Femminicidio, omofobia, sessismo e altri psicoreati spiegati da uno psicocriminale bisognoso di rieducazione

Maschio, in salute, bianco ed eterosessuale, sono l’archetipo del mascalzone, nella rutilante era in cui ogni opinione politicamente scorretta dev’essere punita

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L’altra sera ero a teatro e nel fitto buio della sala mi sono messo a pensare a una scoperta. Da qualche parte avevo letto – purtroppo la mia insipienza scientifica mi impedisce di riferirne tutte le implicazioni tecniche – che è allo studio un meccanismo il quale, ficcato sulla calotta cranica di una persona A, è in grado di far muovere la persona B, in testa alla quale è ficcato un meccanismo simile, solo e soltanto secondo gli esatti pensieri della persona A. Insomma, A pensa di muovere un braccio e B lo muove; A ha prurito e B si gratta il ginocchio; A vuole prendersi a ceffoni e B porge l’altra guancia.

Dice: ti annoi davvero tanto a teatro, se ti metti a pensare a cotali soperchierie. Rispondo: non è vero, il teatro mi piace molto e ho anche l’abbonamento in platea, solo che nell’abbonamento era compresa la nuova commedia di Cristina Comencini. Si intitola La Scena e vi ricopio parte della dichiarazione della regista a Repubblica: «Sono secoli che gli uomini corrono dietro alle ragazze giovani. Per le donne questo è stato spesso una fonte di dolore. Così ho voluto sparigliare le carte: ho scritto, sì, la storia di due signore in età che incontrano un ventenne ma per raccontare che è possibile un dialogo tra generi e tra generazioni in modo aperto. E l’ho voluto dire con una commedia che fa, spero, morire dal ridere».

Mentre morivo dal ridere mi era venuto in mente il seguito dell’intervista alla Comencini: «Se le donne hanno fatto cambiamenti enormi, sarebbe ora che anche gli uomini si decidano a entrare in quel processo. Recuperare il maschile nella battaglia per l’affermazione del ruolo delle donne è stata anche una delle battaglie di Snoq».

La giornalista di Repubblica non ha verbalizzato uno starnuto abortito della Comencini né costei ha un amico immaginario che viene da Ork come il mitico Mork: Snoq è la sigla di Se Non Ora Quando, movimento femminista che sul proprio sito si definisce «una pagina importante dell’attività politica e della vita culturale di questo paese». Attorno a me la platea rideva beata al farraginoso dipanarsi della trama e allora mi sono domandato se tutti gli abbonati non indossassero un marchingegno invisibile sulla calotta cranica, che li portasse a comportarsi come voleva la regista, anzi a comportarsi come la regista ritiene che debba fare la gente civile. In particolare, mi sono chiesto, se anch’io avessi in testa quest’invisibile marchingegno, non è che si accorgono che la penso diversamente? Non è che s’insospettiscono e deducono che non ritengo Snoq una pagina importante di niente, che non voglio farmi recuperare nella battaglia per l’affermazione di alcunché e soprattutto che mi piace, da secoli, correre dietro alle ragazze giovani?

Maschio, in salute, bianco ed eterosessuale, sono in effetti l’archetipo del dissenziente e su di me possono facilmente appuntarsi i sospetti. Meglio rannicchiarmi nella mia poltrona e applaudire senza farmi notare, altrimenti se ne accorgono e finisce come in Minority Report, dove è possibile prevedere gli omicidi e arrestare gli assassini prima che uccidano qualcuno. Costoro protestano che non si può arrestare una persona per un crimine che non ha commesso; ma se non fosse stata arrestata l’avrebbe commesso, replica adamantina la polizia. Oppure finisce come in un recente articolo di Emma Fattorini sull’Unità: il femminicidio, spiega, non è solo un fenomeno da punire e non è nemmeno possibile prevenirlo con corsi di formazione o sensibilizzazione. Macché, «la violenza alle donne si annida nella crisi ormai avanzatissima dell’identità maschile»: quindi le iscritte a Snoq si accorgono che non applaudo la Comencini, deducono che corro dietro alle ragazze giovani perché la mia identità maschile è in crisi e ne consegue che sono predisposto alla violenza alle donne. Finisce che arriva Tom Cruise e mi arresta per non aver ancora commesso il fatto.

