Fine vita (cioè fine della carità)

Lo scontro non è fra i buoni dell’autodeterminazione e i sadici dell’obbedienza, ma fra legge e carità.

Adesso che ci si sono messe pure le Iene a far casino e adesso che siamo alla vigilia della scadenza data dalla Corte costituzionale al parlamento per legiferare sul fine vita. Adesso, insomma, che tutto pare andare come era scritto (e come ha scritto mille volte su Tempi Alfredo Mantovano) e ci sarà tempo e modo per capire perché politici senza palle, preti senza turiboli e giudici con troppi poteri ci hanno portato fino a qui, adesso, dicevamo, vorremmo provare a dire una parola su quella che è, secondo noi, la questione.

In cosa consiste lo scontro

E la questione non è, come cercano di farci credere, che è in atto la contrapposizione tra due schieramenti: di qui i buoni per la libertà e l’autodeterminazione, per la “fine degna”, per le storie coraggiose alla Mare dentro e Invasioni barbariche, e di là i sadici che vogliono far vivere a tutti i costi i malati, i sofferenti e i “vegetali” perché hanno la testa piena di dogmi e precetti. Lo scontro non è fra libertà (intesa come autodeterminazione) e obbedienza scema, ma fra legge e carità. La prima limita la libertà, la seconda la fa esprimere nella sua suprema potenza. Qui, per come la vediamo noi, è il nocciolo della questione.

Non più libertà, ma meno

Questo giornale ha sempre sostenuto che sul fine vita nessuna legge è meglio di qualsiasi legge. Lo ha fatto perché pensa che solo nell’ambito di un rapporto (quello fra medico e paziente, quello fra medico e familiari del malato) sia possibile prendere una decisione rispetto a certe situazioni che, anche grazie ai progressi della medicina, si vengono a creare in determinate circostanze. Ogni legge è, per se stessa, un vincolo alla libertà. Segna il perimetro tra il lecito e l’illecito. Al punto in cui siamo, senza alcun intervento della politica, farà fede quanto stabilito dalla Consulta e il suicidio assistito sarà introdotto in Italia. Questo porterà non “più libertà”, ma meno. Ridurrà i medici a beccamorti, a esecutori testamentari e la morte a un affare burocratico, di scartoffie, cavilli, testamenti. Sarà la fine prima di sofferenti e malati, poi di depressi e “inutili”; prima col consenso, poi anche senza (come l’Olanda insegna).

Sarà la fine della professione medica e di quella vocazione che ha spinto tanti operatori sanitari a intraprendere questo nobile mestiere. Non serve leggere il catechismo o il vangelo per capirlo, basta ascoltare un medico laico come Alberto Zangrillo, uno che non ha paura di dire che «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale».

Non innamoratevi troppo

La fine consapevole, la “dolce morte”, come la chiamano, è la negazione della libertà perché riduce tutti a monadi, a esseri slegati dagli altri, autoderminati appunto, quindi soli, preoccupati di “non innamorarsi troppo” come diceva Enzo Jannacci (che, infatti, oltre a essere un cantautore, era anche medico).

Nella famosa intervista sulle sberle e le carezze del Nazareno, Jannacci illustrava così la sua reazione alla domanda di un paziente di farla finita:

«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decine di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo?

«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti” (oggi potremmo dire i giudici, ndr). Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore».

La scappatoia dell’autodeterminazione

L’autodeterminazione è più semplice della libertà, ne è un surrogato e una scappatoia: il paziente stabilisce i termini della vita e abolisce il dovere della cura; la libertà è più complessa perché significa che non posso fare tutto ciò che voglio di me stesso, ma mi concepisco in relazione con gli altri e riconosco di non essere padrone della vita e della morte.

Soprattutto, il supremo errore che l’introduzione del suicidio assistito porterebbe in Italia è l’assassinio della carità, cioè della libertà di accudire, stare vicino, curare i nostri fratelli uomini. E questo non è uno slogan, ma una vita come testimoniano migliaia di casi e di persone tutti i giorni: nel nascondimento di un’esistenza dedicata fra le mura di casa o nei reparti di ospedali, o con esempi pubblici come i casi di Romano e Cristina Magrini, le suore Misericordine di Eluana Englaro, Anna Micheli, Carlo Marongiu, Susanna Campus per citare solo casi noti ai lettori di Tempi.

Curare gli inguaribili

“Dare la morte” è il tradimento stesso della medicina. È stata, infatti, l’adozione del messaggio ippocratico in ambiente cristiano durante il Medioevo a far nascere la medicina occidentale: si è cominciato ad assistere i malati infettivi mettendo a rischio la propria vita per la speranza cristiana nella resurrezione di Cristo e per la carità cristiana che portava ad amare la vita in qualunque condizione fosse.

La “buona morte” non è una conquista moderna, è un ritorno al passato: si uccide la pietà, la carità, la possibilità di curare anche se non si può guarire. Lo si fa con la giustificazione della legge, della norma asettica e dettagliata in articoli e commi ammantata di belle parole e partecipazione. Lo si fa “per amore”, ma così si uccide l’amore.

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