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L’Europa è un’officina di opere, non un tribunale morale

Di Lorenzo Malagola
12 Luglio 2026
Abbiamo commesso l’errore di credere che le organizzazioni sovranazionali potessero sostituire la realtà con formule giuridiche astratte
(foto Ansa)

C’è voluto il crollo definitivo delle illusioni del Novecento perché l’Europa si risvegliasse dal suo torpore. Per decenni abbiamo cullato il mito della “fine della storia”, convinti che il mondo si sarebbe uniformato spontaneamente alle nostre regole e ai nostri mercati. Oggi, stretti tra i dazi americani, la pressione cinese e i venti di guerra che soffiano potenti, ci ritroviamo in una drammatica solitudine strategica. Siamo, per usare un’efficace espressione di Mario Draghi, «soli insieme». Ed è proprio in questo scenario di crisi che il recente discorso dell’ex presidente del Consiglio ad Aquisgrana assume il valore di una rivelazione, offrendo un’analisi che, paradossalmente, costringe l’Europa a fare i conti con i propri fallimenti strutturali e a riconsiderare l’intera architettura costruita da Maastricht in poi. La fotografia scattata da Draghi è spietata (potremmo dire “meglio tardi che mai”, considerando il suo passato di epigone di una certa narrativa “europeista senza se e...

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