E così il buon Giuseppe Conte ci ha sfilato trent’anni di scuola paritaria

La vitalità cattolica si misurerà sulla lotta per mantenere acceso in Italia il lumicino della libertà di educazione, oggi seriamente a rischio

Giuseppe Conte e Lucia Azzolina

Cronache dalla quarantena / 58

Mentre mi è chiara l’analisi di Ernesto Galli Della Loggia, non ho capito come nasce l’articolo dello scrittore Sandro Veronesi che regala ai cattolici la palma della vitalità al confronto del mondo laico, che sarebbe «fermo», «in panne».

È così frenetica questa vitalità, che ci siamo persi un mese a discutere su chiese aperte chiese chiuse, mentre il buon Giuseppe Conte – l’uomo che in sei mesi è salito tre volte dal Papa per ricevere i rosari che Matteo Salvini non ha meritato – ci ha sfilato lemme lemme almeno gli ultimi trent’anni di scuola paritaria in Italia. Questa volta non si scherza.

Sul Covid le scuole statali possono campare anche raddoppiando i costi. La scuola paritaria, invece, senza risorse certe da parte del governo, a settembre non riapre.

Non sarebbe solo la fine di un mondo. Ma siatene certissimi, sarebbe la fine di un paese. Poi, al posto delle scuole libere, avrete le madrasse e i caffettani alla Aisha Romano finanziate parte con i riscatti, parte con i petrodollari. Ma fa niente. Ci discuterete sopra con i pro e contro nei talk-show serali. E amen.

È sempre stata un’impresa, in un sistema basato sul centralismo clientelare invece che sulle libertà diffuse, scucire quattro soldi per la scuola pubblica non statale. Ogni anno, con ogni governo, c’era da trafficare, implorare, inchinarsi alla prima poltrona di Palazzo Chigi. E piangere miseria prima di incassare quei due-tre-quattrocento milioni di contributo statali indegni di uno Stato civile e democratico.

Indegni perché se tu Parlamento hai fatto una legge sulla parità scolastica. E tu, presidente della Repubblica l’hai controfirmata. E tu, oscuro funzionario, l’hai pubblicata in Gazzetta ufficiale nell’atto di offrirla definitivamente promulgata. Beh, dopo tutta questa trafila, poi quella legge dovevi dotarla di regole, decreti, risorse. Insomma gambe per farla camminare.

Invece niente. Quel ramo della scuola pubblica frequentato dal 10 per cento della popolazione studentesca italiana ha ricevuto suppergiù ogni anno in questi ultimi trent’anni qualcosa come quasi l’1 per cento dell’intera spesa statale per l’istruzione. Uno sputo a fronte del servizio che costa la metà di quelli che allo Stato costa la scuola che gestisce in proprio.

Nonostante le proteste dello stesso Luigi Berlinguer – pensate che casata si scomodò per darci un dispositivo che tutta la storia di tutti i cattolici italiani in politica non riuscirono mai a dare agli italiani, anche quando governava il monocolore Dc – il cui augusto nome battezzò appunto la legge sulla parità scolastica risalente all’anno 2000, le scuole pubbliche non statali sono rimaste alla mercé dell’elemosina annuale, relegate in serie B.

È meglio che sia così, penseranno le élite, così i figli della povera gente restano esclusi dalla più interessante delle libertà: la libertà di decidere dove e con chi tirar fuori, alimentare, istruire, le menti e i cuori.

Io lo so che il nostro amico don Antonio Villa, tenutario di scuola libera in quel di Tarcento, ha una visione tutta sua, imprenditoriale alla sua maniera, non vuole un ghello dallo Stato, lo Stato stia fuori dai piedi (e d’altra parte, in una legge sulla scuola del 1962 lo Stato dichiara di «non possedere una propria linea educativa»: perfetto, dice il Villa, è qui che inizia l’impresa del libero cittadino) e solo vorrebbe – il Villa – che agli insegnanti fosse riconosciuto uno status non di impiegato statale ma di professionista autonomo. Solo così la libertà di chiamata dei docenti ha un senso.

È una strada da studiare. Comunque sia, mi sembra chiaro – i fatti parlano chiaro – che la vitalità cattolica si misura esclusivamente su questo punto: sulla lotta per mantenere acceso in Italia il lumicino fumigante della libertà di educazione. Bene. Oggi in Parlamento c’è uno solo che sta facendo il matto per la libertà di educazione (non sto dicendo che è l’unico, sto dicendo che sono sicuro che domani si incatenerà in piazza Montecitorio se perde questa partita). Il matto si chiama Maurizio Lupi, gruppo misto, che ancora ieri ha dichiarato a muso duro che il governo è meno di parola degli Shabaab.

«Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo scorso 26 marzo ha fatto una solenne premessa: “Lo Stato c’è, aiuteremo tutti”. E invece il governo pare aver deciso di non aiutare qualcuno: sono i circa 866.000 alunni, le loro famiglie, i circa 100.000 lavoratori delle oltre 13.000 scuole paritarie, di cui nelle bozze del Decreto Rilancio non si fa parola. Lo denunciano in un comunicato le varie associazioni che rappresentano quel mondo così importante per l’educazione dei nostri ragazzi.

Dei quasi 1,5 miliardi previsti per l’istruzione (per la sicurezza degli ambienti, per i dispositivi sanitari, per contenere il rischio epidemiologico, per la strumentazione didattica), non c’è un euro per le scuole pubbliche paritarie. Il governo ha deciso di discriminare all’interno dell’unico sistema pubblico dell’istruzione: ad alcune scuole pubbliche (statali) si danno i soldi, ad altre scuole altrettanto pubbliche (paritarie) niente. È una gravissima ingiustizia, perpetrata, oltretutto, in violazione e in spregio delle leggi».

Non sono riuscito a recuperare da nessuna parte la storia di una battaglia per la libertà scolastica in Francia – paese iperlaico e perciò finanziatore delle scuole cattoliche, perché i laici non sono o per lo meno non erano in panne una volta – che vide in prima linea, letteralmente in testa al corteo che sfilò con milioni di cittadini da Parigi a Versailles, nientemeno che il primate della Chiesa di Francia il cardinale Jean-Marie Lustiger, per altro chierico intellettuale che sarebbe molto piaciuto al democrat Sandro Veronesi.

Ecco, per ricordarla con l’unico straccio di notizia che sono riuscito a recuperare, trovo su Wikipedia che la marcia popolare guidata da Lustiger si svolse nel 1981. Allorché «il ministro francese dell’istruzione Savary propose una riduzione degli aiuti statali all’istruzione privata. L’arcivescovo, allora, organizzò una protesta di massa a Versailles. Poco dopo si ebbe la caduta del governo Mauroy».

Ecco, l’articolo di Veronesi aspetta un solo evento per essere validato con tutta la chioma di citazioni ammirate per la buona e vitale stampa cattolica. Aspetta che si alzi un primate e che questi guidi il popolo in una marcia per la libertà di educazione.

Foto Ansa