barilla-scuseDa Barilla alla ministra inglese
Vedete quante cose penso a teatro? Il guaio è che ormai è necessario pensarci due o tre volte perché ci siamo tuffati in modo irredimibile nella rutilante era dello psicoreato. Si sta diffondendo un senso di giustizia massimalista e ottusa che si preoccupa meno di ciò che le persone fanno e più di quello che pensano o potrebbero essere portate a pensare. Il caso eclatante è stato la spedizione punitiva contro Guido Barilla, il quale ha dichiarato di presentare negli spot un modello di famiglia tradizionale, maschietto e femminuccia con figli, perché tale è il principale target della sua produzione. Da ciò si è dedotto che Barilla odia i gay, che fiancheggia quelli che Dario Fo ha definito “briganti”; e contro di lui sono insorte l’improvvisa omofilia di concorrenti sciacalli e l’inevitabile indignazione del popolo del web di ogni latitudine, degnamente ipostatizzata dall’Angry Grandpa: un vecchietto barbuto col pigiama a righe che distrugge confezioni di pasta e cammina sopra gli spaghetti spezzati urlando per 4’23” frasi sconnesse contro “Baralla”. L’imprenditore ha poi replicato mettendosi alla gogna sui giornali, seduto compunto con un “Mi scuso” su fondo blu, e con un video di 40 secondi in cui dichiara mestamente di avere capito «che sul dibattito riguardante l’evoluzione della famiglia ho molto da imparare».

Non sono purtroppo disponibili video sulla somministrazione all’imprenditore da rieducare dell’olio di ricino, che quanto meno è un classico prodotto nostrano, mentre questa tempesta di manganellate politicamente corrette è d’importazione. Arriva ad esempio dall’Inghilterra, dove si discute se sia discriminazione sessuale offrire un posto a sedere a una donna incinta. È avvenuto alla parlamentare liberaldemocratica Jo Swinson, che la scorsa settimana è arrivata in ritardo alla Camera dei Comuni e – poiché in Inghilterra le poltrone sono molto meno che in Italia, e non bastano per tutti i deretani – è dovuta restare in piedi per mezz’ora nonostante che fosse al settimo mese di gravidanza. È seguito un dibattito. Qualcuno ha protestato che bisognava avere la sensibilità di farla accomodare; ma con un colpo di genio un collaboratore della parlamentare ha dichiarato che offrirle una sedia sarebbe stato non solo offensivo ma anche una macroscopica discriminazione sessuale. La Swinson detiene infatti il ruolo chiave di ministro delle Pari opportunità. Il suo principale compito è far sì che le donne ricevano ovunque lo stesso identico trattamento degli uomini, quindi quale miglior occasione per far notare una disparità? Nessuno infatti si sognerebbe di offrire una sedia a un uomo incinto. Gli inglesi sono piuttosto villani, tanto che di recente il sindaco di Londra Boris Johnson ha dovuto avviare una campagna capillare per ripristinare la civiltà sui mezzi di trasporto cittadino e David Cameron è dovuto intervenire nell’affaire Swinson ricordando che far sedere una donna incinta non è sessista, è solo «un comportamento decente». Tempo al tempo e verranno rieducati anche loro due.

Non vanno meglio le cose in Francia, dove chi pensa che i bambini nascano da un maschio e una femmina è ormai confinato in una ridotta vandeana. Meglio occuparsi di una nuova tendenza che presto verrà inseguita dalla Boldrini o dalla Kyenge di turno: la pauperofobia. In questi giorni il Difensore dei Diritti Dominique Baudis ha patrocinato la promozione di un’aggiunta all’articolo 225 del codice penale, che vieta la discriminazione: non si potrà usare disparità di trattamento fra un ricco e un povero. Non è ancora chiaro come: se ad esempio entro in una concessionaria e voglio una Ferrari, il fatto che non abbia soldi mi rende discriminato in quanto anziché a me la danno a uno che può pagarla? O vale solo per la spesa al supermercato? In compenso è chiaro che in Francia esiste un Difensore dei Diritti di apposita nomina presidenziale.

