Il destino dei curdi abbandonati da tutti
È stato prolungato di quindici giorni l’armistizio fra i combattenti curdi di quel che resta delle Forze democratiche siriane (Fds) e le unità del ministero della Difesa e del ministero degli Interni di Damasco scaduto alla mezzanotte di sabato scorso, ma il destino di quella che fino a poche settimane fa era conosciuta col nome di Rojava, ovvero il nord-est della Siria amministrato autonomamente dalle Fds, sembra segnato.
Le milizie dell’Ypg, che costituivano il nerbo delle Fds, sono ormai asserragliate nelle tre aree dove la popolazione locale è in maggioranza curda, e cioè le città di Kobane, Hassaké e Qamishli e alcune porzioni di territorio circostante alle stesse. Nel giro di due settimane fra il 6 e il 20 gennaio le forze governative hanno preso il controllo di 40 mila chilometri quadrati di territorio che da un decennio circa era amministrato dalle Fds sotto il nome di Amministrazione democratica autonoma della Siria del nord-est.
I governativi prima hanno ripreso (6-10 gennaio) i quartieri di Sheikh Maqsoud e di Ashrafieh ad Aleppo, che le milizie curde controllavano dal 2013, poi il 13 gennaio hanno dato il via a un’offensiva in grande stile che ha investito la parte orientale del governatorato di Aleppo e quelli di Raqqa e Der Ezzor, dai quali le forze curde si sono ritirate non potendo resistere alla pressione avversaria. Gli scontri avrebbero finora causato 2 mila morti fra i combattenti e quasi 200 fra i civili, oltre a vittime del freddo nelle località assediate e prive di rifornimenti. Anche dopo l’estensione della tregua si segnalano attacchi da parte governativa in alcune località.
L’incontro tra Trump e al-Sharaa
La causa immediata del tracollo curdo è stata l’abbandono delle Fds da parte della componente araba, che rappresentava circa la metà degli 80 mila combattenti stimati. Dopo la caduta del regime di Bashar el Assad nel dicembre 2024 le tribù che avevano integrato l’alleanza con le milizie curde dell’Ypg si sono progressivamente avvicinate al nuovo governo centrale, e nei recenti combattimenti si sono schierate con gli uomini del presidente Ahmed al-Sharaa o si sono astenute dal partecipare.
La causa remota e più decisiva della vittoria governativa sta negli accordi conclusi negli ultimi mesi dal presidente islamista con gli Stati Uniti e, in forma più o meno clandestina, con Israele. Dopo aver incontrato Donald Trump nel maggio scorso in Arabia Saudita e nel novembre scorso a Washington, l’11 novembre l’uomo forte di Damasco ha potuto annunciare che la Siria era entrata a far parte della Coalizione globale per sconfiggere l’Isis che dal 2014 sotto guida americana combatte quel che resta dello Stato Islamico sia militarmente che con programmi di aiuti alle popolazioni.
La guerra all’Isis era stata il motivo che aveva spinto gli Stati Uniti e alcuni loro alleati ad appoggiare i curdi di Siria al tempo in cui gli uomini di al-Baghdadi controllavano un vasto territorio a cavallo fra Siria e Iraq. Dall’epopea dell’assedio di Kobane nel 2014-15 alla caduta di Raqqa, capitale siriana del califfato, nel 2017 fino alla definitiva sconfitta dell’Isis in terra siriana nel marzo 2019, gli americani e i loro alleati europei e arabi avevano sostenuto con armi, denaro e bombardamenti mirati la coalizione curdo-araba che, su suggerimento americano, aveva preso il nome di Forze democratiche siriane. Lo avevano fatto nonostante l’opposizione della Turchia, preoccupata del fatto che Pyd e Ypg, i dominanti soggetti politico e militare curdo di Siria, rappresentavano obiettivamente la filiale siriana del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan turco da decenni in lotta col governo di Ankara. Con l’adesione del nuovo regime siriano alla Coalizione globale le ragioni dell’interessato sostegno occidentale agli autonomisti curdi sono venute meno, con grande sollievo della stessa Turchia.

