e comunque. Come potrebbe una simile società integrare gli immigrati? Integrarli a che cosa? Al “volemose bene”? È giusto parlare di integrazione ma non abbiamo un modello da proporre.
Non potremmo copiare quello di altri paesi, come Francia o Inghilterra?
Sono due paradigmi opposti. Per la Francia integrazione è assimilazione, l’Inghilterra invece propone il modello clanico, in base al quale ognuno deve potersi organizzare secondo gruppi culturalmente omogenei. Purtroppo, nessuno di questi due modelli ha avuto risultati positivi. La verità è che le nostre società occidentali non sanno come gestire la progressiva mobilità delle persone e l’interconnessione tra le diversità. È un fatto.

Che cosa si può fare allora?
Di sicuro non bisogna agire frettolosamente spinti dall’emergenza, perché non si va da nessuna parte. È importante cominciare a porre rimedio alla disintegrazione, convergendo tutti sul fatto che la violenza deve essere espulsa dalla società, in tutte le sue forme. Poi non bisogna dividersi in bande. Stamattina [ieri per chi legge, ndr] su alcuni siti di propaganda legati allo Stato islamico sono girate le immagini dell’attacco di Modena come esempio positivo di modus operandi. Questo, lo ripeto, non significa che El Koudri sia jihadista ma dobbiamo renderci conto che la sua azione viene sfruttata come se lo fosse, produce gli stessi effetti. Sarà stato anche solo un pazzo, ma oggi il terrorismo usa anche i pazzi. Le tre dimensioni di cui parlavamo prima non si possono più separare.
Mentre Belgio, Francia o Inghilterra subivano attentati a ripetizione, l’Italia è sempre stata risparmiata. Quello di sabato è un brusco risveglio per il nostro paese. Siamo solo stati fortunati in passato?
Si è sempre detto che in Italia non avvenivano attentati perché avevamo una buona intelligence o perché il nostro paese, essendo fondamentale per la logistica, era bene che non venisse destabilizzato. Ma a questa forma di terrorismo, che ancora non riconosciamo come tale dal punto di vista semantico, siamo sempre stati vulnerabili come tutti gli altri paesi.
La prevenzione è possibile?
È molto difficile. Dobbiamo aumentare i controlli e renderci conto che il disagio psichico può essere linfa per il terrorismo e che i modelli di violenza proposti dal terrorismo jihadista possono essere recepiti più facilmente da chi presenta contiguità etnico-culturale con questi gruppi e con questi mondi. Nessuno deve essere stigmatizzato per quello che pensa, per il disagio che esprime o per il luogo da cui proviene. Ma bisogna concentrare l’attenzione su questi elementi per meglio contenere una futura minaccia.
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