Etty Hillesum, l’ebrea agnostica che con la sua speranza così cristiana illuminò il buio Novecento. Da un lager nazista

Cento anni fa nasceva la ragazza olandese vittima della Shoah che ha lasciato una inaudita testimonianza della positività della vita proprio dal fondo dell’inferno, il lager

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Oggi, 15 gennaio 2014, cadono i cento anni dalla nascita di Etty Hillesum, ebrea olandese uccisa nel 1943 ad Auschwitz, che ha lasciato in un diario e in diverse lettere una testimonianza di inaudita speranza sgorgata proprio dall’abisso più buio del male, lo sterminio nazista con i suoi campi di concentramento. Riproponiamo qui un articolo di Marina Corradi apparso nel settimanale Tempi nel dicembre 2008, in occasione dell’uscita in Francia dell’antologia completa degli scritti della Hillesum. In Italia la versione integrale del suo Diario è stata pubblicata per la prima volta da Aldelphi solo nel 2012.

Esce in Francia dall’editore Seuil la versione integrale degli scritti di Etty Hillesum: mille pagine con molti inediti oltre a quelle già pubblicate di Diario e Lettere. Questa ragazza ebrea morta a Auschwitz è stranamente quasi sconosciuta in Italia. Forse perché, non battezzata né apertamente convertita, parla alla fine come una mistica cristiana, e dunque non convince la cultura ebraica. Forse perché, inizialmente non credente, arriva a una visione del mondo cristiana senza alcuna professione di fede – e questo poteva non piacere a certo cattolicesimo degli anni Cinquanta.

Intensamente figlia tuttavia del popolo ebraico, e affascinata dal Vangelo, Etty Hillesum lascia nei suoi quaderni e nella memoria di chi la incrocia l’orma di un’anima splendente: di una regina che riesce a dire, dalle baracche del campo olandese da cui verrà deportata: «Eppure la vita è splendidamente buona, nella sua inestricabile complessità».

etty-hillesumL’edizione integrale francese riporta un passo – che nell’edizione italiana del Diario, pubblicata da Adelphi, non compare – in cui Etty legge il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi («Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna…») e racconta: «Leggendo, ho sentito come se, come se cosa? Queste parole lavoravano su di me come una bacchetta da rabdomante, che toccava la terra indurita del mio cuore e faceva sgorgare delle fonti nascoste. Improvvisamente sono caduta in ginocchio accanto al tavolino bianco e l’amore, liberato, si è messo a scorrere in me; in un istante liberata dall’invidia, dalle gelosie, dalle antipatie…».

La ragazza in partenza per il lager descrive uno thàuma, ciò che per gli antichi era invasione divina. E ciò che poi saprà testimoniare dal lager dimostra di un cambiamento radicale avvenuto in quella che era una agnostica, vivace ventenne innamorata sempre almeno di due uomini per volta; in una donna che abortisce e scrive al figlio: «Voglio risparmiarti il dolore. Voglio respingerti nella tranquillità del limbo, piccolo essere in divenire, e dovrai essermene grata».

Da questo nichilismo anticipatore del sentire di tante ragazze di cinquant’anni dopo, alla fanciulla del lager colma, pure nel fondo del male, di una assoluta speranza, quale rivoluzione si è compiuta? E pensi a quelle fonti segrete sgorgate alla lettura dei Corinzi, all’improvviso, mai imparato né coscientemente voluto cadere in ginocchio di una ragazza ebrea. Lei stessa subito si riprende, e commenta: «Ieri pomeriggio, ero proprio isterica».

Straordinariamente moderna, Etty Hillesum. Ha addosso una domanda possente, un desiderio infinito; ma se s’affaccia oltre a ciò che si tocca e si misura, reagisce, si difende, torna in sella alla sua razionalità positivista. Ha letto Freud: “Sei solo isterica”, si dice, dopo quell’attimo di felicità inaudita. Una sorella, vissuta cinquant’anni fa. Una che poi, nel fondo dell’inferno, in un istante vede tutto finalmente chiaro. «Siamo partiti cantando», sono le sue ultime righe, su un biglietto gettato dal treno per Auschwitz.

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