L’importanza della Siria per gli Stati Uniti
La morsa non si è serrata immediatamente intorno alla Rojava per le persistenti obiezioni israeliane nei riguardi dell’operazione che si profilava. Queste sarebbero state superate dopo un incontro fra esponenti del nuovo regime siriano e alti responsabili della sicurezza israeliana a Parigi il 5 e 6 gennaio scorsi, alla presenza dell’inviato speciale americano per la Siria Tom Barrack, di Steve Witkoff e di Jared Kushner. Apparentemente l’incontro doveva servire a una de-escalation delle tensioni fra Israele e Siria innescate dagli interventi israeliani a sostegno della minoranza drusa presente nel sud della Siria, presa a bersaglio dalle tribù sunnite locali fiancheggiate da reparti del nuovo esercito siriano. Per impulso americano le cose sarebbero andate molto più in là, nella direzione di accordi come quelli che attualmente esistono fra Israele e rispettivamente Egitto e Giordania.
Gli israeliani abbandonerebbero le loro politiche di destabilizzazione della Siria, che possono condurre alimentando le rivendicazioni e le rivolte delle minoranze druse, alawite e curde che si considerano perseguitate dagli islamisti giunti al potere, in cambio di un trattato di pace sulla falsariga di quelli conclusi con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994. Gli americani scommettono su una Siria unificata e sotto l’influenza di Turchia e Arabia Saudita in competizione fra loro.
Scrive Lorenzo Trombetta su Limes:
«A Washington, la Siria – e in particolare il suo becco d’anatra nord-orientale – continua a essere un asset strategico di primo piano. In chiave anti-iraniana, certo, ma soprattutto come perno per il controllo diretto e indiretto di un’altra area che va dal Mediterraneo orientale al Golfo, estremi operativi dell’asse medioceanico che tiene insieme Gibilterra, Bab-el-Mandab e Hormuz».
Cosa prevede l’accordo
Le settimane che hanno preceduto l’offensiva governativa hanno visto intensi negoziati fra al-Sharaa, il leader delle Fds Mazloum Abdi e gli americani per arrivare a una soluzione conveniente per tutte le parti, ma Damasco ha considerato inaccettabili le richieste curde di mantenere il controllo delle proprie forze militari e l’autonomia amministrativa della regione. Il successo travolgente dell’offensiva ha costretto i curdi a firmare una vera e propria capitolazione.
L’accordo firmato dalle parti il 18 gennaio scorso prevede infatti il ritiro delle forze curde a est dell’Eufrate e la loro futura smobilitazione, l’esodo delle Fds dai governatorati di Raqqa e Der Ezzor, la cessione ai governativi del controllo dei posti di frontiera, dei campi petroliferi e dei gasdotti (che fornivano il 75 per cento del bilancio della Rojava), l’integrazione dei combattenti delle Fds che lo richiedano nelle forze armate siriane, ma solo su base individuale (in una iniziale proposta si concedeva ai curdi di conservare tre divisioni e due battaglioni all’interno dell’esercito nazionale), il trasferimento delle amministrazioni civili autonome della Rojava al potere centrale, la cessione del controllo dei centri di detenzione dei terroristi dell’Isis e dei campi di raccolta delle loro famiglie alle autorità centrali.
In cambio i curdi ottengono il riconoscimento del loro idioma come lingua nazionale che sarà insegnata nelle scuole nelle regioni a maggioranza curda, la cittadinanza siriana per quei curdi e loro discendenti che ne erano stati privati dopo il censimento del 1962, la facoltà di proporre propri candidati governatori e di essere rappresentati negli alti gradi dell’esercito e nel governo.
Come ottenere gli obiettivi
Il trasferimento del controllo delle prigioni che ospitano 9-10 mila terroristi dell’Isis e dei campi dove sono confinate le loro famiglie (28 mila persone, delle quali almeno 6.500 fortemente ideologizzate) dalle autorità curde a quelle di Damasco è stato particolarmente caotico, con fughe di prigionieri e di civili che solo in parte sono stati ricatturati dalle nuove autorità. Gli americani hanno provveduto a trasferire in Iraq i 7 mila detenuti considerati più pericolosi.
L’estensione della tregua scaduta sabato scorso segnala la volontà del governo siriano di ottenere i propri obiettivi con mezzi diversi da quelli della pura forza militare. Mentre la riconquista dell’80 per cento del territorio della Rojava ha avuto un costo relativamente basso in termini di perdite di vite umane e di distruzioni, espugnare il 20 per cento restante, cioè le roccaforti curde di Kobane, Hassaké e Qamishli, comporterebbe un grande spargimento di sangue e necessiterebbe di ben più di due settimane. Con rischi di ripensamenti da parte americana e israeliana.
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