La pauperofobia fa il paio con l’ageism, il reato inglese che in italiano potrebbe essere reso con “discriminazione generazionale” oppure “vecchismo”. Nel 2011 era capitato che una presentatrice cinquantatreenne della Bbc fosse sostituita da un’altra presentatrice più giovane: ha fatto causa e l’ha vinta immancabilmente. Anche qui non è chiaro il criterio: a che età si diventa abbastanza vecchi da poter sentirsi discriminati? E la discriminazione vale anche nel caso di una giovane presentatrice che volesse scalzare chi è in tv da decenni? E, visto che in questo caso la sostituta aveva 41 anni, quando si smette di essere tanto giovani da dover temere l’incriminazione?

I Redskins e l’intervento di Obama
Nulla pareggia però la querelle sul nome di una squadra di football americano, i Washington Redskins ovvero i Pellerossa. Per ottant’anni hanno giocato tranquilli ma ora infuria la battaglia sul loro nome, che viene ritenuto offensivo nei confronti dei nativi americani. Bisogna cambiarlo. Si tratta di un tema ottocentesco che negli Stati Uniti è di grande attualità, anche con esiti paradossali: se andate a Santa Fe, nel Nuovo Messico, al centro della città trovate un obelisco la cui targa è dedicata «agli eroi che sono caduti in varie battaglie contro i…». Contro non si sa chi, perché la parola è stata cancellata; ma lì vicino un’altra targa spiega che l’obelisco è frutto di un errore di valutazione, e che l’evoluzione dello spirito americano e il terrore di offendere chicchessia hanno portato a cancellare la parola “selvaggi”, la quale così riemerge trionfante nella targa politicamente corretta che si scusa per quella antecedente.

Nel caso dei Redskins è intervenuto anche Obama, con la grazia di un drone, dicendo che se fosse presidente di una squadra dal nome offensivo provvederebbe a cambiarlo. Purtroppo Obama non è presidente e quindi il nome per ora resta lì anche se i giornalisti di varie testate benpensanti hanno benpensato di non usare più, per convenzione, il termine incriminato nei loro articoli (mossa che ricorda il referendum per l’abolizione della Juventus organizzato per un vecchio pesce d’aprile). Gli intellettuali, come Charles Krauthammer sul Washington Post, hanno asserito che il trattenersi dall’usare un termine razzista non deve dipendere dal timore di offendere né dalla pressione di una minoranza ma deve rientrare in un vasto programma di miglioramento di sé stessi – ciò che nel caso di Barilla potremmo chiamare autorieducazione.

Krauthammer ha studiato alla McGill, a Oxford e a Harvard; se oggi fosse invece uno studente dell’Università del Colorado a Boulder gli sarebbe stato espressamente proibito dal rettore di presentarsi alle feste in maschera vestito da pellerossa. O da cowboy. E nemmeno da geisha. Già che c’era, il rettore ha proibito anche tutti i vestiti che richiamino il crimine, la povertà o la professione sessuale; e, per sicurezza, ha bandito anche il sombrero. Bisogna dedurne che sforzarmi di non indossare un sombrero mi renderebbe una persona migliore?

Torniamo in Italia, a Lodi. Nella Bassa viene prodotto il calendario benefico Artemis per il quale posano nude le bellezze locali, in pose neanche tanto provocatorie, per il centro storico della bella cittadina. La presentazione del calendario è il 24 novembre ed ecco che contro il fotografo Claudio Gusmaroli è insorta la sezione locale di Snoq, dichiarando che si tratta di un’inaccettabile provocazione in quanto il 24 è proprio la vigilia della giornata mondiale contro la violenza alle donne: è noto infatti che, se vedessi una bella ragazza nuda in giro per Lodi, il primo istinto che mi verrebbe sarebbe di squartarla, non di chiederle il numero di telefono. E io che, ingenuo, pensavo che il 24 novembre fosse solo Cristo Re.

Mentre rimugino tutto questo mi accorgo che la commedia della Comencini è finita, con le sue battutine forzate sugli uomini che hanno paura del corpo delle donne, sui burqa, lo stalking e il femminicidio. Gli abbonati attorno a me applaudono entusiasti pur essendo abituati a molto di meglio e penso che allora ce lo meritiamo, il meccanismo sulla calotta cranica, ce lo meritiamo, lo psicoreato.

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